Yoel Levy, un Batman che corre per ricordare Ariel e Kfir Bibas

Personaggi e Storie

di David Zebuloni

Il 14 novembre 2021 ricevetti su Instagram un messaggio inatteso da parte di un ragazzo di nome Yoel Levy: un personal trainer britannico con qualche centinaio di follower. “Ciao David, stai lavorando su qualche obiettivo di fitness in questo periodo?”, mi scrisse. Ancora oggi non so come sia arrivato proprio a me (e se avrei dovuto offendermi per quell’approccio), ma elusi la domanda con cortesia. E probabilmente commisi un errore. Anzi, non un solo errore, ma ben due errori clamorosi: il primo quando ho rinunciato a una rara occasione di perdere qualche chilo di troppo, e il secondo quando mi sono lasciato sfuggire l’opportunità di affidarmi a un personal trainer che, nel giro di poco tempo, è diventato noto in tutto il mondo. Una vera e propria icona del benessere.

Oggi, quando lo incontro a Tel Aviv durante una delle sue frequenti visite nello Stato Ebraico, è difficile camminare con lui senza che qualcuno lo fermi per chiedergli un selfie. Yoel Levy, 26 anni, è diventato negli ultimi anni – e soprattutto dal 7 ottobre – uno dei creator ebrei più conosciuti e amati del web. Prima come personal trainer specializzato nell’adattare uno stile di vita sano a uno stile di vita ebraico (una sfida tutt’altro che semplice), poi come sionista orgoglioso impegnato nelle sorti della sua patria e del suo popolo.

“Da bambino mi è stata diagnosticata la dislessia, e andare a scuola è stata per me una sfida tutt’altro che semplice”, inizia a raccontare. “Proprio per questo motive lo sport è diventato il mio spazio sicuro: il luogo in cui mi sentivo a mio agio e capace. Correndo liberavo tantissima energia, e molto presto questo hobby è diventato la mia più grande passione. Nel 2017 sono diventato la persona più giovane di sempre a correre la maratona di Londra. Quando finii ero convinto che non avrei mai più partecipato a una maratona, e ovviamente mi sbagliavo”.

E quanto si sbagliava. Dal 7 ottobre Yoel è diventato virale sui social, anche grazie alla partecipazione a diverse maratone in giro per il mondo. “Di tutto ciò che è accaduto dall’inizio della guerra, il dramma degli ostaggi è quello che mi ha toccato maggiormente”, racconta. “All’inizio provavo una grande vicinanza verso tutti gli ostaggi, ma quando ho iniziato a leggere della famiglia Bibas ho sentito che la mia anima si legava alla loro. Ti sembrerà un po’ sciocco, ma ho due fratelli dai capelli rossi e non potevo non provare un’empatia speciale per i piccoli volti di Ariel e Kfir”.

E non è tutto. Il giorno dopo essersi iscritto alla maratona di Gerusalemme, Yoel è venuto a sapere che Hamas avrebbe restituito a Israele i corpi di Shiri Bibas e dei suoi due figli Ariel e Kfir. “La notizia mi ha sconvolto”, ricorda. “Ho sentito che dovevo commemorare la loro memoria e ho deciso che alla maratona successiva avrei corso travestito da Batman. Volevo soprattutto attirare l’attenzione. Volevo che chiunque mi vedesse pensasse che fossi strano, forse persino buffo, e che cercasse online il motivo per cui uno strano tipo corre travestito da supereroe. Pensavo che così avrebbero scoperto la storia della famiglia Bibas, e avevo ragione. Non volevo costringere i miei followers a conoscere la realtà israeliana, ma volevo suscitare in loro un interesse sincero e autentico per esplorarla da soli”.

L’iniziativa ha subito preso slancio e, dopo la maratona di Londra, Yoel è esploso in rete. Tutti parlavano del ragazzo che correva decine di chilometri con un costume sintetico e bizzarro. Media locali e internazionali hanno raccontato la sua storia – che in realtà è la storia della famiglia Bibas. “Il mio obiettivo oggi è correre le maratone più importanti del mondo travestito da Batman, per continuare a raccontare la storia di Ariel e Kfir. Affinché nessuno possa dimenticarli”, dice il trainer britannico, aggiungendo subito, con emozione, che a questo scopo se n’è aggiunto un altro – non meno importante.

