Bufera sulla Royal Academy: opere accusate di antisemitismo

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di Nina Deutsch
Nel mirino ci sono due lavori firmati da Michael Sandle: una intitolata ‘Terrorist versus smiling mass murderer of innocents’, prezzo 6000 euro. L’altra  ‘A propos terror – a pilot doesn’t hear the screams of the women and children he is massacring with impunity’ e viene proposta a 25.000 sterline.

Per il secondo anno consecutivo, la Royal Academy of Arts di Londra è finita nell’occhio del ciclone per l’esposizione di opere giudicate “antisemite” nella sua storica Summer Exhibition. A sollevare l’allarme è stata UK Lawyers for Israel (UKLFI), un’organizzazione legale che ha accusato l’istituzione britannica di ignorare le preoccupazioni della comunità ebraica e di dare spazio a lavori che «diffamano Israele» con messaggi fortemente politicizzati.

Le opere contestate

Nel mirino ci sono due lavori firmati da Michael Sandle, noto membro della Royal Academy. La prima opera, intitolata Terrorist versus smiling mass murderer of innocents, raffigura un presunto terrorista di Hamas contrapposto a un pilota dell’aviazione israeliana sorridente. Prezzo: 6.000 sterline. La seconda, una versione più ampia e costosa della prima, è intitolata A propos terror – a pilot doesn’t hear the screams of the women and children he is massacring with impunity e viene proposta a 25.000 sterline.

Entrambe, secondo UKLFI, accusano Israele di uccidere deliberatamente civili innocenti. «I titoli implicano un’accusa esplicita e falsa: che Israele massacri donne e bambini su larga scala. Questo non corrisponde alla realtà e rappresenta un caso classico di antisemitismo secondo la definizione dell’IHRA», si legge nella lettera indirizzata al direttore della Royal Academy, Simon Wallis (UKLFI).

L’IHRA, acronimo di International Holocaust Remembrance Alliance (Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto), è un’organizzazione intergovernativa che riunisce governi ed esperti per promuovere l’educazione, la ricerca e la memoria dell’Olocausto a livello globale. Non solo: l’IHRA si concentra anche sulla lotta contro l’antisemitismo e la distorsione della storia dell’Olocausto.

Un déjà vu: le polemiche del 2024

Non è la prima volta che le opere di Sandle accendono la polemica. Già nel 2024 l’artista aveva esposto un disegno dal titolo The mass slaughter of defenceless women & children is not how you deradicalise Gaza, in cui un pilota senza volto sfrecciava su un aereo decorato con il Maghen David, sorvolando corpi avvolti in sudari. L’opera aveva indignato diverse organizzazioni ebraiche, ma la Royal Academy aveva scelto di mantenerla in mostra.

A rendere ancora più accesa la controversia è il trattamento riservato ai giovani partecipanti del Young Artists’ Summer Show, un concorso collegato all’evento principale. Due delle opere presentate da studenti adolescenti sono state rimosse a seguito delle lamentele: una mostrava figure femminili urlanti sotto una svastica, l’altra riportava la frase «Jews say stop genocide on Palestinians: Not in Our Name». Le opere di Sandle, invece, sono rimaste esposte nella mostra ufficiale per adulti. Per UKLFI si tratta di un «preoccupante doppio standard»: «La Royal Academy ha vergognosamente ignorato le opinioni dei suoi visitatori ebrei e israeliani, esponendo opere che veicolano stereotipi antisemiti e accuse false», ha dichiarato un portavoce.

La difesa della Royal Academy

L’istituzione artistica ha risposto alle critiche rivendicando la propria vocazione alla libertà di espressione. «La Summer Exhibition è la più grande mostra d’arte contemporanea aperta al pubblico al mondo», ha spiegato in una nota. «Ospitiamo oltre 1.700 opere e ogni anno il comitato curatoriale – composto da membri della Royal Academy – seleziona con criteri artistici e tematici. Gli accademici, come Michael Sandle, hanno il diritto automatico di presentare fino a sei lavori».

La Royal Academy ha inoltre ricordato che l’inclusione di un’opera non rappresenta un endorsement del suo messaggio e che ogni opinione espressa dagli artisti è sotto la loro esclusiva responsabilità. Quanto alla possibilità di rimuovere opere o espellere membri, l’istituzione ha chiarito che un’accademico può essere radiato solo per gravi reati penali – e la decisione spetta unicamente al Sovrano del Regno Unito – oggi Re Carlo III – come stabilito dallo statuto dell’istituzione. Una misura estrema, applicata in passato solo in casi eccezionali, come una condanna penale per omicidio.

Antisemitismo o libertà artistica?

