Festival / Se lo Shabbat è il tempo dell’eterno rinnovarsi (e ritrovarsi)

di Rav Roberto Della Rocca

Da 29 settembre al 2 ottobre prossimo avrà luogo a Milano il primo Festival internazionale di cultura ebraica, il cui tema sarà lo Shabbath, analizzato da una pluralità di punti di vista. Rav Roberto Della Rocca, che del Festival è il Direttore scientifico, ci anticipa le ragioni alla base di questa scelta tematica.

Non è facile individuare una comunità umana che al pari del popolo ebraico interpreti il ritmo interno della propria esistenza come un fenomeno fortemente determinato dallo svolgimento del tempo. Il dipanarsi dei giorni, le scansioni dei mesi e delle solennità costituiscono la struttura portante attorno alla quale si sviluppa l’intera esistenza ebraica nella quale si distribuiscono in modo intellegibile gioia e dolore, spensieratezza e profonda meditazione, attività lavorativa e cessazione di ogni azione creativa. Ogni impulso, ogni slancio spirituale espresso da un ebreo, che si tratti di sentimenti rivolti al proprio popolo o alle proprie tradizioni, si esprime nell’ambito di barriere temporali, distribuendo i vari momenti di vita spirituale nel susseguirsi dei giorni.

Un tempo circolare

Come per molti altri popoli, anche per gli ebrei il tempo è scandito in una sequenza di unità frazionabili. A differenza dell’opinione dominante, però, per la cultura ebraica il susseguirsi di queste unità – che consista di secondi, minuti, ore, mesi o anche anni – non costituisce un movimento lineare destinato ad accompagnare la vicenda umana come il regolare, meccanico ticchettio di un orologio. Le unità temporali, nella concezione ebraica, costituiscono ovviamente un prezioso metro di misura, e quindi di orientamento, per muoversi correttamente nella dimensione del reale, ma al tempo stesso manifestano una tendenza ascendente densa di significato morale e ideale, che incarna in ogni momento lo slancio dell’attesa messianica. Le ore che scorrono convergono verso i momenti della preghiera quotidiana, che non a caso viene contrassegnata nelle sue scadenze, nei suoi contenuti e nei suoi stessi nomi con le definizioni dei diversi momenti della giornata. I giorni della settimana lavorativa, che si assommano monotonamente, ascendono passo dopo passo verso il Sabato, tanto che – secondo la cultura ebraica – non hanno nemmeno il diritto di fregiarsi di un proprio nome specifico, ma sono semplicemente enumerati come il primo giorno, il secondo giorno e così via: tanto da essere chiamati nel loro complesso con un’espressione che potrebbe essere tradotta con “i giorni di sabbia”, in quanto difficilmente distinguibili l’uno dall’altro, proprio come i granelli della sabbia. Le settimane, a loro volta, convergono verso il novilunio, che contrassegna l’inizio di un nuovo mese; le stagioni verso le tre grandi festività del pellegrinaggio per Gerusalemme, e il ciclo annuale, che chiude l’anello del dipanarsi delle stagioni, verso il Capodanno e il giorno di Kippur. Per questo motivo la capacità di vivere il tempo in modo consapevole è alla base della comprensione della vita ebraica: per questo molte volte si è ripetuto che il “catechismo” di un ebreo non è altro che il suo calendario.

Simbolo di libertà

Simbolo del diritto al riposo, ma ancora di più della necessità di tutelare la libertà e la dignità umana, il Sabato è collocato al vertice di un movimento ascendente e ricorrente che lo scorrere del tempo pratica, concludendo coerentemente ogni settimana. Il giorno della rinascita spirituale ebraica ha finito per costituire un patrimonio che il popolo di Israele condivide con molte altre società umane. Per gli ebrei il settimo giorno significa tuttavia molto di più che una pausa dall’alienazione che la vita attiva porta inevitabilmente con sé. Il trasferimento dalla dimensione spaziale, regno delle cose concrete, dei rapporti produttivi ed economici nell’ambito del quale ci muoviamo durante i giorni della settimana, alla dimensione temporale, regno della vita spirituale, avviene ogni sette giorni sulla base dei due comandamenti “shamor” e “zachor” (osserva e ricorda), che sono ribaditi all’inizio del quarto comandamento e secondo la tradizione ebraica sono stati pronunciati dall’Eterno sul monte Sinai contemporaneamente all’unisono, come se potessero costituire il duplice significato di una parola destinata a restare unica.

