Scienza e criminologia: per la caccia al colpevole il “fiuto” non basta

Libri

di Esterina Dana

Quella di Salvatore Ottolenghi fu una vera rivoluzione concettuale. Medico innovatore, tra i padri della scienza criminologica, fondò a Roma, nel 1902, la Scuola  di Polizia Scientifica dove nacquero i profili genetici e psicologici, le perizie grafiche, l’analisi balistica

 

Numerose serie tv di genere poliziesco ci hanno abituati a riconoscere e a seguire iter investigativi che conducono alla risoluzione di un crimine. Introducendoci nei laboratori forensi, nelle stanze delle autopsie, negli archivi digitali, ci dimostrano che la verità giudiziaria nasce da precisione, tecnica e osservazione rigorosa dei dati. Meno noto è che i moderni strumenti come i profili genetici e psicologici, le perizie dattiloscopiche, le autopsie e le indagini balistiche sono frutto della mente di Salvatore Ottolenghi. Eclissano i vecchi metodi basati sul “fiuto” o il pregiudizio degli agenti di pubblica sicurezza, fonti di numerosi errori giudiziari, e consentono di identificare i veri responsabili dei reati, anche mediante la riapertura di casi giudiziari insoluti (i cold case). Tra gli altri, quello degli anni Venti ai danni di Gino Girolimoni, condannato innocente per stupro e duplice omicidio e quello dello Smemorato di Collegno, celebrato nella letteratura teatrale e cinematografica.

Nel libro pubblicato da Giuntina, Salvatore Ottolenghi. Inventore della Polizia scientifica, Roberto Riccardi, Generale dei Carabinieri e giornalista, ne ripercorre la figura. Nato nel 1861 ad Asti da una famiglia ebraica in un contesto storico favorevole agli ebrei, medico e criminologo, è allievo di Cesare Lombroso, anch’egli ebreo e autore della teoria dell’uomo delinquente, identificabile dai tratti somatici del cranio, ma supera l’approccio del maestro, introducendo altre matrici del crimine come il “contesto” o la “malattia mentale”. Profondamente colpito dal caso Dreyfus, lo anima il desiderio di rendere “la giustizia più giusta”, ovvero oggettiva e avulsa dalle delazioni o dalle confessioni estorte con la tortura.

La sua formazione medica lo induce a sostenere la necessità di metodi scientifici per prevenire e contrastare il crimine. Il delinquente non è solo un soggetto da punire, ma una persona da comprendere e, se possibile, curare; il carcere diventa rieducazione. Quella di Ottolenghi si rivela una rivoluzione concettuale, oltre che metodologica. L’idea che la scienza possa guidare la mano degli investigatori nasce a Roma nel 1902, nei corridoi della Scuola di Polizia Scientifica da lui fondata con l’assenso di Giovanni Giolitti, allora Presidente del Consiglio dei ministri, nell’ambito della Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interni.

Un locale al pianterreno del carcere romano di Regina Coeli è la sede perfetta per gli allievi che potevano trovarvi “prezioso materiale didattico”.

Egli introduce nuove tecniche come la fotografia giudiziaria e il cartellino segnaletico, superando l’antropometria del metodo Bertillon, basato sulle misurazioni delle parti del corpo, inadeguata soprattutto nel caso dei minorenni. La scuola diviene un centro di formazione avanzata per funzionari di pubblica sicurezza, carabinieri e, in seguito, anche per Forze armate di altri Paesi, favorendo la cooperazione internazionale di polizia e contribuendo anche alla nascita della carta d’identità italiana.

Nel suo percorso professionale, Salvatore Ottolenghi mantiene sempre grande rigore scientifico. Emblematico è il suo ruolo nelle indagini sul delitto Matteotti, laddove, nonostante le pressioni del regime fascista, non cede al tentativo di manipolare le conclusioni della medicina legale, difendendo l’autonomia delle indagini tecniche.

Tuttavia, durante il ventennio fascista, le innovazioni da lui introdotte verranno distorte per controllare i “sovversivi”.

Nel maggio del 1925 viene invitato a New York per un congresso mondiale delle Forze dell’ordine alla presenza di 40 nazioni. La sua relazione, ricca di esempi pratici, ottiene il consenso generale e un successo personale. Nell’incipit di un articolo uscito sul New York Evening Graphics, dichiara coraggiosamente: “Non c’è la pena di morte in Italia dal 1850. Il carcere a vita è la punizione prevista per l’omicidio. Forse l’America sente il bisogno della sedia elettrica ma…. Io non posso essere d’accordo con la pena capitale”. Ottolenghi muore nel 1934 convinto di aver servito lo Stato con onestà e ignaro della futura persecuzione antisemita che oscurò la sua memoria, la quale fu riscattata solo nel Dopoguerra.

 

Roberto Riccardi, Salvatore Ottolenghi. Inventore della Polizia scientifica, Giuntina, pp. 200, 18,00 euro