Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
C’è un dettaglio affascinante nel passo riguardante il re nella Parashà di questa settimana. Il testo dice: “Quando si insedierà sul trono del suo regno, scriverà per sé una copia di questa Torà in un libro, davanti ai sacerdoti leviti. Essa starà con lui, ed egli la leggerà tutti i giorni della sua vita, affinché impari a temere il Signore suo Dio, osservando tutte le parole di questa legge e questi statuti, così da non innalzare il suo cuore sopra i suoi fratelli, né deviare dal comandamento né a destra né a sinistra. Così egli e i suoi figli prolungheranno i giorni del loro regno in mezzo a Israele. (Devarim/Deuteronomio 17:18-20)
Egli deve “leggerla tutti i giorni della sua vita” affinché sia timorato di Dio e non trasgredisca mai la legge della Torà. Ma c’è anche un’altra ragione: affinché “non cominci a sentirsi superiore ai suoi fratelli” (traduzione Kaplan), o “affinché il suo cuore non si innalzi sopra i suoi fratelli” (Robert Alter). Il re doveva possedere umiltà. Colui che è più alto nel Paese non deve sentirsi più alto del popolo.
Questo è di enorme importanza nell’ambito della concezione ebraica della leadership politica. Ci sono altri comandi rivolti specificamente al re d’Israele: non deve accumulare cavalli per non stabilire rapporti commerciali con l’Egitto; non deve avere troppe mogli, perché “distoglierebbero il suo cuore”; non deve accumulare ricchezze. Erano tutte tentazioni tipiche di un re. Come sappiamo, e come i Saggi hanno sottolineato, furono proprio questi tre divieti che Salomone – il più saggio degli uomini – infranse, dando inizio a quel lento declino nella corruzione che caratterizzò gran parte della storia della monarchia antica d’Israele. Dopo la sua morte portò addirittura alla divisione del regno.
Ma quelli erano sintomi, non la causa. La vera causa era la sensazione del re che, essendo al di sopra del popolo, fosse anche al di sopra della legge. Come dissero i rabbini, Salomone giustificò la sua violazione dei divieti dicendo: “Il solo motivo per cui al re è proibito avere molte mogli è che potrebbero distogliere il suo cuore; io sposerò molte mogli e non lascerò che il mio cuore si allontani. E poiché il solo motivo per cui non si devono avere molti cavalli è di non creare rapporti con l’Egitto, io avrò molti cavalli ma non farò commercio con l’Egitto.” (Sanhedrin 21b)
In entrambi i casi cadde proprio nella trappola contro cui la Torà aveva messo in guardia. Le mogli di Salomone distolsero il suo cuore (I Re 11:3), e i suoi cavalli furono importati dall’Egitto (I Re 10:28-29). L’arroganza del potere è la sua rovina. La hybris conduce alla nemesis.*
Ecco perché la Torà insiste sull’umiltà, non come semplice virtù accessoria, ma come essenziale al ruolo. Il re doveva essere trattato con il massimo onore. Nell’halakhah, solo un re non può rinunciare all’onore dovuto alla sua carica. Un genitore può farlo, così anche un rav, persino un Nasì, ma non un re (Kiddushin 32a-b). Eppure doveva esserci un totale contrasto tra gli onori esteriori del re e i suoi sentimenti interiori.
Maimonide parla con grande eloquenza del tema: “Così come la Torà gli concede grande onore e obbliga tutti a riverirlo, così gli comanda di essere umile e vuoto nel cuore, come è detto: ‘Il mio cuore è vuoto dentro di me’ (Salmi 109:22). Non deve trattare Israele con altezzosità arrogante, perché è detto: ‘affinché il suo cuore non si innalzi sopra i suoi fratelli’ (Deuteronomio 17:20). Egli deve essere benevolo e misericordioso con piccoli e grandi, preoccuparsi del loro bene e del loro sostentamento. Deve proteggere l’onore anche dell’uomo più umile. Quando parla al popolo come comunità, deve parlare con dolcezza, come è detto: ‘Ascoltate, fratelli miei e popolo mio…’ (I Cronache 28:2), e similmente: ‘Se oggi sarai un servo per questo popolo…’ (I Re 12:7). Deve sempre comportarsi con grande umiltà. Non vi fu nessuno più grande di Mosè, nostro maestro. Eppure disse: ‘Che cosa siamo noi? Le vostre lamentele non sono contro di noi’ (Esodo 16:8). Egli deve portare le difficoltà, i pesi, le lamentele e la rabbia della nazione come una nutrice porta un neonato.” (Mishneh Torà, Hilkhot Melakhim 2:6)
Il modello è Mosè, descritto nella Torà come “molto umile, più di ogni uomo sulla faccia della terra” (Num. 12:3). “Umile” qui non significa timido, debole, insicuro, sottomesso o privo di fiducia in sé stesso. Mosè non era nulla di tutto ciò. Significa onorare gli altri e considerarli importanti, non meno importanti di te stesso. Non significa abbassare sé stessi, ma innalzare gli altri. È pressappoco ciò che intendeva Ben Zoma quando disse (Avot 4:1): “Chi è onorato? Colui che onora gli altri.”
