I relatori della serata sull'eutanasia organizzata da Kesher

Kesher: un incontro sui rapporti tra eutanasia e bioetica nell’ebraismo

Ebraismo

di Nathan Greppi
Martedì 7 novembre, nell’Aula Magna della Scuola Ebraica, si è tenuto l’incontro Eutanasia e fine vita: prospettive etiche e legali, per spiegare come l’halakhah e la legge italiana giudicano uno dei temi più dibattuti del nostro tempo.

A introdurre la serata è stata Rosanna Supino, presidente dell’AME, per la quale quello del fine vita è un tema sempre più sentito, ricordando il caso di Charlie Gard. Ha anche spiegato che, negli ultimi anni, hanno dibattuto con rappresentanti di altre fedi su come ognuna vede queste tematiche. “Non è solo fine vita, è trapianto d’organi, […] è accanimento terapeutico ed eventuale sospensione delle terapie, è eutanasia – ha detto -. Questa sera siamo qui a fare delle riflessioni sul fine vita tra scienza, religione e diritto”.

Cosa dice l’ebraismo

Tra i relatori il primo a prendere la parola è stato Rav Alfonso Arbib, che per dare un’idea della posizione ebraica sull’argomento: “Noi normalmente chiediamo di guarire i malati e di far vivere i malati. La domanda è se si possa chiedere la morte di qualcuno, se nella tefillah si possa chiedere che una persona finisca di soffrire.” La risposta, ha detto Rav Arbib, è basata su un passo talmudico che riguarda la morte di uno di Rav Yehuda Nassì, che soffriva talmente tanto che i suoi allievi pregano perché lui viva. Lui però a un certo punto inizia a pregare per smettere di soffrire e, con uno stratagemma, interrompe le preghiere dei suoi alunni e infine muore.

“Ci sono varie opinioni, come sempre nella tradizione ebraica: c’è chi dice che è permesso, c’è chi dice che io non devo pregare esattamente in questo modo ma devo dire che Dio faccia ciò che è meglio, il che è un modo elegante per evitare il problema.” In sostanza, ha aggiunto, è permesso con un eccezione pazzesca: ai parenti è vietato pregare per la morte di qualcuno perché coloro che potrebbero avere, anche incosciamente, un interesse personale. Ha aggiunto inoltre che è inaccettabile qualsiasi intervento attivo nel porre fine alla vita di qualcuno, anche se è quella persona a chiederlo. In più, se una persona sta morendo e non c’è più niente da fare, allora non bisogna neppure toccarlo, perché si può accelerarne la morte.

Il punto di vista medico

Dopo di lui si è alzato Cesare Efrati, medico dell’Ospedale Israelitico di Roma, il quale ha proiettato alcune diapositive. “Più ci si avvicina al problema e più ci sembra esplosivo,” ha dichiarato, aggiungendo che “il tema del diritto di morire è uno dei più importanti nella bioetica contemporanea.” Tra le diapositive ne ha mostrata una in cui Re Saul D’Israele, nel corso di una battaglia, chiede allo scudiero di ucciderlo per non cadere in mano al nemico, ma questi rifiuta. Allora Saul si trafigge con la propria spada, rimanendo in fin di vita finché un amalechita gli diede il colpo di grazia. Efrati ha ricordato che la medicina ha allungato di molto la vita, ma purtroppo così si è allungato anche il tempo della sofferenza, tanto che mentre un tempo si moriva in casa propria, oggi lo si fa circondati da macchinari. Ciò che dobbiamo chiederci, secondo Efrati, è se “dobbiamo fornire una morte naturale o una morte high-tech?”

Ha citato poi un caso divenuto famoso in Israele nel 1995: Itay Arad era un uomo di 47 anni affetto da sclerosi laterale amiotrofica, a cui un anno dopo la paralisi il giudice acconsentì di staccare la spina. 4 anni dopo, un comitato di medici e rabbini si riunirono per discutere del fatto e stabilirono che fosse la scelta migliore.

Cosa dice la legge italiana

E infine è venuto il turno del giurista Sergio Fucci, che ha voluto spiegare come viene trattato il fine vita dalle leggi italiane. Secondo l’Art. 16 del Codice Medico, un dottore può astenersi dal compiere atti che il paziente rifiuta, mentre per l’Art 32 della Costituzione non esiste un diritto di morire: “Quali limiti incontra l’intervento medico alla fine della vita? Il primo limite è la volontà del paziente di accettare o rifiutare le proposte di cura; Il secondo è se è in fase terminale.” Ha aggiunto inoltre, riferendosi alle parole di Efrati, che oggi se è “eccessivamente medicalizzata la fine della vita.”

La serata non si è limitata solo ai dibattiti; infatti sono stati presentati due libri divulgativi: il primo, Salute e identità religiose, raccoglie vari saggi su come la medicina è vista nelle varie religioni, e l’altro è Aspetti di bioetica medica alla luce della tradizione ebraica, scritto da Efrati.

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