Sinagoghe&Oratori

I servizi Religiosi

La Comunità cura, tramite il suo rabbinato, la vita religiosa e rituale di ogni suo iscritto per tutto il ciclo della vita, dalla nascita alla morte. La nascita di un maschio, secondo un’antica usanza, è annunciata in sinagoga durante la preghiera (Tefillà) del venerdì sera; all’ottavo giorno si pratica la circoncisione (Brit Milà) che riconferma il patto tra Dio e l’uomo. Il giorno precedente si usa tenere una serata di studio in segno di augurio per il neonato. Durante la cerimonia il neonato viene posto per buon augurio sulla sedia del profeta Elia e al bambino viene imposto il nome. È usanza dare rilievo alla nascita di una bambina con la cerimonia di imposizione del nome quando questa compie il mese. Una seconda cerimonia aspetta il primogenito maschio dopo trenta giorni dalla nascita: il “riscatto” (Pidyòn Ha-Ben). Il riscatto consisteva nel consegnare simbolicamente a un discendente di Aronne (un cohèn o sacerdote) cinque monete d’argento, che venivano destinate in beneficenza o restituite allo stesso padre del bambino. La cerimonia ha mantenuto oggi l’antico rituale. Secondo la legge ebraica, il giovane a tredici anni diventa “maggiorenne”, è personalmente responsabile dinanzi a Dio dell’osservanza di tutti i precetti religiosi ed entra a far parte del mondo adulto. La celebrazione in sinagoga del Bar-mitzwà (figlio del precetto) è preceduta dalla preparazione del ragazzo, che deve conoscere i precetti che dovrà osservare per tutta la vita. In questa occasione mette per la prima volta i tefillin (i due astucci che contengono brani di preghiere da tenere intorno al braccio sinistro e sulla fronte per la preghiera del mattino dei giorni feriali), simbolo dell’impegno di osservare la Legge con la mente e con il cuore. Il giorno della cerimonia il ragazzo è chiamato sul podio a leggere un brano della Torà: è il riconoscimento pubblico che ha raggiunto la maggiore età ed è entrato a far parte degli adulti. Da questo momento egli sarà contato nel numero dei dieci maschi adulti (minian) necessari per recitare le preghiere pubbliche. Una cerimonia viene fatta per le ragazze (Bat-mitzwà) al compimento del dodicesimo anno. Un nuovo momento importante della vita è segnato dal matrimonio. La Torà rappresenta il matrimonio come parte fondamentale dello schema della creazione; il suo scopo non è solo quello di assicurare alla coppia una posterità, ma anche un conforto reciproco. Il dovere di creare una famiglia, secondo la tradizione, è il primo dei 613 precetti della Torà.
Il matrimonio si celebra in sinagoga ma anche nella casa della sposa o in un giardino. La cerimonia si svolge in due fasi. Con la consacrazione (qiddushìn), lo sposo alla presenza di due testimoni infila l’anello nell’indice destro della sposa e la dichiara sua moglie. Solo il divorzio può ora separarli. Con lo sposalizio (nissuìm), i giovani, alla presenza di dieci uomini, vanno sotto il baldacchino nuziale (kuppà) o sotto il manto di preghiera (tallèd), simbolo di coabitazione. L’officiante recita sette benedizioni, gli sposi bevono vino da un unico calice che lo sposo poi rompe. Prima della cerimonia lo sposo consegna alla madre della sposa il contratto nuziale (ketubbà ), la carta dotale tradizionale. Essa contiene i nomi degli sposi e dei rispettivi padri ed è firmata dallo sposo e da due testimoni. La scrittura e la consegna della ketubbà sono una parte integrante del rito nuziale. Con tale documento il marito si impegna ad assicurare alla sposa, in caso di morte o divorzio, una somma tale da garantirle un tenore di vita indipendente e decoroso. La tradizione ha sancito le regole legate alla morte, al periodo di lutto, alla sepoltura della salma e ai cimiteri. Il corpo del defunto viene sottoposto a lavanda rituale da parte di persone pie che fanno parte della Confraternita della morte (Chevrà kaddishà). Esse avvolgono la salma in teli bianchi, come simbolo di purezza spirituale. Poi il defunto viene accompagnato al cimitero e posto in terra. In memoria del defunto si recita il Kaddìsh, una preghiera in aramaico di esaltazione e rassegnazione. Dopo la sepoltura, il corpo non può più essere rimosso, tranne che per essere sepolto in Israele. I cimiteri sono quindi permanenti. Nei cimiteri la tomba è costituita da una semplice pietra, con ornamenti ridotti all’essenziale, senza fotografie né altre immagini. Dal momento in cui il cadavere è ricoperto di terra inizia il periodo di lutto (aveluth) per i parenti (avelim). Tale periodo consta di tre momenti: il primo dura sette giorni ed è il più doloroso e intenso. Il secondo, che si conclude al trentunesimo giorno, segna un’attenuazione delle manifestazioni di dolore. Il terzo dura un anno. L’ebraismo prescrive che, per quanto il dolore per la perdita di una persona cara sia indelebile, chi è stato colpito dal lutto deve tornare a una vita normale. Infatti nel Deuteronomio è scritto: “Io ho posto di fronte a te il bene e il male, la morte e la vita, e tu sceglierai la vita”. Nell’ebraismo non esiste timore per la morte perché c’è attesa del “mondo avvenire”, inteso come dimensione spirituale in cui le anime, dopo la morte del corpo e dopo il giudizio di Dio, troveranno eterna dimora.

