Croazia: viaggio fra le sinagoghe più antiche del mondo

Viaggi

di Ilaria Myr

È senza dubbio una delle mete più amate dai turisti italiani, e non solo per le acque cristalline del mare, la natura selvaggia, la genuinità dei suoi paesaggi. Ma la costa dalmata della Croazia è anche una meta interessante per la sua storia, un passato che ancora “respira” tra le antiche pietre di città come Split e Dubrovnik. Qui sopravvivono comunità ebraiche millenarie le cui sinagoghe sono ancora oggi visitabili e che ci restituiscono, ognuna a suo modo, una chiara idea del ruolo centrale che gli ebrei avevano in questa zona.

Se quest’estate andate in vacanza in Croazia, non perdetevi questa pagina appassionante di storia ebraica. Luoghi antichi – le sinagoghe sono ancora in funzione e sono tra le più vecchie del mondo -, pieni di fascino, la storia di un ebraismo florido e felice, oggi quasi estinto. La

Split ebraica si trova all’interno delle impressionanti mura romane del Palazzo di Diocleziano, nella piccola strada di Židovski Prolaz (passaggio degli ebrei). Qui – nella zona di quello che era il ghetto, istituito nel 1777 secolo, e che tuttora è chiamata il Get – si trova la sinagoga della città, che risale al XV secolo, e che è la terza sinagoga più antica del pianeta, con quella di Dubrovnik e di Praga. Particolare e unico è l’Aron HaKodesh, letteralmente incastonato nelle mura romane. Lo spazio, che in principio ospitava una chiesa, fu inizialmente affittato e poi acquistato dagli ebrei che, cacciati da Spagna e Portogallo, avevano trovato una buona accoglienza nella città, allora sotto dominio veneziano. Nei secoli la Comunità non ha mai superato le 300 unità; nonostante ciò, il ruolo degli ebrei è sempre stato di primo piano, grazie alle loro capacità commerciali, che dal XVI secolo portarono la città a diventare il fulcro dei commerci fra Oriente e Occidente. Fondamentale fu la figura dell’ebreo spagnolo Daniel Rodriga, che aveva convinto i commercianti orientali che era meglio far passare le merci da Spalato invece che per le vie marittime, dove grande era il pericolo dei pirati. Rodriga fece quindi costruire il lazzaretto, un luogo dove stipare per la quarantena le merci che circolavano fra Oriente e Occidente. Gli ebrei divennero quindi un elemento vitale nella vita della città e nei commerci con Venezia, rispettati dai concittadini e dalle autorità locali.

Interessante, poi, è sapere che tre famiglie ebraiche, Mussafia, Jesurum e Morpurgo – due di queste presenti ancora oggi nella Comunità di Milano -, sono particolarmente conosciute per avere dato alla città grandi studiosi: fra questi, il filologo Abraham Adolfo Mussafia e l’attivista politico, libraio, editore e banchiere Vid (Vita) Morpurgo, la cui libreria, tutt’oggi esistente nel centro della città – ben riconoscibile è la facciata in legno verde del 1860 -, fu per anni punto di incontro del Partito del popolo, che riuniva i patrioti dalmati da lui sostenuti. Oggi la Comunità ebraica conta circa 100 persone, la maggior parte delle quali sono anziani. «Non abbiamo un rabbino stabile – spiega in un italiano quasi perfetto il vice presidente della Comunità, Albert Altarac -, ma facciamo riferimento al rabbino capo di Zagabria, che periodicamente viene nella nostra Comunità. Qui in sinagoga celebriamo le feste più importanti e Shabbat: ogni venerdì ci raduniamo per una cena di festa, dove ognuno porta qualcosa. La kashrut? È difficile rispettarla, perché non abbiamo negozi kasher qui in città. Per Pesach ci facciamo mandare le cose da Zagabria, e alcune volte da Belgrado. Ma per la vita di tutti i giorni non riusciamo ad avere cibo controllato».

È dunque una Comunità non osservante che tenta con tutte le sue forze di mantenere le tradizioni e la propria identità, nonostante le difficoltà legate alla mancanza di fondi e di luoghi di educazione ebraica. Nella sinagoga, Bar Mizvà, Bat Mizvà e Brit Milà non si celebrano più da anni, mentre nel 2012 si è tenuto il primo matrimonio ebraico dopo 70 anni. «I giovani sono pochi – continua Altarac – e quindi non esiste una scuola ebraica. Organizziamo delle lezioni per i bambini, ma certo non è abbastanza. In gioco c’è il futuro di questa Comunità, che potrebbe un giorno non esistere più». Parole tristi, che lasciano inevitabilmente un gusto amaro in chi guarda la splendida sinagoga.

