Rileggere i Maestri al tempo del coronavirus

a cura di Paolo Castellano, Nathan Greppi, Ester Moscati, Ilaria Myr

Caos, confusione, paure ancestrali. Che cosa narra il Tanach sul modo in cui il popolo ebraico affrontava le malattie epidemiche? Sono un messaggio dall’Alto? O un avvertimento? Che cosa ci dice l’ebraismo per proteggere la salute individuale e collettiva? Che cosa possiamo imparare da una situazione di emergenza sanitaria? Lo abbiamo chiesto a quattro studiosi

Rav Arbib: La difesa? Teshuvà, tefillà e tzedakà

«Una delle interpretazioni nell’ebraismo riguardo alla malattia è che essa sia un messaggio che arriva da Dio, che ognuno di noi deve decifrare. A Giobbe, che chiede perché Dio non risponda alle sue domande, Eliu dice: “Egli può rispondere con halomot ve mahalot (sogni e malattie), cioè vari messaggi, e che sta a noi decifrarli.
A questo proposito Rav Soloveitchik dice che non si tratta di messaggi universali, ma personali, che solo ognuno di noi può decifrare». Così Rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano, entra nel merito dell’argomento di questa inchiesta, che ha le sue radici nella tradizione millenaria dell’ebraismo, ma che oggi più che
mai ci porta a riflettere sul presente. «In un famoso passo della composizione poetica Untanè Tokef che si legge a Rosh HaShanà e Kippur, si dice “la teshuvà, la preghiera e la tzedakà fanno passare il decreto malvagio”, cioè sono un’arma contro il decreto malvagio – continua Rav Arbib -. Ciò significa che nel momento in
cui siamo colpiti da una cosa negativa dobbiamo occuparci di noi stessi e degli altri. Innanzitutto di noi stessi facendo teshuvà, un profondo esame
di coscienza». Il secondo aspetto è la tefillà. «Le epidemie hanno accompagnato la storia dell’umanità, sin dai tempi più remoti in cui l’uomo era abituato alle calamità naturali; ma sono particolarmente difficili per noi oggi, sempre più convinti che in un mondo scientificamente organizzato niente possa colpirci.
Viene messa in discussione la nostra sicurezza, ed è sconvolgente, ma è anche l’occasione di ricreare un rapporto con Dio». Il terzo elemento è la tzedakà, fondamentale nella tradizione ebraica e particolarmente in momenti di questo tipo, perché nei momenti di crisi chi ha già problemi è in una situazione ancora peggiore. «Bisogna uscire dal nostro egoismo, fare del bene agli altri e, come dicono i chahamim, questo fa del bene anche a noi». L’ebraismo ha un rapporto con la malattia ambivalente: è una mitzvà assoluta per il medico curare e per il malato farsi curare. D’altra parte dobbiamo anche credere che è Dio che salva e quindi recuperare contemporaneamente anche il rapporto con Dio.

Rav Alberto Somekh: Gam zeh ya’avor, “anche questo passerà”

Oltre alla prescrizione di ordine generale: wenishmartem meod le-nafshoteykem (Devarim 4,4) per cui dobbiamo salvaguardare le nostre persone, i Maestri del Talmud affermano: chamira sakkanta me-issura (Chullin 10), “il rischio per la salute richiede maggior attenzione e rigore comportamentale rispetto agli stessi normali divieti della Torah”. Ma credo che il passo talmudico più significativo per la nostra presente situazione sia il seguente: dever ba-‘ir – kannès raglekha (Bavà Qammà 60): “se in città c’è una pestilenza ritira i tuoi passi”, cioè: chiuditi in casa. Il Talmud porta ben tre versetti a supporto di questa raccomandazione. Il primo è tratto dal racconto dell’ultima piaga d’Egitto, la morte dei primogeniti, scoppiata a mezzanotte. Agli Ebrei fu richiesto di non uscir di casa fino al mattino (Shemot 12,27), perché una volta che il morbo colpisce potrebbe non fare più distinzioni. E qualora pensassimo che la restrizione è in vigore solo di notte arriva un altro versetto: “Va’ popolo mio, entra nelle tue stanze, chiuditi la porta dietro finché non sarà passata l’ira Divina” (Yesha’yahu 26,20). E qualora pensassimo ancora che potrebbe farci bene uscire insieme agli altri per vincere il timore all’interno, ricordiamoci che “fuori uccide la spada (della malattia) mentre nelle stanze si ha paura” (Devarim 32,25). Le recenti disposizioni governative sono dunque perfettamente in linea con la nostra Tradizione e vanno rispettate. Chi esce di casa senza motivo non si limita a infrangere una legge dello Stato. Infrange la Halakhah.

