di Pietro Baragiola
I cinque poster sono stati realizzati dal collettivo artistico Grow Up Art e ritraggono il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente americano Donald Trump, il suo vice JD Vance, il presidente russo Vladimir Putin e l’imprenditore Elon Musk tutti rappresentati con divise che richiamano l’estetica del Terzo Reich.
Mercoledì 18 febbraio la polizia di Canberra ha chiuso per alcune ore il locale di musica dal vivo Dissent Cafe and Bar, per via di diverse immagini antisemite esposte al suo interno tra cui cinque poster raffiguranti leader mondiali ritratti in uniformi naziste.
Gli agenti dell’ACT Policing, il braccio locale dell’Australian Federal Police, sono intervenuti dopo aver ricevuto un reclamo formale e hanno chiesto al proprietario del locale, David Howe, di rimuovere i manifesti per tutta la durata degli accertamenti sulla violazione delle nuove leggi federali sui simboli d’odio.
Al rifiuto del titolare, il Dissent Cafe and Bar è stato dichiarato “scena del crimine” e i poster sono stati sequestrati.
“È stato scioccante vedere un’opera d’arte trattata come un caso di polizia” ha dichiarato Howe sui suoi profili social, sottolineando come il provvedimento abbia portato all’annullamento di un concerto in programma quella sera e danneggiato un gruppo musicale che era appositamente arrivato in città da un altro Stato australiano.
I poster e le nuove leggi australiane
I cinque poster sono stati realizzati dal collettivo artistico Grow Up Art e ritraggono il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente americano Donald Trump, il suo vice JD Vance, il presidente russo Vladimir Putin e l’imprenditore Elon Musk tutti rappresentati con divise che richiamano l’estetica del Terzo Reich.
La collezione è stata intitolata “The Turd Reich” e sotto i volti di ogni poster riporta le scritte “Sanction Israel” e “Stop Genocide”.
“Questo è il primo caso registrato sui simboli d’odio a Canberra, da quando sono entrate in vigore le nuove norme federali sull’antisemitismo stabilite in risposta alla strage di Bondi Beach” ha affermato un portavoce dell’ACT Policing nel comunicato diffuso giovedì alla stampa locale.
La nuova legislazione prevede che l’esposizione pubblica di simboli proibiti, incluso quello nazista, costituisca reato, ammettendo tuttavia eccezioni per finalità religiose, accademiche, artistiche, letterarie, scientifiche o giornalistiche.
“Le indagini sui poster proseguono” ha aggiunto la polizia. “Anche attraverso la richiesta di un parere legale sulla liceità.”

La difesa del locale
Il Dissent Cafe and Bar ha respinto con forza ogni accusa. In un post su Facebook, il proprietario del locale ha definito le opere “chiaramente satiriche, con un messaggio antifascista distinto”.
Dopo il sequestro, i poster sono tornati in vetrina ma con la parola “CENSORED” stampata in rosso sopra le immagini, in segno di protesta contro l’intervento delle autorità.
Anche l’artista noto come Blam, autore della collezione, ha difeso il progetto ai microfoni dell’emittente pubblica australiana. “È evidente che si tratta di satira” ha dichiarato, sostenendo che “denunciare l’ascesa del fascismo, del razzismo e del capitalismo non possa essere considerato un crimine d’odio”.
La vicenda solleva interrogativi delicati sul confine tra libertà artistica e tutela contro la propaganda estremista.
Da un lato, le autorità rivendicano l’obbligo di applicare una normativa recente e stringente, nata in un clima di forte allarme per episodi di antisemitismo. Dall’altro, il gestore del locale e il collettivo artistico parlano di censura e di un uso sproporzionato degli strumenti di polizia.
Per ora, il caso resta aperto e se i poster verranno ritenuti una violazione delle leggi sui simboli d’odio potrebbe diventare un banco di prova per l’interpretazione delle nuove norme federali. Se invece prevarrà la tesi della satira artistica, l’episodio rischia di trasformarsi in un precedente significativo di dibattito sulla libertà di espressione in Australia.
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