Sinagoghe e Oratori

I numerosi gruppi che compongono la Comunità di Milano hanno dato vita nel corso degli anni a numerosi oratori, che seguono riti diversi, italiano, sefardita, sefardita-orientale e ashkenazita o tedesco. Nel 1986 il gruppo persiano realizzò un centro comunitario in via Montecuccoli, con al suo interno una sinagoga di rito sefardita-persiano. Il progetto dell’architetto Eugenio Gentili Tedeschi fu concepito come un “pezzo di paese”, un insieme di moduli simili accostati a configurare le fronti su strada o su corte come le brevi cortine edilizie tipiche dei tradizionali insediamenti ebraici. All’esterno il grande edificio si presenta infatti come un piccolo agglomerato di case di un villaggio, rivestite in ceramica bianca e frangisole verniciati in vari toni di azzurro. All’interno, accanto alla sala per le riunioni c’è la sinagoga vera e propria che presenta sulla parete di fondo una grande arca (aron), arricchita da una preziosa tenda ornamentale (parokhet) e davanti il podio (tevà). Tutte le pareti sono rivestite di mosaico a vari toni di azzurro, trapuntati da tessere d’oro, con il contorno, pure in oro, del fondale, e con le lampade composte da angolari metallici. Tutto il complesso gioca sul contrasto tra due colori: bianco e azzurro, che si ritrovano anche nello zoccolo in legno laccato lucido di azzurro molto brillante, che circonda tutta la sinagoga, nei parapetti di marmo bianco e nel pavimento di granito del Labrador, che prosegue anche nel salone di riunione. Il matroneo circonda la sala da tre lati.
Elementi interessanti della sala sono anche i rosoni e le vetrate del lucernaio, che sono decorate con disegni che rappresentano i simboli tradizionali delle dodici tribù d’Israele. Il gruppo di origine libanese ha ampliato il proprio originario luogo di riunione, inaugurando un oratorio in via dei Gracchi, progettato dagli architetti Luciano e Emanuele Consigli. In città funzionano oggi differenti oratori, più o meno ampi, alcuni dei quali si trovano in edifici comunitari, come il Beth Yoseph ve-Eliahu, di rito italiano nella palazzina di via Eupili, quello all’interno della Nuova Residenza Anziani, i due all’interno della scuola, intitolati ad Angelo Mordechai Donati e a Jacob Safra, entrambi di rito sefardita; altri hanno sedi autonome, come l’oratorio Ohel Jaakov di via Cellini e il Beth Shlomo, nella centralissima Galleria, entrambi di rito tedesco, o il Centro Modena in via Tenca di rito sefardita-orientale. Esistono altri piccoli oratori sorti in varie parti della città per facilitare la frequenza tenendo conto delle ampie distanze della città.