Voglio fare un’ulteriore puntualizzazione. Vedere le nostre Sinagoghe chiuse addolora profondamente. Ma se queste sono le disposizioni vigenti non dobbiamo per forza ostinarci a fare come se nulla fosse. Confidare in H. non significa trascurare ciò che umanamente siamo tenuti a fare per preservare la salute nostra e degli altri. La Tefillah pubblica e la lettura della Torah, per quanto le abbiamo a cuore, sono solo prescrizioni rabbiniche. Tutti ricordiamo Monsignor Mazenta dei Promessi Sposi che durante la peste manzoniana moltiplicava le processioni e così diffondeva la malattia. Si racconta che R. Israel Salanter, fondatore del movimento Mussar, durante l’epidemia di colera che infestò la Lituania nel 1848, la mattina di Kippur nella Grande Sinagoga di Vilna recitò il Qiddush come se fosse stato un Sabato normale e si mise a mangiare davanti a tutti, nello sconcerto generale.

Che cosa possiamo imparare come ebrei da una situazione di emergenza sanitaria come quella che stiamo attraversando?

Dobbiamo mettere a frutto questo periodo di clausura. Anzitutto approfittarne per studiare. In secondo luogo dobbiamo imparare a sviluppare la dimensione domestica dell’Ebraismo, che per molti si è persa nel tempo, dal momento che quella comunitaria, cui siamo ormai abituati ad affidarci, non è al momento disponibile. Ma soprattutto dobbiamo imparare a gestire prudenza e pazienza. Pazienza verso l’esterno per via della reclusione forzata. Ma anche e soprattutto pazienza verso l’interno, verso gli altri membri della famiglia con cui ora siamo costretti a condividere spazi e tempi assai aldilà delle nostre normali abitudini. Il Ben Ish Chay di Baghdad raccomanda che in particolare la vigilia di Rosh ha-Shanah i coniugi non litighino sui preparativi della festa, perché è questa l’ennesima prova cui li sottopone l’istinto del Male e occorre resistergli. Perché proprio a Rosh ha-Shanah? Perché è Yom ha-Din, il giorno del giudizio. Anche noi oggi stiamo vivendo un periodo di Din, in cui siamo sottoposti al Giudizio Divino. Lo stesso Ben Ish Chay racconta che portava al dito un anello su cui era incisa la scritta: Gam zeh ya’avor, “anche questo passerà”. Nei periodi lieti lo guardava ed evitava l’orgoglio pensando che le gioie terrene hanno comunque un limite. Ma anche nei periodi tristi lo osservava e diceva: “anche questo passerà” e lascerà spazio a qualcosa di differente. Le-fum tza’arà agrà, “in misura della sofferenza sarà la ricompensa”. Confidiamo che il buon D. abbia in serbo per il nostro futuro un bene che ora non siamo minimamente in grado di immaginare. Che possiamo udire solo buone notizie!

