di Nina Prenda
Fonti dell’amministrazione spiegano che un primo raid mirato — contro centri di comando del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, siti missilistici o infrastrutture nucleari — potrebbe rappresentare un segnale di avvertimento. Qualora Teheran continuasse a opporre resistenza, non viene esclusa una campagna militare di ben altra portata entro la fine dell’anno.
Washington torna a far sentire il peso della minaccia militare su Teheran. Secondo quanto riferito dal New York Times, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe valutando la possibilità di autorizzare, a breve, un attacco militare limitato contro l’Iran. L’obiettivo sarebbe quello di costringere la Repubblica islamica ad accettare le richieste americane sul dossier nucleare.
Fonti dell’amministrazione, citate in forma anonima dal quotidiano newyorkese, spiegano che un primo raid mirato — contro centri di comando del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, siti missilistici o infrastrutture nucleari — potrebbe rappresentare un segnale di avvertimento. Qualora Teheran continuasse a opporre resistenza, non viene esclusa una campagna militare di ben altra portata entro la fine dell’anno, con l’ambizione, dichiarata da alcuni ambienti, di indebolire o addirittura rovesciare il regime, anche se all’interno della Casa Bianca non mancano dubbi sull’efficacia esclusiva degli attacchi aerei.
Lo scenario si inserisce in un contesto diplomatico estremamente delicato. Stati Uniti e Iran dovrebbero tornare a confrontarsi giovedì 26 febbraio 2026 a Ginevra, mentre Washington continua a rafforzare la propria presenza militare in Medio Oriente. Da parte sua, Teheran ha avvertito che anche un’azione militare “limitata” provocherebbe una risposta dura e immediata.
Indicazioni simili sono state riportate anche dal Wall Street Journal, che ha descritto un clima di crescente convinzione, alla Casa Bianca, sulla necessità di mostrare i muscoli. Trump, tuttavia, non avrebbe ancora preso una decisione definitiva, pur apparendo orientato verso un’opzione di forza circoscritta nei prossimi giorni.
Le autorità iraniane hanno ribadito che qualsiasi attacco statunitense, di qualunque intensità, verrebbe contrastato “ferocemente”, colpendo interessi militari americani nella regione e Israele. In origine, Trump aveva evocato l’uso della forza in risposta alla repressione delle proteste interne in Iran — secondo le organizzazioni per i diritti umani, costate migliaia di vittime — ma l’attenzione dell’amministrazione si è rapidamente concentrata sul programma nucleare.
Sul fronte interno, intanto, l’Iran è attraversato da nuove manifestazioni antigovernative, con studenti e attivisti che sfidano la minaccia di arresti e repressione per commemorare i morti delle proteste.
Nonostante la retorica bellica, resta aperto un canale diplomatico. Stati Uniti e Iran hanno concluso un secondo round di colloqui indiretti in Svizzera, sotto la mediazione dell’Oman, e un nuovo incontro è atteso a breve, sebbene non confermato ufficialmente da Washington. Sul tavolo vi sarebbe una proposta che consentirebbe a Teheran di mantenere il proprio programma nucleare, limitando però l’arricchimento dell’uranio a livelli bassi e destinati esclusivamente a scopi medici.
L’Iran continua a negare di voler dotarsi di armi nucleari, pur avendo arricchito uranio a livelli considerati non compatibili con usi civili e avendo ostacolato il lavoro degli ispettori internazionali. Gli Stati Uniti, sostenuti da Israele, chiedono che un eventuale accordo includa anche limiti al programma missilistico balistico e al sostegno iraniano ai gruppi armati regionali.
A guidare i negoziati per Teheran è il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, mentre per Washington siedono al tavolo l’inviato Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner. In un’intervista a Fox News, Witkoff ha osservato che Trump si sarebbe chiesto perché l’Iran non abbia “capitolato” di fronte al dispiegamento militare americano. Una tesi respinta con fermezza da Teheran: il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei ha replicato che il popolo iraniano non ha mai capitolato nella sua storia.
Da Bruxelles, infine, arriva un appello alla prudenza. L’Unione europea, rimasta ai margini del processo negoziale, chiede di privilegiare la via diplomatica. “Non abbiamo bisogno di un’altra guerra in questa regione”, ha ammonito l’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas. “L’Iran è in una fase di particolare debolezza: è proprio questo il momento di cercare una soluzione diplomatica.”



