GECE 2025: il potere delle idee, la forza della parola: scrivere, leggere, trasmettere

di Fiona Diwan

La Giornata europea della cultura ebraica. Popolo dei libri o del Libro? Per l’ebraismo la narrazione, le parole scritte e tramandate, le storie rinnovate e reinterpretate, sono un elemento imprescindibile. La rappresentazione plastica è la nuova National Library of Israel. Se ne parlerà alla GECE 2025

 

Che il Mossad fosse più celebre per le sue prodezze spionistiche che non per le competenze da bibliotecario lo sapevamo tutti. Ma non tutti sanno che il Mossad è stato per molto tempo (e lo è ancora) uno tra i più zelanti e ossessivi raccoglitori di volumi preziosi, un prodigioso bibliofilo-cacciatore di manoscritti, un autentico custode del Libro ogni qualvolta si è trattato di salvare volumi antichi, che si trattasse di opere filosofiche o raccolte poetiche, Torot, Ketubbot o antichi Siddurim, reperti scritturali e testimonianze scritte infrattate negli angoli più remoti del pianeta; testi che fossero testimoni del pensiero, della creatività, della preghiera e della vitalità artistica e intellettuale della presenza ebraica in Diaspora.

È accaduto con le cosiddette Corone di Damasco, nove strabilianti manoscritti medievali redatti tra il X e il XV secolo che il Mossad riuscì a trafugare negli anni Novanta dalla Siria, con un’operazione rischiosissima e rocambolesca che ha fatto storia. La bellezza e la preziosità di quei manoscritti era tale che la stessa comunità ebraica damascena li esponeva soltanto in feste e occasioni speciali, circondati com’erano da un’aura di tale sacralità da farne dei talismani.

E ancora: è accaduto per il Codice di Aleppo, per gli incredibili disegni di Bruno Schulz, trafugati dal Mossad in gran segreto, staccati in poche ore dalle pareti di una casa polacca su cui Schulz li aveva impressi e rispuntati pochi giorni dopo in Israele.

IL TESTO COMANDA, INCITA, PROTEGGE

Ci sono testi che hanno il potere di costruire un mondo. Accade da sempre: il testo comanda, guida, incita, protegge, muove, illumina, riconcilia, sprona. Una preghiera incisa su una pietra, una formula magica impressa su di una ciotola di argilla possono trasformare dei semplici oggetti domestici in potenti talismani procacciatori di prosperità. O ancora, dei banali bollettini di guerra per i soldati al fronte possono spingere alla resistenza più coraggiosa uomini esausti e disperati (come accadde ad esempio con i dispacci di combattimento redatti dal poeta Abba Kovner per i soldati della brigata Givati del Palmach, nel 1948, parole capaci di trasmettere quel febbrile fervore di battaglia che Kovner aveva portato con sé dal ghetto di Vilna, quando le sue parole avevano spronato un gruppo di smagriti sopravvissuti alla resistenza contro i nazisti).

IL TESTO CHE SALVA

Il potere delle idee, la forza della parola. Perché il reame della creatività è strano, oscuro, sconosciuto. Com’è noto, il testo sacro e la passione per lo studio hanno preservato l’identità ebraica per millenni, salvandola, come una conchiglia protegge la sua perla. A ben vedere, se ci soffermiamo, capiamo che in verità è un fenomeno che accade di continuo, in mille ambiti e modi diversi. Il testo che salva: Primo Levi non cerca forse di aggrapparsi al ricordo dei versi di Dante del canto di Ulisse per sentirsi ancora un essere umano? L’attore Gianrico Tedeschi, rinchiuso in campo di concentramento, non recitava forse le commedie di Pirandello, Shakespeare e Molière ai compagni di baracca, pur di resistere? Prigioniero in un gulag a 40 gradi sottozero, tra i pochi scampati al massacro di Katyn ad opera dei sovietici, per sopravvivere all’abbrutimento e agli stenti anche il pensatore polacco Jozef Czapski riuniva i compagni di prigionia dopo una giornata di lavoro forzato: stremati dalla stanchezza e dal gelo riuscì a tenerli in vita tutti quanti, fino alla liberazione, grazie alle lezioni su Marcel Proust che Czapski teneva, regalando loro momenti di pura estasi e bellezza, intere pagine della Recherche a memoria, senza nessun libro, una fiammella in un contesto di morte e deprivazione. O ancora, sempre negli stessi anni Quaranta, il filologo ebreo tedesco Erich Auerbach, in esilio a Istanbul per sfuggire alle persecuzioni naziste, non scriverà forse il suo monumentale capolavoro, Mimesis, senza uno straccio di libro da consultare, affidandosi ai ricordi, come Czapski, un’analoga arca della salvezza dall’ecatombe della disumanità? Gli esempi sono innumerevoli e attraversano i secoli di storia, ebraica e no.

UN POZZO DI LIBRI

Popolo dei libri o del Libro, quindi? Una domanda a cui cercherà di dare risposta l’edizione 2025 della GECE, Giornata Europea della Cultura ebraica, che quest’anno propone proprio questo tema (domenica 14 settembre, mattinata in Sinagoga Centrale, pomeridiana al Museo della Scienza e della Tecnica, vedi programma allegato).

Com’è noto, l’espressione Popolo del Libro fu coniata dai musulmani che nel Corano definiscono gli ebrei Ahal al-Ktab alludendo al loro legame indissolubile con il testo della Torà. Torà e ebraismo visti come un unicum, una cosa sola, qabbalisticamente uniti come due sposi, per l’eternità.

C’è da obiettare che, più sovente, il mondo ebraico ha pensato a se stesso come al Popolo della Legge, come se il Libro fosse un elemento talmente irrinunciabile da risultare ovvio.

Eppure, i libri ritornano incessantemente e ossessivamente nella storia ebraica, collezionati, consumati, letti e riletti, tramandati, protetti, salvaguardati…

Basterebbe farsi un giro nella nuova, magnifica Libreria Nazionale d’Israele a Gerusalemme per capirlo, basterebbe immergersi nei corridoi a spirale zeppi di volumi, seguire l’andamento ellittico di questa discesa nelle profondità sotterranee e ctonie dell’esperienza della lettura, basterebbe annegare in quel pozzo di libri che è la National Library of Israel per capirlo.

Così, non a caso proprio come un autentico pozzo, l’ha concepita il genio architettonico dei progettisti Herzog & de Meuron, monumento e tributo a un patrimonio di studi millenario. Omaggio alla memoria di pagine bruciate, di volumi andati in fumo nei roghi o perduti nelle peregrinazioni (si stima, ad esempio, che durante la Shoah siano andati distrutti cento milioni di libri di argomento variamente ebraico: una cifra spaventosa).

COM’È SEMPRE STATO

Le sensazioni, si sa, acquistano intensità se passano attraverso la memoria; una delle principali strategie creative è attuare consapevoli richiami al passato, non raccontare ciò che si vede ma ciò che si è visto.

Una concezione del passato come presenza vitale recuperabile attraverso processi di filtraggio consapevole. L’ebraismo non è anche forse un processo di rappresentazione del ricordo, la memoria stessa come processo che non si limita a toccare il passato ma al tempo stesso lo cambia, lo riaggiorna? Una prospettiva telescopica, un avvicinamento di ciò che è lontano. Un processo possibile solo attraverso la narrazione, le parole scritte e tramandate, le storie rinnovate e reinterpretate. Come? Com’è sempre stato e come sempre sarà: con una pagina bianca che prende vita mentre c’è una penna che la attraversa.