Festival / Marek Halter: Shabbat è una Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo ante litteram

di Fiona Diwan

Marek Halter

«Un uomo che non sa da dove viene, non sa dove va. Ecco perché è così importante per noi sapere che le parole che più spesso ricorrono nella Torà, sono due: “zachor”, ricordare, e “shalom”, pace.  Proprio noi, che siamo stati schiavi  in terra d’Egitto, possiamo capire ancor di più il valore di questi due termini». Così esordisce l’intellettuale e scrittore francese Marek Halter, ospite d’onore della mattinata inaugurale del Festival Jewish and the City, il 29 settembre 2013. Un lungo speech, pronunciato con la voce pacata di chi è abituato a correre in giro per il mondo in difesa dei diritti umani e del rispetto delle differenze, per difendere le voci di dissenso ovunque si cerchi di ridurle al silenzio. Un battagliero intellettuale reduce dalla visita a Papa Francesco avvenuta quattro giorni fa in Vaticano, uomo convinto da sempre che nell’azione vi sia la giusta risposta a tutto – non a caso il suo motto è «fai!, agisci!, vai verso l’altro e non pensarci troppo,… e vedrai che l’altro, prima o poi, verrà verso di te e ti risponderà…»).
E Sara insegnò ad Abramo a leggere e scrivere
Il lungo excursus storico di Halter inizia con la rievocazione della geniale figura dello storico Marc Bloch, leggendario fondatore della Scuola degli Annales, ebreo, francese, partigiano, fucilato dai nazisti, il cui ultimo grido, davanti al plotone di assassini, fu «Vive la France, viva i profeti d’Israele!», a testimoniare la forza della propria doppia identità, ebraica e francese, entrambe fortissime e fuse l’una dentro l’altra, inscindibili non solo per Bloch stesso ma per moltissimi ebrei francesi.
Halter, parte da lontano, dai Sumeri. Il suo discorso si rivolge agli ospiti meno abituati alle sottigliezze della storia ebraica e forse poco adusi a letture bibliche, specie quelle dell’Antico Testamento. Unisce, in parallelo, la narrazione storica e la narrazione biblica, parte dalla scrittura cuneiforme e così ci svela che è la matriarca Sara (il suo nonne originario è Sarai che significa “la principessa sumera”), una giovane alfabetizzata e bellissima, che insegnerà al patriarca Abramo a scrivere e leggere. «Gli assiro-babilonesi inventarono il primo alfabeto astratto della storia e solo una scrittura astratta poteva veicolare un Dio astratto, un Dio immateriale e unico, a differenza, ad esempio, degli Egizi che non si innalzarono al di sopra del loro affollato pantheon, messi in difficoltà anche  da una scrittura figurata come quella geroglifica. L’intuizione del Dio unico porterà Avram e Sarai al cambio del proprio nome (in Avraham e in Sara), e tutti sappiamo quanto sia importante dare o prendere un nuovo nome per fondare o ricreare una identità. O anche per estirparla: i nazisti numeravano i prigionieri e sapevano perfettamente che togliendo loro il nome gli avrebbero tolto l’identità».
Una identica forza di Legge Morale
L’excursus storico prosegue con gli episodi salienti di Genesi e Esodo, la distruzione degli idoli da parte di Abramo nella bottega del padre Terach, l’arrivo in Egitto di Giacobbe e della sua gente, la caduta della casata regnante egizia degli Hyksos e l’avvento di una dinastia ostile, che renderà schiavi gli ebrei; e poi la salvazione di Mosè grazie alla principessa egizia (Hatshepsut?, Nefertiti?), l’Alleanza, l’uscita dall’Egitto, 3500 anni fa, con le Dieci Parole date a Mosè sul Sinai. «Ma prima di diventare un popolo libero, gli ebrei usciti dall’Egitto dovevamo arrivare a concepire la nozione di libertà. E come avrebbero potuto, dopo secoli di schiavitù? Infatti, ci vorranno 40 anni nel deserto e la morte della generazione di ex schiavi affinché il popolo ebraico riesca a mettere al mondo se stesso, come popolo di uomini liberi. La libertà si impara e se non l’hai conosciuta non riesci nemmeno a concepirla, figuriamoci a desiderarla! E così, è a questo punto, che viene inserito l’obbligo dello Shabbat. Ed è così che capiamo che lo Shabbat è un sinonimo, ante litteram, di quella triade concettuale che è alla base della civiltà moderna, il famoso grido dei rivoluzionari francesi che riecheggia nell’Esodo di millenni fa: Libertè-Egalitè-Fraternitè. Avete mai notato che dal Settecento ad oggi, la veste grafica usata per la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo è la stessa dell’iconografia delle tue Tavole della Legge di Mosè? La cosa non è peregrina, nè casuale, perché viene qui riconosciuta una identica forza di legge morale universale».
Rav Arbib: un collegamento tra Natura e Shabbat
«Vorrei trovare un punto di incontro tra i due temi di oggi, lo Shabbat e la Natura (argomento, questo, della Giornata Europea della Cultura 2013, ndr). Shabbat non significa riposo, strictu sensu. Di Shabbat è vietato fare alcune cose, cose che noi indichiamo con il termine melachot, che in ebraico ha la stessa radice della parola melech, re, sovrano», spiega il Rabbino Capo di Milano, Rav Alfonso Arbib, con un intervento che ha preceduto la conferenza di Halter ma che in verità ne potrebbe essere la conclusione ideale e la chiusura simbolica della mattinata.
«Le opere che compiamo durante tutta la settimana sono qualcosa che ci porta a dominare la natura, che sancisce un’opera di creazione e che ci fa quindi essere come dei Re, dei sovrani che dominano e regnano sulla materia grazie alla forza creativa del loro pensiero e della loro mano. Lo Shabbat è quindi, per opposizione, la cessazione del nostro essere sovrani, la sospensione del nostro regnare e dl nostro essere dominatori. Di Shabbat abbiamo l’obbligo di toglierci dalla testa l’idea di dominio sulla natura, sulla società, sulle relazioni, smettendo di essere Re, appunto. Lo Shabbat viene a ricordarci che ciascuno di noi ha un suo dovere nel mondo, una missione da compiere: nei confronti della natura, della società, del nostro prossimo, verso noi stessi. Viviamo in un mondo che mette tutta l’enfasi sui diritti. Ma dove sono i doveri? Lo Shabbat ci insegna che fermandoci e arretrando, impariamo nel contempo a limitare la nostra capacità distruttiva; e che abbiamo dei doveri verso la natura, verso noi stessi e i nostri affetti… E che solo fermandoci possiamo amplificare le nostre capacità costruttive. E affacciarci sulla nuova settimana che spunterà il giorno dopo, più consapevoli e meno egoriferiti».
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