di Pietro Baragiola
Il ministro tedesco dell’Ambiente, Carsten Schneider, ha abbandonato la sala dopo che il regista Abdallah Al-Khatib ha utilizzato il proprio discorso di accettazione per accusare pubblicamente la Germania di “sostenere il genocidio a Gaza da parte di Israele”. Ma le polemiche erano già nell’aria.
Alla 76° edizione della Mostra Internazionale del film di Berlino, la cerimonia finale di premiazione, tenutasi sabato 21 febbraio, si è trasformata in un acceso caso politico quando il ministro tedesco dell’Ambiente, Carsten Schneider, ha abbandonato la sala dopo che il regista Abdallah Al-Khatib ha utilizzato il proprio discorso di accettazione per accusare pubblicamente la Germania di “sostenere il genocidio a Gaza da parte di Israele”.
Di origine palestinese-siriana e residente in Germania da diversi anni, Al-Khatib aveva appena ricevuto il premio per la Migliore Opera Prima nella sezione “Perspectives” grazie al film Chronicles From the Siege.
Salito sul palco con una kefiah sulle spalle, il regista ha pronunciato un discorso che sapeva avrebbe subito fatto discutere: “forse dovrei stare attento, dopotutto sono un rifugiato in Germania e ci sono molte linee rosse. Ma non mi importa. Mi importa solo del mio popolo, della Palestina.”
Dopo aver inveito contro la Germania, il vincitore ha concluso il suo discorso con l’esposizione della bandiera palestinese e l’appello verso una “Palestina libera”.
“Sono dichiarazioni inaccettabili” ha affermato un portavoce di Schneider. “Pur essendo l’unico rappresentante del governo federale presente alla cerimonia, le parole di Al-Khatib hanno giustificato il ministro nell’andarsene dall’evento.”
Le critiche a Israele
L’intervento di Al-Khatib, per quanto sconvolgente, è stato solo il culmine di un festival già segnato da tensioni politiche e che ha visto altri vincitori esprimere pubblicamente solidarietà ai palestinesi e criticare le operazioni militari israeliane.
La regista libanese Marie-Rose Osta, premiata con l’Orso d’Oro per il Miglior Cortometraggio grazie a Someday a Child, ha condannato i bombardamenti israeliani a Gaza e in Libano, parlando di “collasso del diritto internazionale” e accusando il governo israeliano di “genocidio”.
Il regista turco Emin Alper, vincitore del Gran Premio della Giuria con Salvation, ha dichiarato sul palco: “il popolo palestinese non è solo”.
Questo clima era acceso anche nei giorni prima del festival quando la scrittrice indiana Arundhati Roy aveva annunciato il ritiro dalla manifestazione dopo che il presidente di giuria Wim Wenders aveva invitato i cineasti a “restare fuori dalla politica” durante la conferenza stampa di apertura. Inoltre, oltre cento artisti del cinema internazionale, tra cui Javier Bardem e Tilda Swinton, hanno firmato una lettera aperta contro la Berlinale, accusandola di “silenzio” sulla situazione a Gaza e chiedendo una presa di posizione esplicita contro Israele.
La “Staatsräson”
In Germania le accuse rivolte a Berlino toccano un nervo scoperto: il sostegno alla sicurezza di Israele, infatti, è considerato parte della “Staatsräson”, la ragion di Stato tedesca, radicata nella responsabilità storica per la Shoah. Su queste basi il governo federale ha ribadito più volte che Israele ha avuto il pieno diritto di difendersi dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre.
Negli ultimi giorni, però, le parole di Al-Khatib hanno suscitato reazioni contrastanti: da una parte l’ambasciatore israeliano in Germania, Ron Prosor, ha lodato il gesto di Schneider, parlando di “chiarezza morale”; dall’altra, numerosi attivisti hanno difeso il diritto del regista di esprimere la propria posizione liberamente.
La Berlinale, storicamente attenta ai temi politici, si ritrova così al centro di uno scontro che va oltre il cinema. Tra libertà di espressione, responsabilità storiche e tensioni geopolitiche, l’edizione di quest’anno conferma il ruolo del festival di fungere da specchio per le fratture del presente.