Molto diversa è l’impressione che si ha visitando quella di Dubrovnik, sinagoga frequentata da orde di turisti, a cui è annesso un piccolo museo ebraico (è collegata a un palazzo che apparteneva alla famiglia Tolentino). Un continuo vociare multilingue fuoriesce dal portone del Tempio, incastonato in una stretta strada della Città Vecchia di Dubrovnik, in mezzo a negozietti che vendono souvenir ebraici: menorot, ciondoli, statuette di rabbini di vetro, ma anche quadri e libri sulla storia degli ebrei in questa città. Un’atmosfera molto diversa da quella sobria, quasi timida, ma allo stesso tempo fortemente orgogliosa delle proprie radici, della comunità di Split. Ma, d’altra parte, una ragione di questo grande traffico di turisti c’è: Dubrovnik è una città classificata come patrimonio dell’Unesco e la sua sinagoga – quella sefardita ancora in uso, la più antica del mondo e la seconda più antica d’Europa – è inserita come tappa obbligata in tutte le guide e i tour turistici.

La Sinagoga di Dubrovnik fu costruita nel 1352 e più volte danneggiata: in particolare, durante il terremoto del 1667 e poi nella Seconda Guerra Mondiale e nella Guerra di indipendenza del 1990. Quello che si vede oggi è il frutto di un delicato lavoro di restauro che ha cercato di mantenere lo stile originale del luogo (vi si trova un AronHaKodesh che è un gioiello in stile barocco). La Comunità di Dubrovnik conta oggi circa 30 anziani: per questo, il tempio è in uso solo durante le feste ebraiche, quando un rabbino viene da fuori per celebrarle, mentre durante il resto dell’anno è aperto come museo.

Ma facciamo un po’ di storia. La presenza ebraica in Dalmazia, la regione della Croazia di cui Split è la città principale, risale ai primi secoli dell’era cristiana. I romani fondarono la città di Salona, situata proprio dietro Spalato, dove si stabilirono molti ebrei. Con l’assedio di Salona da parte del popolo caucasico degli Avari, gli ebrei si trasferirono a Spalato, appunto all’interno delle mura di Diocleziano. Determinante fu l’arrivo di molti ebrei cacciati dalla Spagna, alla fine del XV secolo, che trasformarono radicalmente la comunità ebraica. In questi anni fu costruita la grande sinagoga e il cimitero, uno dei più vecchi e grandi d’Europa. Un atteggiamento tollerante degli abitanti di Spalato che aumentò dopo la costruzione del Lazaretto di Daniel Rodriga. Ma fu nel XVII secolo che fu istituito il ghetto, vero e proprio, poi chiuso in era napoleonica. La serena convivenza fu annientata dalla Seconda Guerra Mondiale: nel 1943, sotto il dominio dell’Italia fascista (1941-1943), la sinagoga fu distrutta e gli oggetti sacri, insieme ai libri, furono bruciati dai fascisti nella piazza centrale, e anche la celebre libreria Morpurgo attaccata. Le deportazioni iniziarono con l’arrivo dei nazisti e dei nazionalisti croati, gli ustascia, che uccisero circa la metà della popolazione ebraica (allora 300 persone). Dalla fine della guerra fino agli anni ’90, come parte della socialista Yugoslavia, Split mantenne un atteggiamento aperto nei confronti degli ebrei. Durante la guerra, che portò allo scioglimento della Yugoslavia, ricomparvero alcuni simboli ustascia, e lo stesso neo-eletto presidente croato Franjo Tudjman entrò in polemica con il Simon Wiesenthal Center per alcuni suoi commenti antisemiti. Nonostante ciò, la comunità ebraica, che conta 100 persone, tutt’oggi vive in serenità, senza quasi essere esposta a episodi di antisemitismo.

Diversa è la storia di Dubrovnik (Ragusa), città che dal 1400, dopo un periodo di dominio veneziano, divenne indipendente. La comunità ebraica, presente a Ragusa fin dai tempi della sua fondazione, si ingrandì enormemente con l’afflusso di ebrei sefarditi in fuga dall’Inquisizione spagnola e portoghese. Per lo stesso motivo, a Ragusa affluirono anche molti Marrani e conversos. Tra loro si distinse Ivan Rabljanin (Johannes Baptista Arbensis de la Tolle, 1470–1540), un abile artigiano che aprì una fonderia per la produzione di cannoni da usare sugli spalti delle mura. Nel 1546 fu istituito il ghetto, nella zona che tutt’oggi si chiama Ulica Zudioska (Strada degli ebrei). Prima del 1938, vivevano in città circa 250 ebrei. Durante il conflitto, molti di questi furono trasferiti prima nell’isola croata di Lopud, dove erano concentrati altri ebrei croati, e da lì trasferiti al campo di Rab, allora sotto dominio italiano: qui fu deportato e poi ucciso anche il rabbino capo Salamon Baruch, a cui successe, come capo della Comunità, Emilio Tolentino. Fu lui a mettere in salvo i gioielli della sinagoga dandoli in custodia agli amici croati non ebrei, per poi recuperarli una volta finita la guerra. Molti dei pochi sopravvissuti si trasferirono in Israele. Oggi a Dubrovnik si contano solo 30 anime ebraiche.

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