“Quando ho corso la maratona di Sydney è successa una cosa incredibile”, spiega con entusiasmo. “La comunità ebraica locale è venuta a farmi il tifo, armata di bandiere israeliane e palloncini arancioni. In quel momento ho capito che questa iniziativa strana non apparteneva più solo a me. È nostra. Di ogni ebreo, ovunque si trovi, anche se vive nell’angolo più remoto del mondo. La vedo come una doppia missione: commemorare la famiglia Bibas e, allo stesso tempo, risvegliare negli ebrei della diaspora un senso di orgoglio pubblico. In un’epoca in cui gli ebrei in Europa e negli Stati Uniti hanno temono di mostrare la propria identità, il mio obiettivo è incoraggiarli a essere se stessi, senza paura e senza scuse”.

Nel frattempo, sembra che non solo i media abbiano notato lo strano ragazzo che corre travestito da Batman. Terminata la maratona di Londra, stanco e sfinito, Yoel è tornato a casa, si è fatto una doccia, ha indossato il pigiama, si è buttato sul letto e ha preso il telefono. “Non credevo ai miei occhi”, racconta. “Avevo ricevuto un messaggio su Facebook da Yarden Bibas. All’inizio ero convinto fosse un profilo falso, ma era davvero lui. Mi si è rivoltato lo stomaco dall’emozione. Mi ha scritto parole bellissime, piene di una gratitudine autentica. Abbiamo deciso di incontrarci la prossima volta che sarei venuto in Israele, ed è davvero successo lo scorso luglio”.

Sì, Yoel Levy ha incontrato il sopravvissuto alla prigionia, Yarden Bibas, e sua madre Pnina. Un incontro che descrive come cruciale. “Mi hanno trattato in modo incredibile, come un vero membro della famiglia”, ricorda, con gli occhi ancora pieni di luce. “Yarden mi ha detto che in molti hanno parlato della sua famiglia, ma c’è una cosa più importante delle parole: le azioni. Ciò che lo ha commosso della mia iniziativa è che ho agito per i suoi figli, e non mi sono limitato a parlare di loro. Il nostro incontro ha influenzato profondamente il modo in cui percepisco la realtà. Nonostante sia stato prigioniero nel luogo più oscuro del mondo, c’è così tanta luce in quest’uomo. E sua madre mi ha persino regalato una spilla di Batman arancione – da allora è sempre con me. Non riesco più a correre senza”.

Levy ha iniziato il suo percorso sui social nel 2019 con il nome Live Well With Yoel. Poi, con lo scoppio della pandemia ha deciso di cambiare il nome del profilo in The Jewish Fitness Coach: un brand di successo che continua a portare avanti ancora oggi. “Quando mi sono innamorato del mondo della corsa ho iniziato a seguire vari personal trainer e nutrizionisti online, e ho scoperto molto rapidamente che nessuno di loro era davvero fonte di ispirazione per me”, spiega. “Nessuno rispettava la kasherut, nessuno sapeva cosa fosse lo Shabbat o quali fossero le festività. Cercavo di adottare le loro abitudini per vivere in modo più sano, ma come potrei rinunciare ai carboidrati la sera di Shabbat? E perché mai dovrei rinunciare alla mia challah? A quel punto ho capito: il pubblico di Instagram aveva bisogno di un personal trainer ebreo, capace di fare un po’ di chiarezza tra il desiderabile e il possibile”.

E qual è la tua agenda come “personal trainer ebreo”?

“Permettere alle persone di mangiare la challah e, allo stesso tempo, perdere peso”.

Impossibile.

“Possibilissimo. Anzi, auspicabile. Il segreto è la misura. Sì, se mangi un’intera challah probabilmente non riuscirai a dimagrire. Ma – ed è un ‘ma’ importante – se prendi una bella fetta di challah morbida e dolce, accompagnata da una quantità non meno generosa di verdure e proteine di qualità, potrai mantenere uno stile di vita sano. E non solo: potrai anche conservare la gioia di vivere. Questo è il vero obiettivo”.

