La comunità ebraica di Milano tra accoglienza e identità smarrita

di Paolo Castellano (video di Orazio Di Gregorio)
È un tema molto caldo quello dell’integrazione degli immigrati stranieri. Il fenomeno sociale delle migrazioni, nella nostra epoca globalizzata, ha infatti suscitato diversi dibattiti sull’identità delle comunità che accolgono persone provenienti da nazioni straniere, dense di discriminazione politica, crisi economica, razzismo e antisemitismo. Un fenomeno generalizzato, quello della migrazione, che si riflette anche nel microcosmo delle comunità ebraiche italiane. «Negli ultimi 50 anni, la comunità ebraica milanese ha subito grossi cambiamenti per i flussi migratori», ha sottolineato Rav Roberto Della Rocca, che il 13 marzo ha introdotto e moderato il dibattito Accoglienza, integrazione, emarginazione nella comunità ebraica di Milano. Alla serata, organizzata da Kesher presso la residenza Arzaga, hanno partecipato il sociologo Enrico Finzi e Betti Guetta, sociologa e responsabile dell’osservatorio antisemitismo CDEC.

Errori di prospettiva dell’integrazione ebraica

Come ha ricordato Finzi, la comunità di Milano – rispetto ad altre – è molto recente. Questa particolarità può rappresentare un problema sul piano identitario: una coscienza ebraica collettiva con deboli radici. Betti Guetta ha però osservato che probabilmente in passato si è sbagliato strategia nei confronti dei nuovi arrivati e che questi errori abbiano poi innescato una frammentazione di culture e riti religiosi, rendendo più fragile la comunità milanese.

I due sociologi hanno inoltre fatto notare come oggi stia diminuendo la presenza ebraica in Italia. Allo stesso tempo, il diradamento ebraico è stato però rallentato dalle generazione di immigrati provenienti da paesi stranieri. Per esempio: Egitto, Libia, Libano, Iran, Siria e Israele. «Gli studi ci dicono che gli ebrei si stanziarono in Italia già dal 200 A.C., ovvero, nell’epoca precedente al cristianesimo. I discendenti dei primi nuclei di ebrei sono pochissimi. La maggior parte discende da immigrati», ha spiegato Finzi, sottolineando che “i flussi migratori ci sono sempre stati”. Oggi sono più evidenti perché consistenti, mentre prima del 1800 avvenivano per “gocciolamento”. «Si trasferivano in Italia gli amici ebrei, oppure i colleghi di lavoro. Gli importanti flussi migratori li abbiamo però dopo il 1948, soprattutto dall’area mediorientale e nord africana», ha dichiarato il sociologo.

Identità frammentata e possibile soluzione

«Sono nata a Tripoli e la mia famiglia è arrivata a Milano nel 1957», ha detto Guetta, dichiarando di aver trovato una comunità accogliente e profondamente laica. «Ho fatto la scuola ebraica e ho stretto amicizia con gli ebrei italiani. C’è stata integrazione ma mi ricordo che le sezioni erano divise in base alla provenienza e al ceto sociale. Un modello che in passato poteva andare bene ma che oggi sarebbe sbagliato». Finzi ha invece definito come “discriminazione” il fatto di non essere stati in grado di integrare quegli ebrei che provenivano da paesi con delle diverse strutture politiche, in alcuni casi diametralmente opposte al sistema democratico italiano: «Abbiamo accolto molto bene gli ebrei stranieri ma poi li abbiamo discriminati: non sono stati invitati a cena nelle nostre case e neppure al Seder. Questi ebrei sono finiti alla base della piramide sociale e hanno sviluppato un senso di solitudine, un senso di isolamento e una nostalgia per il passato nelle loro patrie d’origine».

Gli ebrei immigrati, secondo i due sociologi, hanno trasformato negli ultimi 50 anni la comunità milanese, frammentandola anche dal lato religioso. «Ognuno ha i suoi riti, ognuno ha le sue sinagoghe e rabbini di riferimento. La comunità sembra aver smarrito un’identità comune e questa l’ha resa litigiosa», ha sottolineato Finzi. Guetta ha invece replicato: «Gli ebrei immigrati sono più religiosi e hanno avuto la meglio sulla laicità della comunità».  Della Rocca però ha provato a dare una soluzione al problema della sfilacciata identità ebraica milanese: «La disaffezione è endemica. L’ebraismo non si può ridurre a Kippur o alle occasioni prestigiose come la Giornata Europea della Cultura Ebraica». Ha poi aggiunto: «Serve trovare un minimo comune denominatore che ci faccia stare in armonia sotto lo stesso tetto. Questo tetto potrebbe essere la cultura ebraica, che è trasversale e non peculiare né al piano laico né a quello religioso».

 

@castelpao

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