Il primo termine rappresenta, secondo la tradizione, il carattere passivo dell’astensione da ogni attività creativa. Il secondo si riferisce all’azione positiva di santificare, ai tre pasti festivi obbligatori, allo studio e alla preghiera, al dispiegarsi di una dimensione spirituale supplementare. La legge orale ha determinato i lavori effettivamente vietati durante la giornata, riordinandoli in 39 categorie principali. Secondo l’insegnamento del Rav Samson Raphael Hirsch, un loro esame conduce alla conclusione che tali categorie abbraccino tutti gli aspetti delle attività umane e che sotto questo aspetto il lavoro non possa misurarsi in nessun caso sulla base dello sforzo necessario per compierlo, ma piuttosto come la realizzazione di un’idea applicata a un oggetto, destinata a crearlo, a produrlo o a trasformarlo. Altre attività, come per esempio le transazioni commerciali, che non rientrano direttamente nelle 39 categorie, sono egualmente proibite perché in ogni caso insanabilmente in contrasto con lo spirito della giornata. L’immersione nella dimensione spirituale, l’entrata nel mondo del tempo e l’abbandono delle preoccupazioni che l’universo spaziale porta con sé, costituiscono un percorso che richiede di accantonare le ansie e i tormenti della vita quotidiana tanto quanto le proprie attività creative. Nel XXIII capitolo del libro di Vaikrà, il sabato è citato in testa all’elenco delle festività ebraiche, come la prima di una serie di sacre convocazioni. Su questa giornata, infatti, si modellano tutte le altre solennità, e nella loro celebrazione, fatta ovviamente eccezione per i contenuti particolari che caratterizzano i singoli appuntamenti, si ritrovano molte forme della scadenza sabbatica.

La prima di tutte le feste

Accanto alla scadenza settimanale con il mondo della spiritualità, l’anno ebraico dona altre occasioni per sospendere le attività abituali e rinnovare la capacità di avvertire la presenza divina. Le festività sono contraddistinte, oltre che dal loro specifico contenuto, anche da altre differenze strutturali. Tutte le proibizioni riguardanti i lavori necessari alla preparazione del cibo sono in questo caso sospese, ma, soprattutto, per la loro celebrazione è richiesta una partecipazione attiva da parte dei singoli. Mentre lo Shabbat riappare inesorabilmente e automaticamente nel momento dovuto, le festività, così come i capi mese, hanno la necessità di essere proclamate pubblicamente. Nell’ambito del ciclo annuale delle solennità maggiori si distinguono principalmente due filoni: quello delle tre feste del pellegrinaggio Pesach, Shavuoth e Sukkoth, e quello delle convocazioni austere di Rosh Ha-Shanà e Kippur. Il primo gruppo, caratterizzato dall’originaria convocazione di ogni ebreo al Tempio di Gerusalemme, ha conservato il proprio carattere gioioso anche dopo la distruzione del Santuario. Il secondo resta caratterizzato dalla necessità del pentimento e della purificazione delle proprie responsabilità. In ogni occasione, che si prenda in considerazione la misura settimanale, quella mensile o quella annuale del tempo, prevale comunque la concezione di un dipanarsi “spiralico” e non lineare del tempo. Dal punto di vista ebraico, infatti, il tempo non è costituito, così come generalmente si è abituati a pensare, da una linea retta, lungo la quale un punto, quello in cui ci si trova, rappresenta il presente, il segmento che ci sta dinnanzi è ciò che chiamiamo il futuro e il tratto che si trova alle nostre spalle è ciò che consideriamo il passato. Il tempo del calendario ebraico si svolge piuttosto sulla base di un movimento circolare, nel quale l’estensione costituisce automaticamente anche il compimento di un ciclo e l’inaugurazione di un nuovo circolo. Ogni scadenza, da quelle quotidiane a quelle annuali, non rappresenta così la mera occasione di una commemorazione, la possibilità di ravvivare la memoria di un qualcosa che è già avvenuto, ma piuttosto un’autentica opportunità di rivivere le stesse vicende e le stesse potenzialità che sono proprie di una determinata ricorrenza. Più che una celebrazione della storia o un teorico omaggio al compiersi di un ciclo stagionale, si tratta dell’apertura di vere e proprie finestre sulla storia delle vicende ebraiche e sulla realtà del mondo creato, attraverso le quali è possibile accedere e rendersi concretamente protagonisti dei momenti determinanti nell’esistenza che ogni ebreo è chiamato a vivere.

