Venezia e il ghetto: cinquecento anni del ‘recinto degli ebrei’ in un libro e una mostra

di Daniela Cohen

 

ghetto di veneziaDonatella Calabi è oggi in Sinagoga per raccontarci i Cinquecento anni del Ghetto di Venezia, un argomento da lei studiato quanto basta per scrivere un libro che sta avendo un successo incredibile, nonostante il tema, ma che l’ha catapultata fra gli studiosi più esperti dell’argomento. L’incontro è condotto da Guido Vitale, direttore di Pagine Ebraiche, non prima di una breve introduzione da parte di Cristiana Colli, che assieme a Rav Roberto Della Rocca ha organizzato Jewish in the City #150 e col quale fa parte della direzione scientifica e culturale del Festival. “Presento la signora Calabi che imperversa da oltre un mese su tutti media per l’importanza dei suoi studi e per la vicinanza comunitaria, antropologica e sociale che ha reso la sua presenza qui indispensabile” ha detto la Colli, ricordando l’entusiasmo di Rav Della Rocca nel coinvolgerla in questa esperienza.

Appena presa la parola, Guido Vitale scherza sui danni causati dal nubifragio che si è abbattuto da ieri a Milano: “Abbiamo una sinagoga allagata, questo ci avvicina a Venezia! Io sono un giornalista e mi occupo di come viene percepita la Comunità Ebraica con periodici, come ‘Pagine Ebraiche’, rivolto all’insieme della società. Quando mi hanno chiesto quale libro valesse la pena portare qui per parlarne, non ho avuto dubbi. Questo è il più importante volume realizzato di recente. Non è celebrativo” ha proseguito Vitali, “ci porta dentro al territorio, una Venezia dentro una Venezia più Grande, ben conosciuta. Voglio interrogare l’autrice che con questo libre conclude anni di studi sul ghetto”.

“Grazie Guido, grazie dell’invito” dice subito sorridendo Donatella Calabi. “La contraddizione di Venezia è l’essere una città di 57.000 abitanti con 27 milioni di turisti all’anno che l’attraversano. Questi visitatori sono per lo più inconsapevoli del luogo in cui si trovano”.

Continua la studiosa: “Ho pensato fosse un dovere morale occuparmi del ghetto, come ebrea e come storica” e qui inizia la storia vera e propria. Si parte dal 1500, quando Venezia “era al centro del mondo, economicamente legata al commercio, aveva bisogno di stranieri e quindi offriva cose diverse per trattenere tedeschi, fiamminghi, turchi e altri che trovassero modo di stare bene in laguna”. Anche in questa ottica si comprende l’istituzione del ghetto, per quanto ci fosse in effetti della malevolenza, la crisi tra Venezia e l’Impero Ottomano non impediva alla Repubblica Veneta di essere solo in parte disponibile, in altra parte c’era chi era convinto dell’utilità della presenza degli ebrei. “Il prestito su pegno di cui gli ebrei erano specializzati serviva ai Signori che avevano bisogno di denaro liquido” prosegue la storica, aggiungendo che è questo il motivo per cui si leggeva “Gli ebrei ci sono utili”. Il ghetto insomma fa stare assieme gli ebrei così come furono offerti luoghi preposti a tedeschi, a fiamminghi o a turchi, questi ultimi considerati pericolosi e controllati da guardie cristiane.

Il ghetto nasce nel 1516 in un’area specifica dell’isola, una guardia doveva verificare che le porte si chiudessero alla sera e si riaprissero la mattina ma spesso le cose andavano diversamente, per quanto solo i medici ebrei avessero il permesso di muoversi a ogni ora poiché, considerati molto bravi, venivano chiamati a tutte le ora dai cristiani e spesso di notte. Nonostante i rigidi regolamenti, le infrazioni erano molteplici: per tanti, questa era una città dove le relazioni sono arricchenti e gli scambi culturali molteplici non solo con Venezia ma con l’Europa.

Donatella Calabi ora sta preparando una mostra che sarà esposta a Palazzo Ducale e resterà aperta al pubblico fino a novembre prossimo e si capisce che queste storie l’hanno colpita profondamente: è molto più che un banale lavoro, questo, per lei. “Il cosmopolitismo veneziano si affianca senza dubbio ai 500 anni di ghetto ebraico che, facendo parte integrante della città, ne ha condizionato lo stesso cosmopolitismo” afferma con fierezza Donatella. Guido Vitale riprende la parola per chiedere informazioni sulla esposizione a Palazzo Ducale. “Mostrerà mondi nuovi, sarà poggiata su un filo conduttore che permette di interpretare il ghetto, grazie a contributi provenienti da tutto il mondo e a storici che hanno contribuito a questo lavoro” ci racconta l’autrice.

“E’ una mostra molto ambiziosa che vuole coprire 500 anni a partire da cosa c’era prima dell’istituzionalizzazione del ghetto a Venezia e in tutta l’area veneta, coi ghetti poi successivi e i vari ampliamenti fatti per diverse migrazioni. Prima dalla Spagna, poi dall’Impero Ottomano. Io sono architetto e mi sono appassionata, mostreremo come tante case siano cresciute in altezza, certi edifici li chiamavano ‘i grattaceli di Venezia’ e sono stati costretti a costruirli perché la terra era poca, le casette piccole e la gente sempre più numerosa”.  La mostra esporrà anche tele importanti come opere del Carpaccio in cui si mostrano le tre religioni monoteiste presenti in territorio veneziano, altri dipinti “di bellezza importante” specifica Donatella Calabi, “poi documenti vari che illustrano l’arco lungo cronologico di sinagoghe: cinque in un’area ristretta, di cui tre ashkenasite e due serfardite, con architetture diverse tra loro. Venezia è uno dei principali centri della stampa cinquecentesca e si stampa in ebraico, a dimostrazione che la mano d’opera ebraica lavorava per la stampa cristiana, tanto che ha stampato qui il primo Talmud della storia”.

Tutto questo e altro sarà presente alla mostra, con oggetti provenienti dai tempi più antichi fino all’era napoleonica e infine alla Shoah. Turisti e visitatori sanno poco o nulla, come il fatto che la Cà d’Oro fu acquisita da una famiglia ebraica, con tutto il suo contenuto originario composto dalla ricca collezione d’arte voluta dal quel ricco banchiere che ama Venezia e ha pure creato le ferrovie che andavano fino a Milano, ha costruito la Camera di Commercio e dimostra come questo fosse un atteggiamento normale per le famiglie di ebrei nei confronti del luogo in cui vivevano. Ci saranno aree dedicate ai tanti personaggi che hanno contribuito alla società in diverse maniere, ricordando che col nazismo tanti sono morti, tanti sono fuggiti ma i salvati sono tornati e si sono riappropriati della zona del ghetto e delle istituzioni che vi si trovavano.

Si potrebbero ascoltare per ore i suoi racconti e gli aneddoti ma credo sia meglio invitare alla lettura del suo imponente libro di 500 pagine e più, intitolato Cinquecento anni del ‘recinto degli ebrei’, “una pagina per ogni anno!” scherza la scrittrice, che conclude: “La mostra che ho cercato di realizzare, come il libro, l’ho fatto sperando di incuriosire non solo turisti ma anche cittadini, bambini, veneziani… sarebbe un obiettivo raggiunto il successo di questo, che mi ha vista affiancata da una importante equipe di collaboratori bravissimi”. Una visitina in laguna, a questo punto, si fa indispensabile.

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