Da cicciottello certificate quale sono, non sono sicuro che il tuo amore per la challah sia credibile.

“Forse ti sorprenderà, ma prima di correre una maratona mangio quantità assurde di challah. Fino all’ultimo momento prima di scendere in pista. Per me è l’alimento perfetto: fornisce tantissima energia, è facile da digerire e, soprattutto, è incredibilmente buona”.

Quindi lo slogan delle feste ebraiche “hanno provato a ucciderci, non ci sono riusciti, ora mangiamo” non deve minacciare la nostra linea?

“Credo davvero che l’ebraismo sia una religione che santifica l’equilibrio. L’estremismo, in qualsiasi direzione, semplicemente non si concilia con un autentico stile di vita ebraico. Sì, mi piacerebbe ridurre un po’ le quantità di zucchero in alcuni dei nostri dolci, ma non meno importante – mi piacerebbe ridurre anche i sensi di colpa che accompagnano ogni singolo boccone”.

L’approccio di Yoel ha conquistato il cuore degli ebrei di tutto il mondo. E non solo di quelli sempre a dieta: il suo profilo Instagram conta oggi centinaia di migliaia di follower e rappresenta per loro una vera comunità. “Ho sempre sognato di essere un modello d’ispirazione per i miei coetanei e persino per chi è più giovane, ma non mi aspettavo affatto di raggiungere un pubblico così ampio”, confessa. “Oggi mi scrivono ragazzi che subiscono antisemitismo a scuola, così come adulti che vogliono adottare nuove abitudini di vita. Non avrei mai pensato che persone di sessanta o settant’anni potessero trovare nel mio profilo contenuti interessanti e rilevanti per loro. Siamo diventati una sorta di grande famiglia”.

Ma il 7 ottobre ha cambiato anche i piani del giovane allenatore e il suo profilo Instagram di successo, che fino a quel momento si concentrava soprattutto su addominali e carboidrati a basso contenuto calorico, ha iniziato a trattare temi molto più seri. “Ricordo quel giorno come se fosse ieri”, racconta. “Stavo andando a casa di un amico per guardare una partita di calcio insieme, quando mi sono imbattuto nei video delle atrocità. Sono rimasto sconvolto. Senza parole. La prima emozione è stata lo shock, la seconda il bisogno di agire. Anche se non sono israeliano, in quel momento ho sentito il bisogno di far parte della storia israeliana, in qualsiasi modo possibile. Ho pensato a quale contributo potessi dare allo Stato ebraico in un momento di crisi, quali strumenti avessi a disposizione, e ho capito molto rapidamente che la mia attività sui social era lo strumento con cui potevo davvero generare un cambiamento”.

Così Yoel ha iniziato a raccontare Israele, ma se entrate nel suo profilo troverete ben pochi video che parlano di politica, sicurezza, terrorismo o guerra. “Non sono un esperto di geopolitica, quindi perché qualcuno dovrebbe voler ascoltare le mie analisi sulla guerra? Qual è la mia autorità per spiegare fatti di sicurezza di questo tipo?”, chiede più a se stesso che a me. “No, volevo occuparmi solo degli ambiti in cui mi sentivo competente”, prosegue dopo una breve pausa. “Prima del 7 ottobre mi occupavo soprattutto di scolpire addome e petto di chiunque lo desiderasse. Dopo il 7 ottobre non ho condiviso neppure un contenuto che riguardasse il corpo. Ho deciso di dare voce all’anima, al modo in cui il corpo influenza l’anima e viceversa. D’altronde, ho iniziato a fare sport per scaricare lo stress, non per essere muscoloso e attraente. Dal 7 ottobre sono tornato alle origini. Oggi cerco di aiutare le persone a ridurre stress e ansia attraverso l’attività fisica, e di insegnare cos’è la resilienza della società israeliana e come ognuno possa trovare dentro di sé la forza per andare avanti, anche nei momenti più difficili”. Durante le sue numerose visite in Israele, infatti, il più popolare personal trainer ebreo dei social si assicura anche di visitare i luoghi più belli e dimenticati della regione. Incontra persone impegnate nel sociale e dà loro visibilità. Il suo obiettivo è mostrare il volto più bello del paese più bello del Medio Oriente.

