Primo Levi, “un uomo con molte radici, molte identità, e con quel pizzetto a metà fra il chaham e l’alpino…”

di Roberto Zadik

Sono passati venticinque anni dalla morte di Primo Levi: era l’11 aprile del 1987 e l’autore di “Se questo un uomo” non aveva ancora compiuto 68 anni.
Martedì 15 maggio, al Teatro Franco Parenti di Milano si è svolta una suggestiva serata dedicata proprio alla memoria dello scrittore torinese, alla sua figura di intellettuale e alle sue opere.
Personaggio schivo e complesso, Primo Levi e la  sua enigmatica personalità sono stati oggetto della conferenza “Echi di una voce del nostro tempo. Primo Levi fra noi”. Protagonisti dell’incontro, il giornalista Stefano Jesurum, in veste di moderatore, lo storico delle idee David Bidussa, David Meghnagi, direttore del master internazionale in  Didattica della Shoah, insieme allo scrittore e saggista Alberto Cavaglion.
Come ha ricordato Jesurum, Primo Levi “era un uomo con molte radici e molte identità e sopra a tutte c’era una profondissima etica, virtù rarissima;un’etica che potremmo definire anche “ebraica”, che egli rappresentava anche fisicamente,  con quel pizzetto a metà fra il chaham, il saggio, e l’alpino…”.
Figura complessa, sia sul piano letterario che umano e caratteriale, Levi, è stato detto, “era molto critico, e della critica aveva fatto una missione”; ed era anche un uomo pieno di contraddizioni. In bilico fra il suo modo di essere, profondamente scientifico – era un chimico – e il ruolo di scrittore; sospeso fra il linguaggio asciutto e “marmoreo” della sua prosa e le suggestioni poetiche che si ritrovano nelle sue pagine; tra il suo essere stato testimone di Auschwitz e il suo essere letterato e scrittore di prima grandezza: Primo Levi riuniva in sè tutti questi elementi. Aveva una personalità variegata, talvolta persino misteriosa.
Autore della speranza nonostante il dramma che egli stesso aveva vissuto in prima persona, Levi ha attraversato periodi e fasi creative diverse, passando dal “cauto ottimismo degli scritti giovanili alla disillusione degli ultimi anni di vita. Come ha sottolineato Meghnagi,  Levi ha avuto“ la grande capacità di costruire una lingua, un linguaggio”nuovo”; è stato commentatore della propria opera; e allo stesso tempi affascinato da scrittori come Baudelaire, Dostojevski, Manzoni e Kafka di cui tradusse anche “Il Processo” proprio pochi anni prima di morire.  Tuttavia rispetto al mondo degli scrittori della sua epoca si sentiva come un “estraneo” – cosa che non gli veniva perdonata”

Durante la serata Primo Levi, sia come uomo che come scrittore,  è stato oggetto di una profonda analisi che ha toccato aspetti della sua personalità oltre che della sua opera.
Bidussa, Cavaglion Meghnagi, sono riusciti ciascuno a proprio modo a delineare e mettere in luce i diversi aspetti e momenti del percorso personale e creativo di Primo Levi, senza tralasciare l’indelebile sofferenza patita durante e anche dopo l’esperienza di Auschwitz.
David Bidussa, fra le altre cose, si è soffermato sul concetto di “lavoro”, su come nei romanzi di Levi  – e specialmente in  “Se questo è un uomo” – le mani per esempio abbiano svolto un ruolo chiave, sia come strumento di violenza, sia come parte del corpo che può “costruire” e che può “distruggere”.
Cavaglion ha ricordato le fasi del percorso esistenziale e creativo di Primo Levi: l’amarezza per la difficoltà di essere riconosciuto come scrittore a tutto tondo – e non solo come testimone e scrittore della Shoah; lo stato di solitudine fino al vero e proprio isolamento in cui si chiuse negli ultimi anni della sua vita.
Meghnagi ha affrontato, fra gli altri, un tema piuttosto inconsueto: la fascinazione di Levi per la lingua ebraica. Il ricorso a metafore poetiche all’interno dei suoi romanzi, ha osservato, sono come delle “mezuzot che attraversano le sue opere”. Meghnagi ha sottolineato anche la differenza fra Levi e altri autori-cardine della letteratura dell’Italia del secondo Novecento – vuoi Italo Calvino, vuoi Alberto Moravia solo per citarne un paio, che, a differenza di Levi, hanno partecipato da protagonisti, da personaggi pubblici, alla vita culturale italiana del dopoguerra.
A suggello della serata, della memoria dell’uomo e dello scrittore, si può citare la risposta – ricordata da Alberto Cavaglion – che Levi diede al giornalista quando gli chiese di cosa si occupasse: “Io mi occupo di cose che esistono”.

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