Il lungo viaggio di Ciro Principe in difesa della verità

Personaggi e Storie

di Nathan Greppi

Se qualcuno, dopo il 7 ottobre, ha cercato sui social canali d’informazione che spiegassero le ragioni d’Israele per vedere un lato del prisma che i media mainstream non fanno vedere, potrebbe essersi imbattuto almeno una volta nei video del comico e influencer napoletano Ciro Principe, il quale svolge un’intensa attività per combattere tutti quei pregiudizi e luoghi comuni che negli ultimi due anni e mezzo hanno avvelenato il dibattito pubblico.

Di recente, Principe ha pubblicato il suo primo libro, Come sono diventato pro Israele. Come un ateo è diventato il difensore del popolo di Dio, in cui racconta il percorso che lo ha portato ad appassionarsi di ebraismo e Israele.

Interessante è il confronto che egli fa tra gli ebrei e i napoletani: a suo dire, entrambi i popoli hanno avuto nel corso della storia la forza di rispondere alle loro sventure attraverso l’ironia e la creatività. Tuttavia, egli denuncia anche la presenza di un “altra Napoli”, che secondo lui vive di vittimismo e per questo si sente più vicina ai palestinesi.

Il linguaggio che utilizza è assai ironico, prendendo in giro coloro che coltivano ostilità e pregiudizi verso gli ebrei e Israele, senza la pretesa di essere un trattato politico. E forse è giusto così: esistono molti modi di combattere per la verità, e ognuno lo fa attraverso lo stile che gli appartiene.

Alla luce della pubblicazione di Come sono diventato pro Israele, Principe ha gentilmente concesso un’intervista a Bet Magazine/Mosaico.

Come hai iniziato a interessarti del mondo ebraico e Israele?

In realtà è iniziato già da piccolo, solo che non lo sapevo. Da ragazzino mi sono innamorato della comicità e ho scoperto che tutti gli artisti a cui mi affezionavo, che mi facevano ridere e riflettere, erano ebrei o almeno avevano quelle radici. L’umorismo ebraico mi ha permesso di percepire il mondo in un modo completamente diverso da quello convenzionale.

Poi è arrivata la botta vera: il 7 ottobre. All’inizio l’ho ignorato, come racconto nel libro: messaggini sugli attacchi in Israele, io che chiudo WhatsApp e vado allo stadio. Solo dopo, quando ho deciso di guardare davvero i video, mi si è rotto qualcosa dentro. Non era “un’altra escalation”: era un crollo morale del mondo. Da lì ho cominciato a studiare, leggere, parlare. E non ho più smesso.

Nel libro parli di due Napoli. Alla luce dell’episodio della ristoratrice che ha cacciato via gli israeliani, qual è quella predominante oggi?

Nel libro dico che esistono due Napoli: la Napoli “ebrea” – quella che soffre, reagisce, crea, trasforma il dolore in arte, il pregiudizio in musica, le batoste in ironia.  E l’altra Napoli – quella che piange davanti alle telecamere e poi parcheggia l’Audi sul marciapiede. Quella che urla “ingiustamente carcerato” per il boss, che vive di vittimismo e di alibi, che assomiglia a certi meccanismi palestinesi: non parti mai dal reato, parti sempre dal pianto.

L’episodio della ristoratrice che caccia gli israeliani, purtroppo, appartiene alla seconda Napoli: quella che non conosce, non studia, si fa trascinare da slogan e da un antisionismo da bar, convinta di essere “dalla parte dei deboli” mentre ripete dinamiche di odio che non capisce nemmeno. Ma attenzione: non è la “Napoli intera”. È solo la parte più rumorosa. La Napoli che io amo è l’altra: quella che se sapesse chi era Giorgio Ascarelli (fondatore ebreo della squadra di calcio del Napoli, ndr), si vergognerebbe a cacciare un israeliano da un locale.

 

Perché, nonostante il contributo dato all’Italia, gli ebrei sono percepiti come “altro” rispetto al resto della società?

Perché l’antisemitismo è la forma di stupidità più sofisticata del pianeta. Nel libro scherzo dicendo che esiste quasi un “gene antisemita”: quel mattoncino nel DNA che sussurra “gli ebrei sono cattivi” a gente che non ha mai conosciuto un ebreo in vita sua. Ogni epoca si è inventata una scusa diversa per odiarli: troppo ricchi e troppo poveri; colpevoli del capitalismo e del comunismo; onnipotenti manipolatori e contemporaneamente capri espiatori del mondo.

Questa contraddizione perfetta funziona perché l’antisemitismo è comodo: ti evita di guardare i tuoi fallimenti; ti regala un nemico eterno da usare come valvola di sfogo; ti illude che ci sia sempre “qualcun altro” dietro le tue sfighe. Gli ebrei hanno creato cultura, scienza, medicina, musica, cinema. Ma proprio perché sono stati costretti, per secoli, a diventare eccellenti per sopravvivere, questa eccellenza genera invidia. E l’invidia, quando non viene elaborata, diventa odio.

