L'apertura del Mar Rosso

Parashat Beshallach. Un buon leader crea seguaci, un grande leader crea leader

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Questo fu il più grande risultato di Mosè: aver lasciato dietro di sé un popolo disposto, in ogni generazione, ad assumersi la responsabilità di portare avanti il grande compito che egli aveva iniziato. (Foto: Schopin, Frederic, 1804-1880; The Children of Israel Crossing the Red Sea)

 

Quel giorno il Signore salvò gli Israeliti dagli Egiziani. E quando gli Israeliti… videro la potenza meravigliosa che il Signore aveva scatenato contro gli Egiziani, il popolo ebbe timore del Signore e credette in Lui e in Mosè, Suo servo.
E allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore… (Esodo 14:30–15:1)

La cantica del Mare fu una delle grandi epifanie della storia. I Maestri dissero che persino il più umile degli ebrei vide in quel momento ciò che nemmeno il più grande dei profeti ebbe il privilegio di vedere. Per la prima volta esplosero in un canto collettivo – Az Yashir – un canto che recitiamo ogni giorno.

Esiste una discussione affascinante tra i Maestri su come, esattamente, cantarono. Su questo vi furono quattro opinioni. Tre compaiono nel trattato di Sotà:
Rabbi Akiva spiegò: quando gli Israeliti uscirono dal Mar Rosso, vollero cantare un canto. Come lo cantarono? Come un adulto che recita l’Hallel e gli altri rispondono dopo di lui con la parola iniziale. Mosè disse: «Canterò al Signore», ed essi risposero: «Canterò al Signore». Mosè disse: «Poiché Egli ha trionfato gloriosamente», ed essi risposero: «Canterò al Signore».

Rabbi Eliezer, figlio di Rabbi Jose il galileo, disse: fu come un bambino che recita l’Hallel e gli altri ripetono dopo di lui tutto ciò che dice. Mosè disse: «Canterò al Signore», ed essi risposero: «Canterò al Signore». Mosè disse: «Poiché Egli ha trionfato gloriosamente», ed essi risposero: «Poiché Egli ha trionfato gloriosamente».

Rabbi Neemia disse: fu come un maestro di scuola che recita lo Shemà in sinagoga. Egli inizia per primo ed essi continuano insieme a lui. (Sotà 30b)

Secondo Rabbi Akiva, Mosè cantò il canto frase per frase, e dopo ogni frase il popolo rispondeva: «Canterò al Signore» – era il loro modo, per così dire, di rispondere Amen a ogni verso.

Secondo Rabbi Eliezer, figlio di Rabbi Jose il galileo, Mosè recitava il canto frase per frase, ed essi ripetevano ogni frase dopo che lui l’aveva detta. Secondo Rabbi Neemia, Mosè e il popolo cantarono l’intero canto insieme. Rashi spiega che tutto il popolo fu preso da ispirazione divina e che, miracolosamente, le stesse parole vennero loro in mente nello stesso momento.

Esiste una quarta opinione, che si trova nella Mechiltà: Eliezer ben Taddai disse: Mosè iniziava e gli Israeliti ripetevano ciò che aveva detto e poi completavano il verso. Mosè iniziò dicendo: «Canterò al Signore, poiché Egli ha trionfato gloriosamente», e gli Israeliti ripeterono ciò che aveva detto e poi completarono il verso con lui, dicendo: «Canterò al Signore, poiché Egli ha trionfato gloriosamente: il cavallo e il suo cavaliere ha scagliato nel mare». Mosè iniziò il verso successivo dicendo: «Il Signore è la mia forza e il mio canto», e gli Israeliti ripeterono e poi completarono il verso con lui, dicendo: «Il Signore è la mia forza e il mio canto; Egli è diventato la mia salvezza».
Mosè iniziò dicendo: «Il Signore è un guerriero», e gli Israeliti ripeterono e poi completarono il verso con lui, dicendo: «Il Signore è un guerriero, il Signore è il Suo nome». (Mechiltà Beshalach, Parashà 1)

Tecnicamente, come spiega il Talmud, i Maestri stanno discutendo l’implicazione delle parole (apparentemente) superflue vayomru lemor, «disse, dicendo», che essi interpretarono come «ripetendo». Che cosa ripetevano gli Israeliti? Per Rabbi Akiva erano solo le prime parole del canto, che ripetevano come una litania.
Per Rabbi Eliezer, figlio di Rabbi Jose il galileo, ripetevano l’intero canto, frase per frase.
Per Rabbi Neemia recitavano l’intero canto all’unisono.
Per Rabbi Eliezer ben Taddai ripetevano l’espressione iniziale di ogni verso, ma poi completavano l’intero verso senza che Mosè dovesse insegnarlo loro.
Letta così, abbiamo davanti a noi una discussione localizzata sul significato di un versetto biblico. Vi è tuttavia una questione più profonda in gioco. Per comprenderla dobbiamo guardare a un altro passo talmudico che, a prima vista, non è collegato al passo di Sotà. Esso appare nel trattato di Kiddushin e pone una domanda affascinante.

