di Daniele Cohenca
Oggi leggiamo la Meghillà di Esthèr e festeggiamo Purim come una vicenda più che mai attuale di resilienza, identità nascoste, di ribaltamenti improvvisi, del coraggio di togliersi le maschere che indossiamo: temi che risuonano in modo incredibile con la complessità del nostro presente.
Il nome Purim deriva dalla parola Pur (sorte). Tutta la vicenda sembra dominata dal caso: un re capriccioso, ed instabile, un complotto sventato per puro tempismo, un nemico subdolo e pericoloso che emerge all’improvviso, una regina che si trova al posto giusto al momento giusto,
Viviamo in un’epoca di “policrisi” dove tutto sembra fuori controllo. Ci diciamo spesso che sembra di vivere in “un mondo alla rovescia”.
Purim ci insegna che, anche quando D-o (o il senso degli eventi) sembra nascosto, le nostre azioni individuali possono deviare il corso del destino. È un invito a passare dal ruolo di spettatori passivi a quello di protagonisti della propria storia.
Solo al termine della Meghillà di Esthèr ci accorgiamo di come probabilmente non ci sia stato nulla di casuale, ma emerge come persone molto sagge e lungimiranti abbiano saputo gestire l’incertezza.
Il personaggio centrale della narrazione è Esthèr: essa nasconde le sue origini – nonostante sarebbe stato forse più opportuno rivelarsi per ottenere la salvezza dopo il decreto di Hamàn. Invece Esthèr sceglie il “silenzio” per sopravvivere a corte, finché non capisce che questo non la salverà ed allora farà sentire la sua voce in modo quasi assordante.
Esthèr si è abilmente mascherata, ma ha saputo mantenere salda la sua vera identità e scoprirsi al momento opportuno.
In un mondo dominato dai social media e dalle “maschere” digitali, spesso nascondiamo la nostra vera essenza per conformarci o per paura del giudizio. A differenza di Esthèr, noi viviamo un’intera vita dietro una maschera e non abbiamo il coraggio (o la forza) di apparire per ciò che siamo. Purim ci ricorda che esiste un momento in cui togliersi la maschera e rivendicare i propri valori è l’unico modo per generare un cambiamento reale non solo nella propria vita ma nella società tutta.
Uno dei precetti cardine di Purim è l’invio di doni alimentari agli amici e, soprattutto, l’offerta ai poveri. Non si tratta di beneficenza; si tratta di un atto di coesione sociale.
In una società sempre più atomizzata e solitaria, il “devolvere” qualcosa ad altri rompe le barriere e ci insegna che non si può sempre celebrare da soli.
Purim è una festa che deve colmare di felicità i nostri cuori; ma l’idea che dobbiamo cogliere è che la propria gioia è incompleta se qualcun altro ha fame.
Abbiamo oggi vaccini praticamente per ogni malattia. Purim ci fornisce il vaccino più potente di tutti poiché agisce contro l’indifferenza moderna e trasmette l’obbligo della responsabilità radicale verso l’altro.
I nostri Maestri insegnano che non è consentito leggere la Meghillà se non nell’ordine preciso in cui è stata scritta; un commento molto conosciuto traduce questa regola in un messaggio contemporaneo: non è consentito leggere la Meghillà pensando che racconti solo una storia di qualche migliaio di anni fa.
E allora è così che oggi leggiamo la Meghillà di Esthèr e festeggiamo Purim: una vicenda più che mai attuale di resilienza, identità nascoste, di ribaltamenti improvvisi, del coraggio di togliersi le maschere che indossiamo: temi che risuonano in modo incredibile con la complessità del nostro presente.