Tempio Centrale Hechal
David uMordechai

Il primo oratorio della Comunità era in via Stampa 4: una stanza di un centinaio di metri quadrati che faceva parte dell’appartamento del rabbino Prospero Moisè Ariani. Questo fu l’unico luogo di culto fino al 1892, quando fu inaugurata la sinagoga di via Guastalla 19. Il Tempio centrale, che ha assunto dal 1997 il nome “Hechàl David u-Mordechai”, segue il rito italiano ed è la sede del rabbinato centrale. Fu inaugurato nel 1892 su progetto di Luca Beltrami, uno dei più eminenti architetti italiani dell’epoca. L’edificio ripeteva uno schema basilicale, a tre navate, secondo i nuovi indirizzi dell’emancipazione. Lo Stato italiano per la sua costruzione fece un prestito alla Comunità di 75 milioni di lire, restituibili in trenta anni, somma che copri solo la metà della spesa. Colpita nel 1943 da bombe incendiarie, a guerra finita della sinagoga era rimasta in piedi soltanto la facciata. Questa è l’unica parte originaria rimasta ancora oggi dopo la ricostruzione del 1953 e la ristrutturazione del 1997.
Lunga 30 metri e chiusa da una cancellata, la facciata è divisa simmetricamente in tre parti: due ali laterali, con finestre ad arco decorate e un corpo centrale nel quale si apre il portone d’ingresso, arricchito da colonne. In alto vi sono le Tavole della Legge scolpite e murate. Tutta la facciata è in mosaico azzurro e oro. La ricostruzione del 1953 fu opera degli architetti Manfredo D’Urbino e Eugenio Gentili Tedeschi. Essi diedero all’edificio la forma di un grande prisma, movimentato da locali, adibiti a uffici e a vari servizi legati alle attività del tempio, e dalla scala per arrivare al giardinetto sul retro, da cui si poteva tornare sulla via Guastalla, girando intorno alla sinagoga. Alla facciata del Beltrami, arretrata rispetto alla via Guastalla, aggiunsero due corpi laterali, per dare la continuità con gli edifici vicini. L’esterno fu rivestito di cemento grezzo e le finestre ebbero la cornice e lo zoccolo in marmo di serizzo. Sui due lati furono aperti ventiquattro finestroni lunghi e stretti, che richiamavano quelli della cupola, destinati a illuminare il centro del salone. L’interno era a tre livelli: al piano terra, rialzato di circa un metro rispetto al piano stradale, la grande sala di preghiera con la tevà posta al centro e l’aron in fondo; al primo piano, a circa 5 metri da terra, il matroneo, costituito da una balconata affacciata sul salone sottostante; al piano interrato, a 4 metri sotto il livello della strada, un secondo oratorio. La sinagoga, tipico esempio di quell’architettura “razionalista” che caratterizzò gran parte della ricostruzione in Italia dopo l’ultima guerra mondiale, è stata trasformata nel suo interno nel 1997. Il volume esterno dell’edificio è rimasto inalterato ma sono stati aperti nuovi finestroni sui due lati principali. L’interno della sala di preghiera è stato ridisegnato da Piero Pinto e Giancarlo Alhadeff. Luce, luminosità e colori molto vivaci sono le tre principali caratteristiche della nuova sala, il cui soffitto è stato rialzato nella parte centrale del matroneo. Lungo i due lati che sovrastano il matroneo il soffitto è raccordato alle pareti da tre cornici degradanti che eliminano ogni spigolosità. Il rosso e l’oro, colori dominanti nella sala, contribuiscono a rendere caldo l’ambiente. L’oro, già presente, è stato mantenuto e rinvigorito nella parte centrale della parete di fondo, dove campeggia il grande aron di marmo (anch’esso con antine dorate), le cui tessere dorate risultano ancora più preziose grazie al contrasto con il rosso bordeaux delle pareti laterali di fondo. Oro anche sulla balaustra che circoscrive l’area dell’aron, e nell’interno della cupola. A questi due colori si affiancano il bianco candido del soffitto, che facilita la diffusione della luce, e il nocciola chiaro del disegno a bugnato delle pareti laterali e della tevà, che ricorda la pietra grezza. Il pavimento è rimasto inalterato, in marmo rosso di Trani e in marmo perlato di Sicilia bianco. I sedili dei banchi di preghiera sono stati ricoperti con tessuto rosso scuro, arricchito da piccoli motivi floreali. I 453 sedili della sala a piano terra e i 402 del matroneo sono in legno di faggio proveniente dalla Yugoslavia e sono stati prodotti in Israele nel kibbutz Lavi, in alta Galilea. La sala è illuminata sia da luci diffuse, incastrate all’interno dei tre abbassamenti laterali, sia da due grandi fari, posti all’interno della cupola centrale e rivolti verso l’aron. Per illuminare il piano terra sono state incastonate nel soffitto sotto il matroneo parti di lumi di metallo a stella esistenti nella sinagoga già in precedenza. Le vetrate delle ventitre finestre, opera dell’artista newyorkese Roger Selden, costituiscono uno degli elementi più caratterizzanti della nuova sala per la vivacità dei colori e la ricchezza delle immagini. Il suo lavoro si presenta come un grande collage di simboli (si riconosce il maghen David, lo shofar, la menorà, il lulav) e di lettere ebraiche, che si ripetono con toni e forme diversi, alcuni con tratti netti, altri con tratti sfumati e polverosi, oppure lascia che le lettere abbiano un puro valore decorativo. Colori, dal rosso al blu, dal giallo all’azzurro, tutti trasparenti alla luce. Nell’edificio del Tempio, oltre all’ufficio rabbinico, ha sede la Yeshivà, una casa di studio aperta a tutti. C’è poi una grande sala conferenze, intitolata a Giancarlo Jarach, con a fianco un oratorio di rito sefardita-orientale, i cui arredi provengono dalla scomparsa sinagoga di Sermide. Alle spalle della grande sinagoga, si trova la Schola Carlo e Gianna Schapira, in Centro Nessim Pontremoli, di rito italiano, i cui arredi provengono dalla scomparsa sinagoga di Fiorenzuola d’Arda.