di Marina Gersony
Milano ha ospitato un presidio intenso e simbolico per la Giornata Internazionale della Donna, promosso dal movimento “Voci di donne dimenticate” insieme a oltre trenta associazioni italiane. Sul palco, attiviste e figure istituzionali hanno dato voce a storie di resistenza, repressione e guerra, ricordando che i diritti femminili non conoscono confini né compromessi. Diritti di tutte le donne, iraniane, israeliane, afghane, ucraine, russe, gazane, curde, georgiane e non solo. Tra inni nazionali, musica e interventi politici, la piazza ha accolto testimonianze drammatiche e coraggiose, ma non senza polemica: il senatore Ivan Scalfarotto ha ricordato che la partecipazione avrebbe potuto essere molto più numerosa, un richiamo alla responsabilità collettiva di difendere libertà e diritti. Un femminismo universale, che non celebra soltanto, ma prende posizione per chi rischia tutto pur di essere ascoltata, e per tutte le donne dimenticate dal mondo.
C’è un femminismo che non si piega alle ritualità di un solo giorno. Non vive di mimose né di slogan ripetuti una volta all’anno. È un femminismo scomodo, plurale, attraversato da storie diverse, ma unito da una convinzione che non ammette compromessi: i diritti delle donne non sono negoziabili, in nessuna parte del mondo. Non riconosce confini geografici né steccati ideologici, non si lascia rinchiudere nei recinti dei partiti o delle appartenenze. Sta altrove: dalla parte di chi lotta per esistere, di chi viene messa a tacere, di chi continua a chiedere libertà anche quando il prezzo da pagare è altissimo. È un femminismo che non si limita a celebrare: prende posizione. È un femminismo trasversale, universale, solidale. Di sorellanza e fratellanza. Un femminismo che sceglie, senza esitazioni, di dare voce a chi rischia di perderla per sempre.
È questo spirito che ieri mattina ha attraversato Piazza della Scala a Milano, dove si è svolto un presidio per la Giornata Internazionale della Donna promosso dal movimento “Voci di donne dimenticate”, insieme alle istituzioni e alle oltre trenta associazioni provenienti da tutta Italia. Tra queste Free4Future, Venice4Israel, Associazione Italia-Israele Savona, Comunità Iraniana di Parma, Italopersiana, Associazione Maanà, UAMI – Associazione dei Giovani Ucraini in Italia, Europa Radicale, Comunità Ebraica di Milano, Women Care Association, Federazione delle Associazioni Italia-Israele, ADEI WIZO, Ponte Atlantico Difesa Libertà Democrazia e molte altre.
Nella piazza milanese, tra inni nazionali e la toccante canzone iraniana del tenore Ramtin Ghazavi, si sono incrociate storie diverse, arrivate da mondi lontani ma segnate da ferite simili. Accanto alle realtà italiane erano presenti associazioni ebraiche e rappresentanti delle diaspore ucraina, venezuelana e iraniana: comunità che portano con sé il peso della guerra, della repressione o dell’esilio, ma anche una determinazione ostinata a non arrendersi.
A dare voce a queste storie sul palco sono state alcune donne, tra cui Rayhane Tabrizi, attivista iraniana per i diritti umani e co‑organizzatrice dell’evento insieme a Franco Modigliani. I ringraziamenti ufficiali sono stati espressi da Daniele Nahum, consigliere comunale, ad Alessandro Litta Modignani e Fiamma Nirenstein (quest’ultima in collegamento), entrambi attivi nella promozione dei diritti civili e della libertà di espressione.
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Rayhane, ha evidenziato, tra l’altro, l’importanza della collaborazione uomo-donna nella lotta per i diritti: «In Iran il femminismo ha un’interpretazione molto diversa rispetto a quella che vediamo in Europa. Lì la lotta per i diritti non si limita al sesso femminile ma riguarda tutto il popolo iraniano». L’appello finale è chiaro: ascoltare queste voci e pretendere giustizia, perché finché anche una sola donna vive sotto la violenza della guerra, la lotta per la libertà non può dirsi conclusa.
Zoia Stankovska, attivista ucraina dell’associazione UaMi, ha ricordato il ruolo cruciale delle donne nella guerra: madri che crescono i figli mentre i mariti combattono al fronte, volontarie, giornaliste, mediche e soldatesse che tengono in piedi il Paese anche nei momenti più duri. Donne che non hanno scelto la guerra, ma hanno scelto di resistere e proteggere la vita nel mezzo del conflitto. Ha poi denunciato le violenze ricordando che il corpo femminile è spesso usato come campo di battaglia. Un pensiero è andato anche alle donne russe che si oppongono alla guerra e pagano il prezzo della repressione.
