«Per capire non basta sapere, bisogna andare e vedere». Da Varsavia a Treblinka, da Lublino a Majdanek

Viaggi

di Fiona Diwan

ADEI WIZO / Viaggi della Memoria: Polonia

Ci si addentra a piedi nel muro di latifoglie, faggi, betulle, ontani, un bosco ovattato e luminoso che abbraccia i luoghi. Tutto è pace e silenzio; chissà se, come dicono, esiste davvero una “memoria degli alberi”. Qui, anche la natura sembra voler incespicare nel proprio rigoglio, rifiutando il diritto all’oblio che spetterebbe alla sua innocenza vegetale. Una piccola curva sulla strada sterrata, ed ecco che appare un ampio spiazzo dove si vedono traversine in cemento appartenute a binari, treni, rotaie; corrono parallele e in fila, unico segno tangibile rimasto di ciò che accadde qui. Siamo a Treblinka, il campo della morte la cui macabra memoria ci è stata tramandata dai pochissimi sopravvissuti e dallo scrittore russo-ebreo Vassily Grossman che ci arrivò al seguito dell’Armata Rossa nel 1945 e a cui dobbiamo parte della rievocazione di ciò che accadde qui. Com’è noto, da Treblinka nessuno usciva vivo, la maggior parte veniva ucciso il giorno stesso del suo arrivo. Dai vagoni al gas. È qui, nella famigerata fabbrica di cadaveri che, a partire dal 1942, arrivavano gli ebrei del ghetto di Varsavia e gli altri prigionieri.
Lo storico Marcello Pezzetti apre un raccoglitore di foto, lo sfoglia e lo alza per mostrarlo a tutti, lo indica al gruppo di persone sedute sulle traversine. «Guardate qui – dice-: esattamente nello stesso luogo dove noi siamo ora, proprio qui scendevano dai vagoni gli ebrei polacchi per essere instradati subito alle camere a gas, dopo la spoliazione».

Marcello Pezzetti parla al gruppo dei 50 dell’Adei Wizo in visita al campo, un “viaggio della memoria“ avvenuto in estate e ben organizzato dall’Adei e dalla sua Presidente milanese, Emanuela Alkalay Hafez; il tour prevedeva un itinerario di tre giorni e la visita di Varsavia (ghetto e Museo Ebraico Polin), Treblinka, Lublino (città e ghetto), e il campo di Majdanek.
Attraversando in pullman la vasta pianura polacca, è difficile non avvertire lo stridente contrasto tra natura e senso di morte. Dove siamo noi, voi siete adesso, chi si scorda di noi, scorda se stesso, recita l’antico adagio, e sembra che a sussurrarlo siano gli stessi faggi, olmi e betulle lungo la strada. Il pullman attraversa villaggi agricoli e borghi rurali che sembrano essere usciti da un racconto di Shoilem Aleichem, legno e tetti spioventi, staccionata e oche che corrono, un tempo ingannevole, un tempo poroso che vorrebbe sembrare immobile ma non lo è affatto.

Del campo di Treblinka non è rimasto nulla, i nazisti hanno distrutto tutto, prima di abbandonarlo. Ma qui, fa notare Pezzetti, si erge un Memoriale toccante, il più “potente” e dotato di senso: pietre aguzze conficcate nel terreno con i nomi degli schtetl polacchi inghiottiti dalla catastrofe, Tarnopol, Berdichtev, Koniecpol…; giardino di lapidi asimmetriche nel luogo dove sorgevano le camere a gas, i crematori, le fosse comuni. Qui in mezzo, c’è la tomba del grande educatore e pedagogista Janusz Korczak che volontariamente accompagnò i suoi orfani quaggiù, rifiutando la salvezza che gli veniva offerta. Per sbaglio, qui a Treblinka, finì un’ebrea italiana, un nome dimenticato e ritrovato da Marcello Pezzetti nel corso di una recente ricerca storica: per questa donna, tutto il gruppo Adei decide di soffermarsi e recitare, per la prima volta, un Kaddish nel luogo stesso della sua scomparsa.

A differenza di Varsavia, la città vecchia di Lublino è un gioiello di architettura dal sapore d’antan, i suoi palazzi ancora autentici, il perimetro del ghetto estremamente percepibile. Varsavia invece, bella ma ricostruita, presenta l’anonimato della modernità cosmopolita, laddove anche la visita al celebre ghetto si limita a un angusto pezzetto di muro, residuo di pochi metri inserito in mezzo a palazzoni in vago stile sovietico. Mentre Marcello Pezzetti guida il gruppo al Museo Ebraico Polin, un gruppo di giudici della Corte Suprema d’Israele in visita intona l’Hatikvà e accende la gigantesca Menorà posta davanti al monumento agli eroi del ghetto, sul piazzale davanti al museo. A sud, lasciata la capitale, il voivodato di Lublino si offre invece con lo splendore delabrè di vestigia ebraiche legate al pensiero, al misticismo e allo studio. In quest’area non si contava il numero di yeshivot e case di preghiera all’avanguardia, come ad esempio la celeberrima Yeshiva Chachmei Lublin, orgoglio di una moderna concezione educativa, costruita negli anni Venti e oggi trasformata in un albergo kasher di tutto rispetto. Dalle loro finestre, durante l’occupazione nazista, gli abitanti di Lublino potevano osservare il campo di concentramento poi diventato di sterminio, di Majdanek e registrane l’efferatezza estrema. Di fatto, i lublinesi sapevano tutto e vedevano tutto ma non poterono fare nulla, non era possibile ribellarsi, pena la morte per sé e per la propria famiglia, puntualizza lo storico Pezzetti.

Torrette di guardia, lunghe baracche, fili spinati, persino la mestizia trionfale di una colonna in pietra sormontata dall’aquila hitleriana. E poi un museo, nomi, fotografie, oggetti, barattoli di Zyklon B, migliaia di scarpe ammonticchiate… Il repertorio dell’infamia è sempre lo stesso, anche qui, all’estremo confine est della Polonia, a Majdanek, il primo campo ad essere liberato dai sovietici nel ‘44, il primo lager di cui i giornali occidentali ebbero notizia certa, testimonianza visiva e racconti orripilanti. Pochi oggi si spingono fino a visitare Majdanek. Peccato. Perché proprio qui si sente e si capisce tutto, forse meglio che in qualsiasi altro luogo analogo.

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