Vi sono varie persone che ci è comandato onorare: un genitore, un insegnante (cioè un rabbino), il nasi (capo religioso della comunità ebraica) e un re. Può uno di questi quattro rinunciare all’onore che gli è dovuto?

Rabbi Isacco ben Shila disse a nome di Rabbi Mattena, a nome di Rabbi Chisda: se un padre rinuncia all’onore che gli è dovuto, la rinuncia è valida; ma se un rabbino rinuncia all’onore che gli è dovuto, la rinuncia non è valida.
Rabbi Yosef stabilì: anche se un rabbino rinuncia al suo onore, la rinuncia è valida…
Rabbi Ashi disse: anche secondo l’opinione che un rabbino possa rinunciare al suo onore, se un nasi rinuncia al suo onore, la rinuncia non è valida…
Piuttosto, la formulazione corretta è questa: anche secondo l’opinione che un nasi possa rinunciare al suo onore, un re non può rinunciare al suo onore, come è detto: «Porrai certamente su di te un re», cioè la sua autorità deve essere sopra di te. (Kiddushin 32a–b)

Ognuna di queste persone esercita un ruolo di guida: il padre verso il figlio, l’insegnante verso il discepolo, il nasi verso la comunità e il re verso la nazione. Analizzati in profondità, i passi chiariscono che questi quattro ruoli occupano posizioni diverse lungo lo spettro che va dall’autorità fondata sulla persona all’autorità legata a una carica. Quanto più il rapporto è personale, tanto più facilmente l’onore può essere rinunciato. A un estremo vi è il ruolo del genitore (intensamente personale), all’altro quello del re (interamente ufficiale).

Suggerisco che questa fosse la questione in gioco nella discussione su come Mosè e gli Israeliti cantarono il Canto del Mare. Per Rabbi Akiva, Mosè era come un re. Egli parlava e il popolo rispondeva soltanto «Amen» (in questo caso, le parole «Canterò al Signore»).
Per Rabbi Eliezer, figlio di Rabbi Jose il Galileo, egli era come un insegnante. Mosè parlava e gli Israeliti ripetevano, frase per frase, ciò che aveva detto.
Per Rabbi Neemia, egli era come un nasi tra i suoi colleghi rabbini (il passo in Kiddushin, che sostiene che un nasi possa rinunciare al suo onore, chiarisce che ciò vale solo tra i suoi pari). Il rapporto era collegiale: Mosè iniziava, ma poi cantavano all’unisono.
Per Rabbi Eliezer ben Taddai, Mosè era come un padre. Egli iniziava, ma permetteva agli Israeliti di completare ogni verso.

Questa è la grande verità della genitorialità, resa chiara dal primo scorcio che abbiamo di Abramo: Terach prese suo figlio Abram, suo nipote Lot figlio di Haran, e sua nuora Sarai, moglie di Abram, e partirono insieme da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Ma quando giunsero a Charan, vi si stabilirono. (Bereshit 11:31)

Abramo completò il viaggio che suo padre aveva iniziato. Essere genitore significa desiderare che i propri figli vadano più lontano di quanto si è andati noi. Anche questo, per Rabbi Eliezer ben Taddai, era il rapporto di Mosè con gli Israeliti.

Il prologo al Canto del Mare afferma che il popolo «credette in Dio e in Mosè, Suo servo» – la prima volta che essi vengono descritti come credenti nella leadership di Mosè.
Su questo i Maestri chiesero: che cosa significa essere un leader del popolo ebraico?
È detenere un’autorità ufficiale, di cui l’esempio supremo è il re («i rabbini sono chiamati re»)?
È avere un rapporto personale con i propri seguaci che non si fonda su onore e deferenza, ma sull’incoraggiare le persone a crescere, ad assumersi responsabilità e a continuare il cammino che si è iniziato? O è qualcosa che sta nel mezzo? Non vi è una sola risposta.

Talvolta Mosè affermò la sua autorità (durante la ribellione di Korach). In altri momenti espresse il desiderio che «tutto il popolo di Dio fosse profeta». L’ebraismo è una fede complessa. Non esiste un unico modello torahico di leadership. Ognuno di noi è chiamato a svolgere diversi ruoli di guida: come genitori, insegnanti, amici, membri di un gruppo e capi di un gruppo.

Non vi è dubbio, tuttavia, che l’ebraismo favorisca come ideale il ruolo del genitore: incoraggiare coloro che guidiamo a continuare il cammino che abbiamo iniziato e ad andare più lontano di quanto siamo andati noi.
Un buon leader crea seguaci. Un grande leader crea leader. Questo fu il più grande risultato di Mosè: aver lasciato dietro di sé un popolo disposto, in ogni generazione, ad assumersi la responsabilità di portare avanti il grande compito che egli aveva iniziato.

Di rabbi Jonathan Sacks zzl