“Parlate ebraico? Allora andatevene”: il caso Amit Peled e l’eco inquietante dell’antisemitismo in Europa 

Mondo
di Anna Balestrieri
In un post su Instagram, Peled racconta che dopo aver preso l’ordine, un cameriere è tornato al tavolo e ha chiesto che lingua stessero parlando. “Quando ho detto ‘ebraico’, mi ha guardato dritto negli occhi e ha detto: ‘In tal caso, andatevene. Non vi servo il cibo’”. Peled racconta lo shock e il senso d’isolamento. “La gente attorno a noi era stupefatta, ma subito dopo ha ripreso a cenare, a parlare, a bere vino. Come se nulla fosse accaduto. Benvenuti in Europa, 2025.”
Il violoncellista israeliano Amit Peled (nella foto a sinistra) si trovava a Vienna per una serata con due colleghi musicisti, il violinista Hagai Shaham e la pianista Julia Gurvitch. Erano seduti a un tavolo del ristorante italiano Ramazotti (nella foto a destra), nel cuore della capitale austriaca. Avevano appena ordinato. Ma quella che doveva essere una cena tranquilla tra artisti si è trasformata in un episodio umiliante e indicativo di un clima preoccupante.

L’episodio agghiacciante nel cuore di Vienna 

In un post pubblicato su Instagram, Peled racconta che dopo aver preso l’ordine, un cameriere è tornato al tavolo e ha chiesto che lingua stessero parlando. “Ho risposto con naturalezza: ‘inglese e tedesco’. Ma lui ha insistito: ‘No, no, che lingua stavate parlando adesso?’ Quando ho detto ‘ebraico’, mi ha guardato dritto negli occhi e ha detto, senza esitazione: ‘In tal caso, andatevene. Non vi servo il cibo.’”
Peled racconta lo shock, la vergogna e il senso d’isolamento. “La gente attorno a noi era chiaramente stupefatta, ma subito dopo hanno ripreso a cenare, a parlare, a bere vino. Come se nulla fosse accaduto. Benvenuti in Europa, 2025.”

 

 

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Un segnale da non ignorare

 

L’episodio – che resta in attesa di un commento ufficiale da parte del ristorante coinvolto – si inserisce in un clima europeo sempre più intriso di ostilità verso l’identità ebraica. A prescindere dalla guerra in corso tra Israele e Hamas, l’uso della lingua ebraica in pubblico o l’esibizione di simboli religiosi e culturali ebraici sta diventando, in diverse città europee, inclusa Milano, un atto che espone a rischi concreti di discriminazione o aggressione.

Nel caso di Vienna, il contesto rende l’episodio ancora più pesante. Non è solo la capitale di un Paese con un passato ingombrante in materia di antisemitismo: è anche una delle grandi città europee che hanno fatto della cultura e dell’apertura multiculturale la propria immagine internazionale. Eppure, nel 2025, un gruppo di musicisti può essere cacciato da un ristorante per aver parlato ebraico — senza che nessuno intervenga.

Normalizzazione dell’odio

 

Ciò che colpisce maggiormente nel racconto di Peled non è solo il rifiuto del cameriere, ma il silenzio degli altri clienti. Non ci sono state proteste, né prese di posizione. Solo,  nelle parole di Peled, qualche “sguardo solidale”, poi un rapido ritorno alla normalità. Come se l’allontanamento di tre israeliani fosse un incidente secondario, fastidioso, ma trascurabile.
Questo silenzio, questa indifferenza, è ciò che rende più pericolosa la nuova ondata di antisemitismo in Europa: non urla, ma si insinua nei gesti, nelle omissioni, nei piccoli episodi quotidiani che non fanno notizia. Ma proprio da questi episodi, trascurati o minimizzati, nasce un clima sociale in cui l’odio si legittima e si diffonde.

La risposta che serve

 

Di fronte a casi come questo, le risposte devono arrivare su più livelli. Le autorità locali devono indagare e chiarire l’accaduto. Il ristorante ha il dovere di fornire spiegazioni e, se confermato il comportamento del cameriere, agire di conseguenza. Le istituzioni europee devono riaffermare con forza che l’antisemitismo non è compatibile con i valori fondanti dell’Unione.
Ma soprattutto, serve una presa di coscienza collettiva: l’antisemitismo non è “una questione ebraica”. È una questione europea. Un termometro che misura lo stato di salute delle nostre democrazie. Quando un cittadino viene cacciato da un locale per la lingua che parla, siamo tutti chiamati in causa. Tacere significa accettare. E accettare significa diventare complici.
In una Vienna che ha conosciuto i frutti della cultura ebraica – da Mahler a Freud, da Schönberg a Zweig – episodi come questo suonano come uno schiaffo alla memoria e una minaccia per il presente. Non possiamo permetterci di ignorarli. Né di permettere a Peled e colleghi di astrarsi dalle miserie del mondo solo grazie alla propria musica che ieri ha fatto sold-out, “un originale tipo di guarigione, un effimero ma potente momento di grazia nella dissonanza”.