Non ultima la politica Maria Corina Machado ha aggiunto: «In Venezuela continuano ad esserci donne prigioniere politiche e donne che non possono esercitare i propri diritti politici, come me e come Maria Corina Machado perché rappresentano una minaccia per il potere. Però se oggi il mondo sa cosa è accaduto in Venezuela è anche grazie alla lotta delle donne, molte delle quali hanno pagato con la libertà o con la vita. Speriamo in una transizione democratica per tornare a vivere in pace nel nostro Paese».
Tra gli interventi quelli di Fiamma Nirenstein in collegamento e del senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto, che ha dedicato simbolicamente l’8 marzo alle donne iraniane. «Dedichiamo questo 8 marzo alle donne iraniane – ha detto – con l’augurio che possano presto vivere nella pace e nella libertà che meritano. Oggi e sempre: donna, vita, libertà». Ha invitato a non rifugiarsi dietro letture burocratiche del diritto internazionale quando si parla di popoli oppressi: «Dobbiamo essere accanto a questi popoli e a queste donne». Scalfarotto ha poi osservato che la piazza avrebbe potuto essere più piena, ricordando come altre mobilitazioni siano state più grandi, un richiamo diretto alla responsabilità collettiva.
Non ultimo l’intervento di Mariastella Gelmini, Senatrice Noi Moderati-Centro Popolare: «Credo sia giusto festeggiare tutte le donne e non dimenticare quelle che nel mondo fanno sentire la loro voce anche a costo della vita, lottando per la libertà e il rispetto dei diritti umani. Nella vita di tutti i giorni spesso tendiamo a dare per scontati molti dei diritti di cui godiamo. Libertà di espressione, diritto al voto, accesso alla salute e all’istruzione sono elementi fondamentali della nostra democrazia, ma non sono sempre esistiti né sono nati per caso. Questi diritti sono garantiti dalla nostra Costituzione e abbiamo il dovere di rispettarli e di salvaguardarli ogni giorno».
Durante la manifestazione è stato esposto uno striscione per la liberazione dell’attivista marocchina Betty Lochgar. Il messaggio è semplice e radicale: il femminismo non può avere confini. Non può essere selettivo né adattarsi alle convenienze politiche del momento. «Il femminismo è universale o non è».
E dietro quelle parole ci sono volti, nomi, vite spezzate o sospese. In Iran, da anni le donne sfidano apertamente il potere per un gesto che altrove appare semplice: scegliere del proprio corpo e della propria libertà. Dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022, arrestata dalla polizia morale perché non indossava correttamente il velo, la repressione del regime si è fatta ancora più dura. Eppure la protesta non si è fermata: giovani e madri continuano a scendere in strada, a togliersi l’hijab, a sfidare una teocrazia che vorrebbe ridurle al silenzio. Il loro grido – “Donna, Vita, Libertà” – è ormai una parola d’ordine globale.
Altrove, la violenza della guerra ha lasciato segni altrettanto profondi. In Israele, gli attacchi del 7 ottobre 2023 hanno aperto ferite che non si rimarginano: donne rapite, violentate, uccise, trascinate nei tunnel di Hamas e trasformate in ostaggi di una brutalità sconvolgente. In Ucraina, la guerra è il quotidiano di milioni di donne: molte hanno perso mariti, figli, case; altre sostengono il peso della resistenza mentre il Paese combatte per la propria sopravvivenza.
Durante il presidio, il pensiero è andato a tutte le donne che oggi vivono sotto la violenza e la guerra: iraniane, israeliane, afghane, ucraine, ma anche gazane, curde, georgiane e non solo. Donne che, in modi diversi, subiscono la stessa negazione: quella della libertà.
La piazza ha ricordato le conquiste nel lungo cammino dei diritti femminili, non come un traguardo definitivo, ma come responsabilità da difendere ogni giorno. In molti luoghi del mondo la libertà delle donne continua a essere minacciata: da regimi autoritari, guerre, violenze sistematiche e persecuzioni che cercano di ridurle al silenzio.
Il presidio di Piazza della Scala è stato: un tentativo di restituire voce a quelle vite, di ricordare che dietro ogni conflitto, ogni repressione, ci sono persone reali, storie spezzate, libertà negate. E soprattutto un invito a non restare indifferenti. La difesa dei diritti delle donne non riguarda solo le donne, né un solo Paese. È una responsabilità collettiva. Una battaglia che chiede solidarietà, coraggio e partecipazione.