Nel libro parli molto degli ostaggi del 7 ottobre, e cerchi di smontare i falsi miti su Israele e il rapporto tra Occidente e mondo islamico tramite una ricostruzione storica. Come ti sei documentato?

Come un maniaco. Non c’è un modo più elegante per dirlo. Ho iniziato da Herzl, con Lo Stato ebraico: lì capisci che il sionismo non nasce da una fantasia teologica, ma da una necessità di sopravvivenza. Poi sono passato a Benny Morris e ai “nuovi storici israeliani”, a Ben-Dror Yemini e al suo libro Industry of Lies, un’enciclopedia di tutte le bugie su Israele diffuse da media, accademia e attivismo.

Ad un certo punto mi sono soffermato su Netanyahu, che nel suo libro Fighting Terrorism spiega esattamente l’ideologia del terrorismo islamista che oggi colpisce l’Occidente e Israele nello stesso modo, per poi finire con Oriana Fallaci: lei mi ha insegnato che puoi essere sola contro mezzo mondo, ma se hai i fatti dalla tua parte non hai bisogno di applausi.

 

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Hai ricevuto molti attacchi a causa della tua scelta di campo?

Sì. Nel libro spiego come funzionano le campagne di segnalazioni coordinate: gruppi Telegram e WhatsApp di propal e islamisti che, appena vedono un contenuto pro Israele, danno il via alla caccia: “Segnalate questo account!”. E lì partono come uno sciame di vespe digitali. L’algoritmo non guarda il contenuto, conta solo il numero di segnalazioni. Io venivo limitato per aver scritto “Hamas è un’organizzazione terroristica”, mentre post con “morte agli ebrei” restavano tranquillamente online.

Poi ci sono gli attacchi personali: insulti alla famiglia; minacce dirette; negazionisti dell’Olocausto che usano pure l’IA per provare le loro follie, e quando l’IA li smentisce dicono che è “controllata dagli ebrei”. A volte ti viene da chiederti “ma chi me lo fa fare?”. Però ogni volta che vedo quanta ignoranza e cattiveria c’è, capisco che se mi fermo io, loro vincono un round. E questo non glielo voglio concedere.

Al contrario di te, altri comici e uomini di spettacolo si mettono a fare propaganda anti-Israele, spesso scivolando nell’antisemitismo. Perché?

Conosco benissimo quel mondo perché è da dove vengo. La risposta che va più di moda è: “E poi chi lavora più?”. Ma i motivi principali sono tre secondo me: ignoranza, convenienza e vigliaccheria travestita da coraggio.
Partiamo dall’ignoranza: molti parlano di Israele e Palestina come parlano del meteo. Non hanno letto un libro, ma hanno letto dieci slogan. È lo stesso meccanismo dei talk show: invitano gente che “fa audience”, non gente che ha studiato.

Per la convenienza, oggi “fa figo” essere “contro l’Occidente”, contro la NATO, contro Israele. Ti dà quella patina da ribelle a basso costo. Se sei un comico o un artista che ha paura di perdere pubblico, è molto più facile attaccare Israele che criticare, per esempio, il fondamentalismo islamico.

Infine, c’è la vigliaccheria: molti non sono antisemiti consapevoli, sono codardi. Sanno che mettersi contro Israele non comporta reali rischi personali. Al massimo qualche polemica. Ma a criticare apertamente Hamas, l’Iran, certe moschee radicali, lì ti tremano le gambe.

In più, c’è una componente di vecchia ideologia mai elaborata: anni e anni di narrazione in cui Israele è “l’America del Medio Oriente”, quindi il “nemico dell’oppresso”. Se cresci in quell’ambiente, ti viene naturale schierarti “con i palestinesi” anche senza avere la minima idea di cosa succede davvero a Gaza o in Cisgiordania. Risultato: gente che fa satira contro il potere, ma quando il potere si chiama Hamas o Islam, improvvisamente diventa muta.

L’antisemitismo e l’odio contro Israele sono particolarmente diffusi tra i giovani. Se avessi davanti dei ragazzi, che consiglio gli daresti?

Direi questo, guardandoli dritti in faccia: Spegnete Instagram per un attimo e accendete il cervello. Se la tua opinione sul conflitto viene da tre reel e due meme, non è un’opinione: è fake news. Studiate. Leggete. Non fidatevi né dei Propal, né di me, né di nessuno: andate direttamente a riscontrare le fonti primarie.

E ai ragazzi direi questo: non vi chiedo di essere pro Israele per forza. Vi chiedo di essere pro verità. Se studiate davvero, se guardate i fatti, se usate testa e cuore insieme, il resto verrà da sé.