Rav Gianfranco Di Segni: Evitare, arginare, curare le epidemie

Quali sono le mitzvòt da rispettare in queste situazioni di emergenza? In caso di malattie gravi, molti obblighi o divieti vengono meno, secondo le valutazioni caso per caso delle autorità rabbiniche competenti e dei medici. Per quanto riguarda le epidemie, diversi responsi rabbinici dell’800 raccomandavano di mangiare nel giorno di Kippur in presenza di un’epidemia di colera. Si racconta che Rabbi Israel Salanter, il fondatore del movimento del Musar, spronò dalla tevà del Bet haKeneset tutta la comunità a mangiare, anche coloro che non erano affetti dalla malattia, sostenendo che il colera colpisce maggiormente le persone deboli e affamate. Si dice che egli stesso assaggiò del cibo davanti a tutti, per dare il buon esempio (Iggherot Moshè O. Ch. 3:91). La raccomandazione primaria nel Talmud e nei primi posekim (decisori) è di allontanarsi, chi può, dal luogo dove è in atto un’epidemia. Ciò non vale per coloro che si sono già ammalati e sono guariti o per coloro che possono essere di aiuto a chi è costretto a rimanere. Il consiglio è di uscire dalla città all’inizio dell’epidemia, ma quando questa si è già diffusa è preferibile non uscire di casa e dalla città, per evitare di contagiare altre persone. Una raccomandazione particolare, rivolta ai genitori, è di allontanarsi dal luogo dell’epidemia insieme ai bambini. Oggi, in condizioni sociali diverse, bisogna seguire le direttive dei medici e ricercatori e delle autorità politiche che sono a capo di una nazione. Certamente l’isolamento, sia dei contagiati sia di chi ancora non lo è stato, è la strategia di elezione per contenere ed evitare la diffusione della malattia, in assenza di vaccini e medicinali efficaci.
Quali sono i principali casi raccontati nella Torah? Un caso emblematico, per più motivi, è l’epidemia che scoppiò in mezzo all’accampamento degli ebrei nel deserto del Sinai dopo la ribellione di Korach contro Moshè e Aharon. L’epidemia è presentata come una diretta conseguenza della ribellione. Moshè però disse a Aharon: “Prendi l’incensiere, mettici il fuoco dell’altare e l’incenso (ketoret) e vai verso la congrega”. Aharon corse in mezzo alla comunità spruzzando l’incenso, ponendosi “fra i vivi e i morti”, e l’epidemia cessò (Num. 17:9-15). Da qui l’uso di recitare il pittum haketoret quando c’è un’epidemia, come si è fatto anche per il coronavirus in Israele e nel mondo. Un’altra epidemia scoppiò per punire l’idolatria e il comportamento immorale degli ebrei con le donne midianite (Num. 25:1-9). Anche in occasione dell’episodio degli esploratori, che si opponevano all’entrata degli ebrei nella Terra Promessa, si verificò una pestilenza (Num. 14:37). Nel resto della Bibbia ci sono diversi episodi in cui il popolo fu colpito da una malattia a causa dei propri peccati. La visione biblica è quindi che l’epidemia è una punizione divina, ma è dovere di ognuno far tutto il possibile per arginarla, curarla ed evitarla, come dimostra l’intervento di Aharon. Chiaramente in casi di epidemie gravi, come quella che stiamo vivendo, le abitudini comunitarie vengono stravolte. Le preghiere nel Bet haKeneset, come la frequentazione della scuola, diventano difficili se non del tutto impossibili, quando le norme sanitarie impongono l’isolamento. Finché si può andare in sinagoga, è bene recitare preghiere pubbliche, e molte ne furono composte in passato: per esempio, la tefillà recitata dagli ebrei di Venezia “nell’emergenza del pericolo del cholera morbus”, composta dal rabbino maggiore Elia Aron Lattes nel 1836; e così quella composta nello stesso anno a Trieste dal rabbino maggiore Shabbetai Graziadio Treves, durante “l’invasione del cholera asiatico”, recitata, insieme a diversi salmi e all’Avinu Malkenu, anche “nelle altre due invasioni successive” e pubblicata nel 1855 a cura di A.V. Morpurgo e A. Luzzatto. Quando non si può più andare al tempio, a causa dell’isolamento forzato, si recitano le preghiere quotidiane e anche quelle specifiche contro il morbo a casa propria. Interessante il lungo racconto della peste che colpì Roma nel 1656, presentatoci da Rabbi Jacob Zahalon (Roma 1630-Ferrara 1693), rabbino e medico, laureatosi all’Università di Roma. L’epidemia colpì duramente pure il ghetto, all’epoca abitato da più di 4.000 persone, 800 delle quali morirono. Così scrive Rabbi Zahalon nell’opera di medicina Otzar haChayim, composta in ebraico con numerosi termini italiani traslitterati in ebraico: “E poiché la gente non poteva andare nelle Sinagoghe, io Yaaqov Zahalon feci una derashà dalla finestra e la comunità stava in piedi nella strada per sentire. Tuttavia di notte nessuno usciva di casa; se trovavano qualcuno lo mettevano in reclusione”.