Lo Shabbat: il paradigma della specificità ebraica

Losservanza dello Shabbat comporta l’esecuzione di due categorie di precetti: quelli positivi, che implicano un’azione da compiere e che rientrano nel precetto “ricorda il giorno del sabato per santificarlo”, (Shemot 20, I dieci comandamenti), e quelli negativi, che impongono l’astensione da una serie di lavori e opere che rientrano nel precetto “osserva il giorno del sabato per santificarlo”. Tra i “fini” dell’osservanza dello Shabbat c’è quello di stabilire un limite al dominio dell’uomo sulla natura. In particolare l’osservanza dello Shabbat implica l’astensione da qualsiasi atto “creativo”, da qualsiasi atto che in qualche modo modifichi la natura. È questa la motivazione per cui è proibito, per esempio, accendere il fuoco o utilizzare una macchina, atti entrambi che turberebbero il naturale svolgimento della natura. Lo spirito dello Shabbat però non prevede solo proibizioni, questo giorno deve essere riempito di significato con alcune azioni, come ad esempio la recitazione del Kiddush (la santificazione della festa attraverso il vino), l’accensione della lampada sabbatica, l’indossare gli abiti migliori e così via.

L’uomo per sei giorni lavora e si dedica soltanto a cose “materiali”; in questo giorno invece, senza l’ossessione dell’attività produttiva, deve dedicarsi a se stesso, alla comunità, alla società, per stare con i propri familiari e gli amici, a studiare e riposare. Se durante i giorni lavorativi l’uomo tende a vivere secondo le modalità dell’avere, in un certo senso “l’uomo è solo ciò che ha”, il Sabato prevale la modalità dell’essere e “l’uomo è ciò che è”.

La costruzione del Santuario viene interpretata dai Maestri come l’atto creativo di maggiore importanza per l’ebraismo. Eppure le melakhot, le azioni che secondo la Torà non possono essere compiute di sabato, vengono dedotte proprio da quelle necessarie ai fini della costruzione. Così perfino la costruzione del Santuario, simbolo della presenza divina in mezzo al popolo, è esplicitamente proibita di sabato; la santità del tempo – il sabato – nella tradizione ebraica è quindi superiore a quella dello spazio, sia pure il più sacro tra gli spazi.

La tavola sabbatica, intorno alla quale si riunisce la famiglia – e gli ospiti che non dovrebbero mai mancare – non risplende solo perché preparata in maniera diversa dagli altri giorni (con una tovaglia pulita, un tovagliolo speciale per coprire le challoth – i pani del Sabato -, il bicchiere contenente il vino che serve per la santificazione, le candele del Sabato, i cibi prelibati, diversi da quelli che vengono messi a tavola nei giorni feriali), ma anche perché lo spirito che pervade questa giornata dovrebbe riempire l’uomo di una spiritualità sufficiente per l’intera settimana.

Brano liberamente tratto da A.J. Heschel, il Sabato, Editore Rusconi



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