Il 28 febbraio 2026 segna una svolta drammatica nella crisi tra Israele, Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran. Dopo settimane di tensioni crescenti e negoziati nucleari formalmente ancora in corso, Washington e Gerusalemme hanno lanciato un’offensiva militare congiunta contro obiettivi strategici iraniani, aprendo una nuova fase del conflitto regionale. In serata arriva la conferma della morte di Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran e diretto responsabile della morte di decine di migliaia di dissidenti Iraniani

Le settimane precedenti: negoziati e preparativi militari
Nei giorni precedenti all’attacco, i colloqui sul nucleare tra Washington e Teheran sembravano ancora formalmente aperti. Il 27 febbraio, il presidente americano Donald Trump aveva dichiarato di non aver ancora preso una decisione definitiva su un’eventuale azione militare, pur esprimendo forte insoddisfazione per la condotta iraniana.
Parallelamente, gli Stati Uniti avevano concentrato nella regione un imponente dispositivo militare: portaerei, velivoli da combattimento e forze navali. In seguito si sarebbe compreso che la finestra diplomatica poteva aver funzionato anche come copertura strategica.
28 febbraio 2026, ore 8: l’inizio dell’operazione
Alle 8:13 del mattino (ora israeliana) le sirene hanno risuonato in tutto Israele, segnalando l’avvio dell’operazione. Israele ha denominato la campagna “Operation Roaring Lion”, mentre Washington ha scelto il nome “Epic Fury”.
Secondo fonti ufficiali israeliane, gli attacchi hanno colpito:
- Strutture militari e basi dei Pasdaran
- Impianti legati alla produzione missilistica
- Obiettivi governativi e di intelligence
- Figure di vertice del regime
Tra i bersagli indicati figurano la Guida Suprema Ali Khamenei e il presidente Masoud Pezeshkian. Fonti iraniane vicine all’establishment hanno riferito della morte di diversi alti comandanti, tra cui il comandante dei Guardiani della Rivoluzione, Gen. Mohammad Pakpour, e il ministro della Difesa Amir Nasirzadeh. L’entità effettiva dei danni e delle perdite rimane inizialmente incerta.
Il capo di stato maggiore israeliano, tenente generale Eyal Zamir, avrebbe autorizzato personalmente l’avvio dell’operazione dall’underground command center dell’aeronautica.
Le dichiarazioni politiche: “Libertà per l’Iran”
In un videomessaggio, Trump ha annunciato l’inizio di “major combat operations in Iran”, dichiarando l’obiettivo di distruggere l’industria missilistica iraniana e neutralizzare la minaccia alla sicurezza americana e regionale. Ha inoltre invitato le forze iraniane a deporre le armi, promettendo immunità, e si è rivolto direttamente al popolo iraniano: “L’ora della vostra libertà è arrivata.”
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l’operazione necessaria per rimuovere una “minaccia esistenziale” e creare le condizioni per un cambiamento politico interno in Iran.
L’opposizione israeliana, incluso Yair Lapid, ha espresso sostegno all’azione, sottolineando l’unità nazionale in un momento di emergenza.
La risposta iraniana: missili su Israele e sui Paesi del Golfo
Intorno alle 10:00 del mattino, l’Iran ha lanciato le prime salve di missili balistici contro Israele. Entro le 18:50 risultavano almeno 40 missili lanciati.
Milioni di israeliani sono stati costretti più volte a rifugiarsi nei bunker. Secondo il servizio di emergenza Magen David Adom, 89 persone sono rimaste ferite in modo lieve, per lo più indirettamente (cadute durante la corsa ai rifugi o stati d’ansia acuta). Non risultano impatti diretti su aree residenziali.
Parallelamente, Teheran avrebbe lanciato missili anche verso Paesi che ospitano truppe americane, tra cui Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait e Bahrein, ampliando la portata regionale dello scontro.
Nel frattempo, l’Iran è entrato in un blackout quasi totale di internet, misura già adottata durante precedenti conflitti.
Le motivazioni strategiche dichiarate
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno sostenuto che, nonostante i danni subiti nel conflitto del giugno 2025, l’Iran aveva:
- Rafforzato e nascosto ulteriormente il proprio programma nucleare
- Accelerato la produzione di missili balistici (decine al mese)
- Continuato a finanziare e armare milizie lungo i confini israeliani
L’operazione congiunta, preparata per mesi tra esercito israeliano e forze americane, sarebbe destinata a durare diversi giorni, con una prima fase pianificata di quattro giorni.
Un conflitto dagli esiti incerti
A fine giornata, il Medio Oriente si trova sull’orlo di una possibile guerra prolungata. Gli Stati Uniti e Israele parlano apertamente di cambio di regime; l’Iran promette una “risposta schiacciante”.
L’esito dell’attacco — incluso il destino di Ali Khamenei fino alla serata quando è arrivata la conferma della morte — rimane incerto nelle prime ore successive ai bombardamenti. Ciò che appare chiaro è che la crisi non è più confinata al dossier nucleare: la posta in gioco è l’equilibrio strategico dell’intera regione e, potenzialmente, l’assetto politico dell’Iran stesso.