Rav Riccardo Di Segni: Le malattie narrate nella Torà e nei Testi

Le epidemie fanno parte della storia umana e quindi anche della storia raccontata dagli ebrei. Nei nostri testi più antichi si parla spesso di malattie epidemiche. È un dato presente ed è discusso. Innanzi tutto, cioè, è raccontato nelle fonti, nelle Scritture, e poi c’è un livello interpretativo, le discussioni rabbiniche sul senso di questi eventi – malattie, epidemie… – nella storia; le istruzioni e le raccomandazioni su come rapportarsi di fronte a questi fenomeni. Ci sono inoltre delle regole precise su come comportarsi nei momenti così complicati in cui la salute collettiva viene messa a rischio: che cosa bisogna fare e che cosa non bisogna fare. Intanto, nei testi antichi ritroviamo diversi termini. Un termine è quello di Dèver, un altro è quello di Néga’ e un altro ancora è quello di Maghefà. In tutte queste accezioni noi non sappiamo esattamente di che cosa si tratta. Sappiamo che sono malattie che colpiscono in massa e in breve tempo una popolazione.
Forse la prima citazione biblica di un’epidemia la troviamo quando Avraham scende in Egitto, il faraone prende come concubina la moglie del Patriarca, Sarah, ingannato dallo stesso Avraham che l’aveva presentata come sua sorella, e a quel punto il Néga’ – la malattia contagiosa -colpisce l’intera corte. Tra l’altro è una situazione che prefigura le piaghe d’Egitto. Le famose piaghe dell’Haggadah di Pesach in cui è menzionato il Dèver, con cui si indica una delle dieci piaghe che colpisce gli animali in Egitto. Quelle sono piaghe di tipo epidemico. Non sappiamo esattamente di che si tratta. Poi nella Bibbia, nella Torah, si parla ripetutamente di morti nella Maghefà. E ancora, c’è l’episodio in cui i filistei si impossessano dell’Arca, dell’Aron HAKodesh. Anche in quel caso vengono colpiti e non si sa bene da cosa, ma pensiamo che si tratti di peste bubbonica. Gli esempi nell’antichità abbondano, poi in epoca rabbinica abbiamo delle altre notizie importanti, per esempio quella per la quale, ancora oggi, facciamo manifestazione di lutto nel periodo dell’Omer, per ricordare la morte degli allievi di Rabbi Akiva per askara. La parola askara, forse collegata con la parola greca èscara, descrive una morte per soffocamento. È stata così identificata con la difterite, malattia che provoca, appunto, la morte per soffocamento.

Tra l’altro, queste epidemie erano, all’epoca, più che temute, ovviamente. Non c’erano difese reali, se non quelle della fuga e quelle dell’isolamento, da un punto di vista sanitario. Da un punto di vista religioso siamo su un altro piano, è un altro discorso. All’interno dell’ebraismo c’è una quantità molto ricca di testimonianze sulla gestione della sanità pubblica. Oggi ci troviamo a combattere questo virus come se fosse la peste manzoniana, rispetto alla quale non c’era granché da fare se non la prevenzione o l’isolamento. I rabbini, sin da tempi remoti, Medioevo compreso, prendevano seriamente in considerazione le conoscenze scientifiche del tempo: norme obbligatorie che abbiamo seguito per tutelare la nostra salute. Se le autorità sanitarie danno delle indicazioni, noi dobbiamo seguirle. Il secondo punto è che dobbiamo vivere in una prospettiva più specificamente religiosa. Come tutti giorni della vita, tre volte al giorno rivolgiamo una benedizione al Signore con l’invocazione che ci guarisca. Tanto più in questo periodo noi dobbiamo invocare Kadosh Baruchu che ci guarisca. Quando ci troviamo in momenti di ristrettezze, la formula che si usava 1000 o 2000 anni fa, o ancora prima, si basa su tre strumenti: quello della tefillà (preghiera), della teshuvà (il “pentimento”, che consiste nel “ritornare sui propri passi”) e quello della tzedakà, cioè operare con la solidarietà sociale. Vorrei sottolineare che in questi giorni il tema della solidarietà sociale non è affatto una cosa teorica perché la crisi del Covid-19 non è soltanto sanitaria. Comporta un’enorme crisi economica che lascerà ampie fasce della popolazione in situazioni di grave indigenza. Chi può, chiunque possa, deve anche partecipare allo sforzo per rimettere a posto le cose.
C’è una relazione tra rispetto delle regole della kashrut e le malattie?
È un argomento sul quale sono state espresse molteplici opinioni autorevoli in passato. Molti hanno interpretato le regole della kashrut come prescrizioni essenzialmente igieniche. Ora, è indiscusso che le regole della kashrut abbiano delle implicazioni igieniche, di salute, ma non si possono ridurre queste regole a istruzioni di medicina. La Torà si preoccupa anche della nostra salute ma non rappresenta le istruzioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Poi, per ironia della sorte, l’OMS ha pubblicato un post, in questi giorni, scrivendo di far attenzione a non mangiare carne di animali che sono morti di malattia. Beh, loro lo hanno scoperto nel 2020, noi lo abbiamo scoperto qualche millennio fa.

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