Una scena del film 'Non odiare'

“Non odiare”, il razzismo secondo Gassmann e Mancini

Spettacolo

di Nathan Greppi
Negli ultimi anni l’incitazione all’odio e alla violenza è aumentata grazie ai social, per cui occorre prendere delle contromisure per educare contro l’odio: da questa premessa è partita Daniela Tedeschi, presidente dell’Associazione Figli della Shoah, nell’introdurre lunedì 14 settembre una proiezione speciale al Cinema Gloria di Non odiare, film diretto da Mauro Mancini recentemente presentato al Festival di Venezia. L’evento è stato organizzato dall’Associazione assieme a Notorious Pictures. 

La vicenda è ambientata a Trieste: Simone Segre (Alessandro Gassmann) è un chirurgo ebreo che un giorno assiste per caso a un incidente stradale, in cui un uomo rimane gravemente ferito. Inizia a prestargli le prime cure, quando vede sul corpo dell’uomo tatuaggi di simboli nazisti e si rifiuta di aiutarlo, lasciandolo morire. Spinto dai sensi di colpa, decide di aiutare economicamente la famiglia dando lavoro come colf alla figlia 27enne del morto Marica (Sara Serraiocco), ignara della verità. Le cose si complicano quando il fratello 17enne di lei Marcello (Luka Zunic), fervente neonazista come il padre, si oppone all’idea che la sorella lavori per un ebreo, il che lo porterà ad entrare in conflitto con Simone.

Sin dalla prima scena del film, si capisce che tipo di personaggio sia Simone Segre: un uomo che, anche per via del rapporto conflittuale con il padre, segnato nel carattere dall’esperienza dei campi di concentramento, fa il possibile per salvare vite. Nel momento in cui l’istinto lo porta a non salvare un uomo, venendo meno al giuramento di Ippocrate, egli cerca perlomeno di salvare i figli di quest’ultimo. Nello stesso periodo delle vicende, infatti, egli deve rimettere a nuovo la casa del defunto padre, dovendo fare i conti con un passato con cui non voleva avere niente a che fare. Ciò lo porterà anche a riscoprire la sua identità ebraica, che prima non sembra avere un ruolo particolarmente importante nella sua vita.

Anche i giovani fratelli hanno le loro caratteristiche che li distinguono l’uno dall’altro: se Marcello è un concentrato di fanatismo unito all’aggressività tipica di certi adolescenti, in Marica il pregiudizio per le altre etnie è appena accennato, e dover badare ai fratelli più giovani la rende più matura.

Le vicende narrate non sono completamente inventate, in quanto si ispira a un fatto accaduto realmente in Germania nel 2010, dove un chirurgo ebreo non volle operare un paziente perché questi aveva un tatuaggio nazista. Nella realtà si fece dare il cambio da un collega, nel film si è cercato di rendere il tutto più drammatico per aprire una riflessione sull’odio e la tolleranza reciproci.

Gassmann, che ha davvero origini ebraiche, riesce a interpretare molto bene il personaggio, e ottime interpretazioni le danno anche la Serraiocco e Zunic, sebbene alle volte i personaggi appaiano stereotipati. Tutti e tre riescono a rendere in maniera convincente emozioni diverse: ansia, rabbia, disprezzo, paura, sollievo.

Nel film sono rari i momenti in cui è presente una colonna sonora, lasciando che siano le azioni dei personaggi principali a creare momenti carichi di tensione o, al contrario, situazioni più rassicuranti. Mancini, qui al suo secondo lungometraggio dopo aver diretto soprattutto corti e spot pubblicitari, dimostra una certa sensibilità nei confronti di un tema delicato, scandagliando a fondo nell’animo umano.

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