di Roberto Zadik
Wiesel e Levi, sopravvissuti allo stesso orrore, seppure considerato da due punti di vista opposti. Ricordo di due giganti della narrazione dell’inenarrabile e della loro solida e complessa amicizia
Chissà quali profonde e dolenti conversazioni intercorrevano fra due giganti della letteratura ebraica novecentesca come lo scrittore, ebreo ashkenazita, Elie Wiesel ed il suo collega e correligionario torinese Primo Levi, testimoni insostituibili della Shoah, che svelarono al mondo le indicibili atrocità dei lager attraverso le pagine dei loro memoir e romanzi. Uniti, oltre che dalla stessa esperienza, anche da una profonda amicizia, i due erano estremamente diversi per idee, personalità e modo di raccontare il loro incubo.
Se Elie Wiesel, dopo le atrocità della Shoah, si interrogava sulla natura umana poiché la sua fede era stata lacerata anche se sempre presente, Primo Levi, da ateo e razionalista, si spingeva oltre, mettendo in discussione la propria fede ed interrogandosi su come fosse possibile credere ancora in Dio dopo tutto quel dolore. Due punti di vista opposti ed un’amicizia inossidabile, quella fra l’autore ebreo ungherese di famiglia ortodossa, Elie Wiesel, scomparso il 2 luglio di dieci anni fa, a 87 anni, che nel 1956 pubblicò il libro autobiografico La notte sulla sua deportazione, assieme alla famiglia, ad Auschwitz e a Buchenwald, e il chimico, correligionario torinese, Primo Levi, autore del fondamentale Se questo è un uomo.
Ma quali erano le similitudini e le differenze fra questi due giganti letterari e perché furono così importanti?
Elie Wiesel, nato da una famiglia ortodossa a Siget, in Romania, dopo essersi salvato dal lager è stato uno dei protagonisti della scena culturale ebraica del secondo Novecento e vincitore del Nobel per la Pace nel 1986; spiccava per la capacità di raccontare gli orrori della Shoah con un approccio estremamente tormentato ed emotivo (secondo il sito mondoweiss), derivante dall’ambiente ortodosso degli shtetl (piccoli insediamenti abitati in maggioranza da ebrei, che si diffusero nell’Est Europa per duecento anni, dal Settecento alla totale distruzione di quel mondo da parte del nazismo).
Dal canto suo invece, il laico Primo Levi descrisse “scientificamente”, con estrema precisione e quasi lucido distacco, quanto accadeva, probabilmente a causa della sua formazione di chimico e della sua mentalità razionalista e scettica verso la fede e i dettami religiosi. Notevoli anche le differenze caratteriali fra i due, addentrandosi nelle loro personalità. A questo proposito tanto Levi fu spesso schivo, molto introverso, asciutto e pragmatico nel trattare tutta quella sofferenza, amante della montagna e della solitudine, quanto invece Wiesel fu un protagonista, un brillante conferenziere impegnato in continue iniziative ed attività.
I due scrittori furono molto diversi anche politicamente, oltre che caratterialmente e religiosamente, in quanto Levi fu critico verso Israele condannando, nel 1984, tre anni prima della morte, l’invasione del Libano, descrivendo in un’intervista (ri-pubblicata sul Fatto Quotidiano, nel dicembre 2023) il suo rapporto con lo Stato ebraico come “affettuoso e polemico anche se profondo”, convinto della “dolorosa necessità di difenderlo”. Elie Wiesel invece si è sempre rifiutato di affrontare il conflitto israelo-palestinese, e come dimostrano i suoi interventi, sulla testata israeliana Arutz Sheva, difese sempre lo Stato ebraico rifiutandosi di cedere alle polemiche in materia, mischiando citazioni bibliche e vena intellettuale nei suoi interventi; mentre Levi non sembrava avere particolare famigliarità, come del resto tanti scrittori ebrei della sua generazione, con la storia e la religione ebraica, raccontando, tuttavia, con precisione, sintesi, umorismo amaro e acume un tema così esplosivo come la Shoah.
Ma come si sono incontrati questi due sopravvissuti? A quanto pare l’incontro sarebbe avvenuto nel 1982, secondo quanto riporta un articolo, apparso su Repubblica nel giugno 2019, firmato dallo scrittore e critico letterario Marco Belpoliti, che ha dedicato a Levi importanti saggi. Lo scrittore torinese avrebbe detto di “invidiare i credenti” e che, diversamente dall’amico Wiesel che definiva ironicamente “ossessionato da Dio”, egli invece sarebbe rimasto convinto della propria “non fede” “rimanendo un uomo che vive senza Dio” definendo la religione “un problema di cui non mi sono mai veramente occupato”.
Molto interessante la comparazione tra i punti di vista dei due scrittori operata dallo studioso Massimo Giuliani, autorevole docente di pensiero ebraico e vicepresidente del corso di laurea in Filosofia dell’Università di Trento, apparsa su Mosaico nel 2017, qui il link: Io e Elie Wiesel, due memorie, due modi opposti di dire Shoah – Mosaico.
Nel testo egli ha sottolineato che “entrambe sono testimonianze autentiche e persino necessarie”. Infatti i due diversi punti di vista sulla terribile esperienza del lager derivanti dal loro modo di affrontarlo, sono stati complementari, rispecchiando le esistenze e le scelte dei loro autori, assai diversi per tratti caratteriali, per formazione e per orientamenti politici. Ma nel momento in cui il Giorno della Memoria solleva dubbi e ci pone domande legittime su quali strategie siano più utili, quando andiamo a istruire e coscientizzare le nuove generazioni, i due approcci, quello di Levi e quello di Wiesel, ci devono far pensare e, se serve, ci devono far scegliere, se necessario, la modalità più adatta tra le due.



