L’ex ostaggio a Gaza Matan Angrest parla per la prima volta: gli interrogatori e le torture subiti da Hamas

di Nina Deutsch
Per la prima volta dal suo rilascio, l’ex ostaggio rompe il silenzio e sceglie di raccontare ciò che ha vissuto: l’attacco del 7 ottobre, la cattura, le ferite, gli interrogatori e le torture durante una prigionia durata oltre due anni nelle mani di Hamas. Una testimonianza dolorosa e necessaria, pronunciata con fatica ma lucidità, che restituisce il volto umano di una sopravvivenza segnata dal trauma e dall’inizio di un lungo e complesso percorso di riabilitazione.

Sono parole difficili da ascoltare, quelle di Matan Angrest. Parole che feriscono, che costringono a rallentare, a prendere fiato. Non a caso il Jerusalem Post nel raccontare la sua testimonianza, avverte subito il lettore con un content warning: «Questo articolo contiene immagini e descrizioni disturbanti, incluse torture e abusi». Un avvertimento necessario. Perché ciò che Angrest racconta non è solo cronaca: è dolore puro, è sopravvivenza raccontata senza filtri.

 

 

L’ex ostaggio, oggi 23 anni, sopravvissuto all’impensabile, ha conosciuto un silenzio che pesa quanto il trauma. Un silenzio lungo, denso, abitato dai ricordi e dall’assenza di chi non è tornato. Oggi, per la prima volta, sceglie di romperlo. Lo fa con voce ferma e parole misurate, sapendo che ogni frase riapre ferite vive. Ma parlare, ora, è anche un atto di responsabilità: verso i compagni caduti, verso gli altri ostaggi, verso la verità.

Angrest ha deciso di raccontare pubblicamente la sua storia nel programma investigativo Uvda, in onda su Channel 12. È la sua prima testimonianza dettagliata da quando è stato liberato, nell’ottobre 2025, dopo 738 giorni di prigionia nelle mani di Hamas. Un racconto che non cerca compassione, ma ascolto. E che chiede, prima di tutto, di non distogliere lo sguardo.

Matan Angrest sull’elicottero dopo la liberazione. Sul cartello è scritto ““Daniel, Tomer e Itay [il suo equipaggio ucciso il 7 ottobre], siete i re dei leoni. Grazie agli eroi in uniforme, Am Yisrael Chai!”
La mattina del 7 ottobre, Angrest era parte di un equipaggio di quattro carri armati schierato nei pressi della base di Nahal Oz. Ricorda immagini che allora non riusciva a decifrare: un veicolo civile con una targa insolita, poi gli spari. «All’improvviso senti raffiche di fuoco e ti chiedi: hanno invaso il Paese?» racconta. «C’è qualcuno che si sente male?».

L’equipaggio tenta di fermare l’avanzata degli aggressori, cambiando più volte posizione. Via radio arriva una frase che, col senno di poi, suona come una profezia: «La nostra missione è impedire un dirottamento qui». Angrest si sofferma su quelle parole: «Non so come abbia potuto prevedere il futuro. Un dirottamento?».

Quando un grande gruppo di terroristi armati si avvicina, la scelta è immediata e terribile: sparare da lontano o ingaggiare un combattimento ravvicinato. «In quel momento, come squadra, capimmo: o noi o loro», dice alla radio. Poco dopo, il carro armato viene colpito. Nelle registrazioni restano le ultime voci concitate: «Qualcuno è ferito? Peretz! Peretz! Peretz!».

Angrest è l’unico a sopravvivere. I suoi compagni – Daniel Peretz, Itay Chen e Tomer Leibovitzvengono uccisi in azione. Lui si risveglia gravemente ferito a Gaza. «Riuscivo a malapena ad aprire gli occhi, avevo una mano ustionata», ricorda.

Subito iniziano gli interrogatori. Otto uomini lo circondano. Capiscono rapidamente di avere davanti un soldato addestrato su un carro armato con equipaggiamenti specifici. Le domande sono tecniche, ossessive. «Durante gli interrogatori più duri, c’erano cose che rientrano nella categoria “muori e non raccontare”», dice. Racconta di scosse elettriche, di ore interminabili sotto pressione. «Volevano sapere tutto: i sistemi d’arma, le competenze di ciascun membro dell’equipaggio. Mi chiesero se l’autista avesse ucciso qualcuno, se avesse un’arma. Risposi: “L’autista è come un automobilista, non fa differenza”».

Per settimane viene tenuto in isolamento, a volte in superficie, altre in stanze sotterranee. Un interrogatorio dura otto ore consecutive. A un altro prigioniero confida la sua paura: «Se scoprono qualcosa di più su di me, è la mia fine». La notizia della morte dei suoi tre compagni arriva solo mesi dopo. «Capisci che è finita», dice. «Ti ritiri dentro, pensi solo al tempo che avete condiviso».

A tratti incontra altri ostaggi israeliani, ma viene spesso separato e riportato sotto interrogatorio. Le scosse elettriche, racconta, restano «un trauma che mi accompagnerà». Il rilascio arriva senza preavviso: bendato, condotto con altri prigionieri in un luogo sconosciuto. Un alto rappresentante dei rapitori indica quattro persone: «Voi quattro, ve ne andrete domani».

Il ritorno alla libertà non segna la fine della battaglia. «Tutti pensano che la lotta sia finita e che si torni alla vita normale. È come passare da zero a cento, ma anche, in un certo senso, da cento a zero. La cicatrice rimane sempre». Oggi Angrest è all’inizio di un lungo percorso di riabilitazione. Una raccolta fondi è stata avviata per sostenerlo. Parlare, ora, è parte della cura. E anche un modo per dare voce a chi non può più farlo.