La rivincita dei fratelli al-Kuwaiti

di Aldo Baquis, da Tel Aviv

MUSICA/ Dudu Tassa è la star della canzone araba in Israele, erede e nipote di Daud  al-Kuwaiti, divo e voce sublime
a Baghdad negli anni Cinquanta. L’emigrazione in Israele portò il declino  e l’oblio, fino alla orgogliosa riscoperta di oggi

La musica araba, che era in gran voga negli anni Trenta e Quaranta tra Basra e Baghdad, torna alla ribalta oggi con un Cd appena uscito in un moderno studio musicale di Tel Aviv. Si chiama al Hajar e parla di una partenza, di una emigrazione, di uno stato melanconico di abbandono.
La firma è di due celebri compositori ebrei di musica irachena, i fratelli Daud e Salah al-Kuwaiti, morti in Israele oltre 30 anni fa con addosso la nostalgia delle notti di Baghdad. Il commosso recupero della loro vena artistica – ancora oggi ritenuta insuperata nel suo genere – è del nipote di Daud: il musicista israeliano Dudu Tassa, che ha un passato di jazz, rock e fusion.

Baghdad, Anni Trenta – All’inizio del secolo scorso i fratelli Daud e Salah si erano imposti come i re della vita notturna nella capitale irachena. Nati nel Kuwait nella famiglia Ezra, avevano appreso la loro arte prima dal musicista locale Khaled al-Bakar, un maestro di Oud (il liuto arabo) e poi a Basra, in Iraq, da Yusuf Zaarur. Fu questi a introdurli nelle meraviglie del Makam, la scala musicale araba.
Negli anni Trenta e Quaranta – ormai celebri come i “fratelli Kuwaiti”– diventarono protagonisti della vita notturna di Baghdad. Avevano un locale importante e una stazione radio, erano un punto di riferimento per i musicisti iracheni. La stessa diva della musica egiziana, Um Kulthum, volle ascoltarli di persona. Godevano in quegli anni della benevolenza del Re: in un’occasione questi regalò loro un orologio personale, in un’altra – dietro loro intervento – annullò l’impiccagione di un ebreo.
La loro carriera subì però un contraccolpo con la nascita di Israele (1948). Nel 1950, in seguito al diffondersi di sentimenti anti-ebraici, i due furono costretti a troncare le attività e a emigrare. In Iraq la loro fama cominciò così ad affievolirsi. Con l’avvento al potere di Saddam Hussein le loro composizioni furono presentate come “musiche tradizionali”, senza più riferimenti agli autori ebrei emigrati in Israele.

Tel Aviv, Anni Cinquanta – La vita, per loro, non fu facile nemmeno in Israele. Arrivarono con addosso gli abiti migliori, confezionati da un sarto parigino di alta classe. Ma come molti ebrei immigrati da Paesi arabi, all’atterraggio furono accolti col Ddt. Quando aprirono i loro bagagli, scoprirono sconvolti che le autorità irachene avevano sequestrato tutte le loro partiture. Adesso che si erano alloggiati nel rione Ha-Tikwa, un sobborgo proletario di Tel Aviv, i rioni borghesi di Baghdad erano solo un ricordo. Per mantenere le famiglie aprirono un negozietto di utensili per la casa. Volentieri avrebbero amato esibirsi ancora, come in passato. Ma nell’Israele degli anni Cinquanta – che cercava di darsi una fisionomia occidentale – non c’erano le condizioni necessarie. Loro, che in Iraq avevano suonato fino all’alba di fronte a pubblici folti e raffinati, potevano al massimo sperare adesso di esibirsi a qualche matrimonio o bar mitzvà. Alcuni ricordano che in quelle occasioni, nel rione Ha-Tikwa, si chiudeva una strada al traffico, si mettevano fuori tavoli e sedie, e si faceva baldoria fino a notte fonda. Un unico locale accettò di ospitarli, il Caffè Noah: mitico punto di incontro per gli immigrati dai Paesi arabi che solo là potevano godersi la musica che amavano davvero (vi si esibiva anche il cantante egiziano-ebreo Filfel al-Masri) fra palme, fontane e danze di baiadere. Un vero rifugio per questi “arabi-ebrei” un po’ “marrani” che nella vita quotidiana preferivano invece cancellare un idioma e dissimulare un aspetto esteriore che li rendevano troppo “simili al nemico”. Daud morì dimenticato nel 1976, Saleh nel 1986.

Tel Aviv, 2011 – A riportare l’attenzione su di loro è stato Dudu Tassa, il nipote di Daud, quando anni fa ha deciso di tornare ad ascoltare le loro canzoni e di riarrangiarle secondo un gusto più moderno. «Non ho mai incontrato mio nonno Daud, essendo nato tre mesi dopo la sua morte – racconta con commozione, in un’intervista rilasciata nel suo studio – ma in quel modo mi sono sentito molto vicino a lui».
Fin dall’infanzia aveva sentito la madre cantare in arabo, in casa. Ma alla luce delle sofferenze patite dai fratelli al-Kuwaiti lei gli aveva sempre intimato di tenersi lontano dalla musica. Eppure l’impulso era più forte di tutto. «A scuola dissi che volevo imparare musica e mi misero di fronte a due sole scelte: o classica, o jazz». Dudu puntò sul jazz. Negli anni successivi si fece un nome nella musica israeliana. Le stazioni radio lo trasmettevano in continuazione. Nella hit-parade era ai primi posti.
A quel punto sentì di essere maturo per misurarsi con le composizioni degli al-Kuwaiti. E trascinò in studio anche la madre, che per lui incise una canzone. Quel Cd cantato totalmente in arabo fu un successo sorprendente: perché lo stesso Israele, che negli anni Cinquanta aveva rifiutato il bagaglio culturale degli “arabi-ebrei”, adesso si sente molto più sicuro di sé e più aperto.

Tel Aviv, febbraio 2019 – Anche il mondo esterno è cambiato. Nel 2017 Dudu Tassa ha eseguito in arabo le canzoni dei Fratelli al-Kuwaiti negli Stati Uniti, aprendo un tour dei Radiohead. «Siamo stati accolti benissimo. Il loro pubblico – afferma – è molto aperto ad esperimenti musicali. La gente ballava nella sala». Con YouTube e Facebook le canzoni eseguite dal “nipote di Daud” si stanno inoltre affermando adesso in Iraq, Egitto e Giordania.
In Iraq e nelle comunità di iracheni trapiantati in Occidente, si organizzano adesso convegni dedicati alle composizioni di Salah e Daud al-Kuwaiti. «Riceviamo – dice Tassa – messaggi di apprezzamento, ci invitano a suonare per loro». Per il momento “Tassa e i Kuwaiti” si sono esibiti di fronte a pubblici arabi a Gerusalemme, Jaffa e in Turchia. «Magari in futuro potrebbero aprirsi altri confini. Non c’è migliore strumento della musica – conclude – per la comprensione fra i popoli».

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