Israele verso lo stop agli aiuti militari USA

Israele

di Davide Cucciati

Entro un decennio, Israele potrebbe rinunciare agli aiuti americani in ambito militare. Sarebbe una svolta storica perché l’attuale architettura dell’assistenza USA, consolidata dagli anni Ottanta nella forma contemporanea e codificata nell’accordo decennale firmato nel 2016 durante la presidenza di Obama, è un pilastro della sicurezza israeliana.

Ad aprile 2025, Netanyahu si è recato alla Casa Bianca per discutere anche della politica di dazi statunitensi. Reuters evidenzia che, in quell’occasione, Netanyahu ha promesso di muoversi sul terreno commerciale per ridurre il surplus israeliano con gli Stati Uniti. Trump ha ricordato allo Stato ebraico che “gli Stati Uniti danno a Israele miliardi ogni anno”.

Netanyahu rilancia: gli aiuti entrano nella partita dei dazi

In un quadro simile, Netanyahu intende rinunciare agli aiuti americani anche per avere margine di trattativa sul tema tariffario. A sua volta, Trump può presentare l’eventuale riduzione degli aiuti come un successo dell’America First: un alleato che “sceglie” di rinunciare ai miliardi senza doversi assumere il costo politico di un taglio imposto dall’alto a un partner strategico.

L’indicatore politico: Greene esce ma il segnale resta

Qui entra un dettaglio utile per leggere lo scenario MAGA. La repubblicana Marjorie Taylor Greene non è più in Congresso ma la sua traiettoria racconta qualcosa della pressione interna a destra contro aiuti e interventismo: Greene ha annunciato l’uscita dal Congresso a inizio gennaio 2026, consumando la rottura con Trump dopo settimane di attacchi reciproci e una postura sempre più ostile agli aiuti e alle “foreign wars”. Il punto è che, per una parte dell’elettorato repubblicano, il rapporto con gli alleati non è più un riflesso valoriale ma una voce di costo. Fino a quando la classe media statunitense sarà in difficoltà, ogni aiuto verso partner stranieri sarà percepito come un tradimento dell’“America First”. Netanyahu sembra voler disinnescare questa dinamica.

Il conto israeliano: la coperta è corta

C’è però un problema strutturale. L’accordo in vigore, firmato nel 2016, prevede quasi 40 miliardi di dollari fino al 2028 e rappresenta un elemento strutturale della pianificazione della difesa israeliana. Dire “arriviamo a zero” mentre si discute di rafforzamento militare nazionale apre inevitabilmente un quesito fiscale: chi paga la transizione, con quali imposte, quali tagli e quali priorità? Globes riporta che il Ministro della Finanze Smotrich ha apertamente parlato della necessità di “tasse più alte o una riduzione della spesa pubblica altrove.”

Il contesto americano: lavoro e crescita

C’è poi un ultimo livello, che spiega perché Trump tenda a ricondurre tutto al tema degli aiuti. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno creato 584.000 posti di lavoro, circa 49.000 al mese, un dato molto basso rispetto agli anni immediatamente precedenti. È scritto nero su bianco nel comunicato del Bureau of Labor Statistics, che ricorda anche che nel 2024 l’aumento era stato di 2,0 milioni. Se allarghiamo l’arco agli ultimi anni, i numeri che contano per l’americano medio sono questi: nel 2021 circa 6,7 milioni di posti in più, nel 2022 circa 4,5 milioni, nel 2023 circa 2,7 milioni, nel 2024 circa 2,0 milioni, nel 2025 584.000. Ciononostante, la crescita del PIL ha continuato a sorprendere. Il punto è che sempre più osservatori descrivono una crescita concentrata su high tech, data center, semiconduttori e investimenti legati all’AI, con un resto dell’economia assai meno brillante.

È qui che la politica estera torna a essere, per Trump, materia interna. Se la percezione diffusa è che lavoro, salari e costo della vita decidano le elezioni di midterm più di qualunque “spettacolo geopolitico” permanente allora la voce “aiuti all’estero” diventa un bersaglio naturale. Netanyahu, proponendo una traiettoria di riduzione, prova a togliere alla Casa Bianca un argomento facile e a trasformarlo in merce di scambio nel negoziato sui dazi.

In sintesi, l’annuncio del primo ministro israeliano va letto come un’offerta fatta nel linguaggio dell’America First per ottenere margini sul commercio. Il vero test arriverà dopo, quando la tattica negoziale dovrà diventare politica di bilancio e la promessa di autonomia dovrà passare dai titoli alle scelte concrete.