Yoel Levy è nato a Londra e si è trasferito a Manchester all’età di sette anni. È il più giovane di quattro fratelli, e sua sorella Hanna, più grande di lui di dieci anni, ha la sindrome di Down. Chi lo segue sui social la conosce già molto bene. “Non mentirò: crescere accanto a una sorella con la sindrome non è semplice, ma ha anche moltissimi vantaggi”, racconta. “Hanna mi ha insegnato a essere una persona paziente, premurosa, empatica. Gliene sono grato ogni giorno”.

Quanti dei tuoi follower sono in realtà follower di Hanna?

“La maggior parte! Hanna è la vera rockstar di casa. È una figura centrale nella mia vita, ed è quindi una parte fondamentale anche del mio impegno sociale e della mia attività in rete. Sono cresciuto in un ambiente in cui la maggior parte dei miei amici non aveva fratelli con disabilità, e per questo per me era importante normalizzare Hanna e renderla accessibile al grande pubblico. Credo davvero che il suo percorso possa essere fonte di ispirazione per molte persone. Non comunica facilmente con le parole, e per lei camminare è molto difficile, ma nonostante tutto – mia sorella è la persona più buona e felice che abbia mai conosciuto”.

Non ti sei mai vergognato di lei?

“È una domanda molto difficile. Sì, da bambino sì. Mi vergognavo di lei. Devi capire: con Hanna tutto era molto più complicato. Andare al parco, uscire a mangiare fuori – ogni azione semplice richiedeva enormi sforzi familiari e tanto lavoro dietro le quinte. Per questo motivo mi vergognavo. Non volevo che ci vedessero vulnerabili, in difficoltà. Ma oggi? È il mio più grande orgoglio. Davvero. In fondo lei mi rende una persona migliore. Come potrei non esserne fiero?”.

E naturalmente Hanna, la star indiscussa, è destinata a prendere parte al prossimo sogno che il personal trainer sta per realizzare. “Quest’anno ho intenzione di correre le maratone di Tel Aviv, Toronto, New York, Miami, Parigi, Città del Capo, San Paolo e Buenos Aires”, rivela Yoel. “E alla maratona di Tel Aviv, che si terrà a fine febbraio, Hanna sarà con me. In una parte del percorso correrò con lei seduta su una sedia a rotelle, trascinandola mentre indosso il costume e il mantello di Batman. Bello, no? Ho sempre voluto che mia sorella maggiore fosse con me in un momento così significativo della mia vita, e ho pensato: non c’è posto più sicuro al mondo di Israele per realizzare questo sogno”.

A proposito di sogni, dopo aver corso in tutto il mondo, cos’altro vorresti fare?

“Ora che la guerra è finita, voglio tornare un po’ alle origini. Concentrarmi di nuovo sullo sport, sull’alimentazione corretta e su uno stile di vita sano. Il mio obiettivo è far sentire gli ebrei di tutto il mondo bene con se stessi, nel proprio corpo, senza rinunciare alla propria identità o alla tradizione. Credo che scriverò un libro di cucina – una versione salutare delle ricette iconiche della cucina ebraica. Ma se mi chiedi qual è il mio vero sogno, la risposta è una sola: creare una linea di prodotti sani per le catene alimentari. Prodotti che abbiano esattamente il sapore dei cibi ebraici che tutti amiamo, ma con valori nutrizionali davvero di qualità. Cibo che faccia bene al nostro corpo, non solo all’anima”.

E per quanto riguarda l’Aliyah? Hai mai pensato di trasferirti in Israele?

“Certo che ci ho pensato. Ci penso continuamente. E mi è chiaro che succederà. In realtà, la domanda non è se venire a vivere in Israele, ma quando. L’Aliyah è un evento che accade una sola volta nella vita, ed è importante che sia indimenticabile. So anche che Manchester non è poi così lontana da dove siamo ora, e apparentemente non si tratta di una sfida enorme o di un cambiamento troppo drastico per me, ma credo che il viaggio che ho intrapreso in Inghilterra non sia ancora giunto al termine. Non sono arrivato alla meta. Devo concludere ciò che ho iniziato lì prima di poter tornare a casa. E allora sarà per sempre”.