UKLFI insiste che le opere in questione non sono semplici espressioni artistiche, ma veri e propri atti d’accusa basati su disinformazione. «Accusare Israele – o peggio, “gli ebrei” – di massacrare impunemente donne e bambini è una forma moderna della diffamazione del sangue», si legge nel comunicato dell’organizzazione legale. «Israele ha una delle proporzioni più basse di vittime civili nei conflitti urbani: 1 o 2 civili per ogni terrorista ucciso, contro 8 o 9 in altri scenari».

La vicenda ha riacceso il dibattito su quanto una mostra pubblica debba o meno porre limiti ai messaggi politici degli artisti. In un momento in cui le tensioni globali attorno al conflitto israelo-palestinese si riflettono anche sulle istituzioni culturali, il caso della Royal Academy solleva interrogativi delicati sul confine tra arte, attivismo e responsabilità pubblica.

Arte antisemita? non un caso isolato

Del resto, quello della Royal Academy non è un caso isolato. Episodi di arte politicizzata con messaggi ritenuti antisemiti si moltiplicano da tempo in varie forme e contesti. Un esempio tra tutti, nel 2024, a Milwaukee, un murale apparso su un muro di una strada centrale ha sollevato una bufera: raffigurava una Stella di David intrecciata a una svastica, con la scritta in maiuscolo «L’IRONIA DI DIVENTARE CIÒ CHE UNA VOLTA ODIAVI». Come riportato dal Milwaukee Journal Sentinel, il murale è stato definito «vile» e «orribilmente antisemita» dai leader della comunità ebraica locale, che lo hanno interpretato come un tentativo deliberato di ferire i sopravvissuti alla Shoah.

Le critiche della sinistra ebraica

Ma le critiche arrivano anche da una certa sinistra ebraica, che guarda alla questione da un’angolazione diversa. Un’inchiesta di Jewish Currents — rivista progressista che esplora la vita ebraica attraverso una lente critica e impegnata — mette in luce come, dopo il 7 ottobre 2023, il mondo dell’arte occidentale sia stato travolto da una vera e propria ondata di repressione anti-palestinese. Da Amsterdam a San Francisco, artisti che hanno osato criticare la violenta offensiva israeliana su Gaza hanno visto le loro mostre cancellate, le opere rimosse e molte opportunità svanire, creando un clima di censura senza precedenti.

L’inchiesta sottolinea come questo clima abbia acceso tensioni e dibattiti anche all’interno della comunità ebraica, evidenziando la complessità e le fratture che attraversano il dibattito artistico-politico in tempi di crisi. Un segno di quanto l’arte possa trasformarsi in un campo di battaglia tra libertà d’espressione e pressioni politiche.

Il confine tra arte e propaganda

Ma la vera domanda rimane aperta: dove si traccia il confine tra arte e propaganda? Sul tema ci sarebbe molto da dire. Quando un’opera diventa antisemita, e cosa significa oggi parlare di arte antisemita? Questi interrogativi sono al centro di un dibattito acceso, soprattutto in un contesto così polarizzato come quello del conflitto israelo-palestinese.

L’arte ha da sempre la funzione di provocare, scuotere e far riflettere, ma quando un messaggio si trasforma in strumento di odio o diffamazione verso un intero popolo, rischia di oltrepassare la linea della libertà espressiva. Oggi, l’arte antisemita si manifesta spesso in forme più sottili e complesse: non solo attraverso immagini o simboli esplicitamente offensivi, ma anche mediante narrazioni che colpevolizzano collettivamente gli ebrei, negano la realtà storica o applicano doppi standard rispetto ad altri conflitti.

In un’epoca in cui l’arte è anche un megafono politico, capire e definire questo confine è fondamentale per tutelare sia la libertà creativa sia il rispetto verso chi rischia di essere vittima di pregiudizi e discriminazioni.

Segnali positivi e costruttivi

Per sfatare il detto “good news, no news”, è fondamentale dare visibilità anche alle iniziative artistiche che, con coraggio e sensibilità, esprimono un punto di vista sulla situazione e cercano di scuotere le coscienze in tutto il mondo, anche di chi è distante dal conflitto. La rappresentazione del trauma e la sua simbolizzazione attraverso l’arte sono da sempre parte della storia umana: non c’è guerra che non abbia generato forme di espressione capaci di elaborare e raccontare il dolore.

Tra queste iniziative, spicca l’asta benefica di maggio a Milano, che ha riunito quaranta artisti italiani e internazionali con opere cariche di significato, destinate a raccogliere fondi per progetti umanitari in Palestina. Una mostra concreta di come l’arte possa farsi portavoce di impegno, solidarietà e speranza, aprendo spazi di dialogo e consapevolezza anche nei momenti più difficili. E con questi buoni intenti, non è la sola.