Da ciò deriva uno dei grandi insegnamenti rabbinici, contenuto nel siddur e recitato a Motzaè Shabbat: Rabbi Yochanan disse: “Ovunque trovi la grandezza del Santo Benedetto Egli sia, lì troverai la Sua umiltà.”
Ciò è scritto nella Torà, ripetuto nei Profeti e affermato una terza volta negli Scritti. È scritto nella Torà: “Poiché il Signore vostro Dio è Dio degli dèi e Signore dei signori, il Dio grande, potente e terribile, che non ha riguardi personali e non accetta doni…” (Deuteronomio 10:17)
Immediatamente dopo, come nota il Talmud (Megillah 31a), leggiamo che Dio “difende la causa dell’orfano e della vedova, e ama lo straniero, dandogli pane e vestito…” (Deuteronomio 10:18). Dio si prende cura di tutti, indipendentemente dal rango, e così dobbiamo fare noi – persino un re, anzi soprattutto un re. La grandezza è umiltà.
Nel contesto del Giubileo di Diamante della Regina Elisabetta II, vale la pena raccontare una storia. Accadde a St James’ Palace il 27 gennaio 2005. Come Rabbino Capo fui invitato a un incontro con un gruppo di sopravvissuti della Shoah, insieme commemorammo il sessantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz.
“La puntualità”, disse Luigi XVIII di Francia, “è la cortesia dei re.” La regalità arriva in orario e va via in orario. Così era con la Regina, ma non in quell’occasione. Quando giunse il momento di partire, rimase. E rimase ancora. Uno dei suoi assistenti disse che non l’aveva mai vista trattenersi così a lungo oltre l’orario previsto.
La Regina diede a ciascun sopravvissuto – ed era un gruppo numeroso – la sua attenzione concentrata e senza fretta. Rimase con ognuno finché non avesse terminato di raccontare la propria storia personale. Uno dopo l’altro, i sopravvissuti si rivolgevano a me come in una specie di trance, dicendo: “Sessant’anni fa non sapevo se sarei stato vivo il giorno dopo, e oggi sto parlando con la Regina.” Sessant’anni prima, in Germania, Austria, Polonia, in gran parte d’Europa, erano stati trattati come subumani; ora la Regina li trattava come se ciascuno fosse un Capo di Stato in visita. Questa era umiltà: non tenere se stessi in basso, ma innalzare gli altri. E dove c’è umiltà, lì trovi la vera grandezza.
È una lezione per ciascuno di noi. Rabbi Shlomo di Karlin disse: Der grester yester hora is az mir fargest az mi is ein ben melech – “La più grande fonte di peccato è dimenticare che siamo figli del Re.” Noi diciamo Avinu Malkeinu, “Nostro Padre, nostro Re”. Ne consegue che siamo tutti membri di una famiglia reale e dobbiamo comportarci come tali. E il segno della regalità è l’umiltà. Il vero onore non è l’onore che riceviamo, ma l’onore che diamo.
Scritto da Rabbi Jonathan Sacks, 2012
* un concetto chiave della cultura greca antica.
👉 Hybris (ὕβρις): tracotanza, superbia, eccesso, l’atteggiamento dell’uomo che oltrepassa i limiti stabiliti dagli dèi o dalla misura umana.
👉 Nemesis (νέμεσις): la giustizia retributiva divina, che punisce chi commette hybris, riportando equilibrio e misura.
Per i Greci, ogni volta che l’uomo superava i confini della sophrosyne (moderazione, equilibrio), inevitabilmente attirava su di sé la punizione.
Shabat Jerushalaim 18.31-19.43
Shabat Tel Aviv 18.51-19.45
Shabat Roma 19.32-20.30
Shabat Milano 19.51-20.51