Quando la vita sbiadisce e il passato scompare…

Salute

di Marina Gersony

La ricerca fa passi da gigante: da Israele nuovi strumenti per sconfiggere la demenza senile e il morbo di Alzheimer

1422089350-still-alice

 

L’Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante, con un esordio in età presenile: in genere oltre i 65 anni, ma può manifestarsi anche prima. Solo in Italia sono oltre 1,2 milioni le persone che soffrono di una forma di demenza, di cui il 60% convive con l’Alzheimer. Con altissimi costi associati a queste malattie. Nel mondo colpisce circa 35 milioni di persone e si prevede che interesserà 115 milioni entro il 2050. Dati preoccupanti, certo, ma arrivano anche le buone notizie: gli studi per sconfiggere questa malattia sono sempre più avanzati e lasciano ben sperare.
Arriva da Israele una ricerca che cambierà le modalità di cura dell’Alzheimer che non andrà più visto come malattia tout-court, bensì come un insieme di malattie che vanno trattate ognuna a suo modo. Lo studio – a cui hanno partecipato ricercatori della Facoltà di Medicina Dentale dell’Università Ebraica di Gerusalemme e il Laboratorio di ossa e matrice extracellulare degli istituti americani della Salute (NIH) -, consentirà lo sviluppo di nuove terapie da prescrivere a seconda del “sottotipo” di malattia di cui è afflitto il paziente con possibilità di guarigione.
Altra buona notizia è che entro breve potrebbe bastare un semplice esame del sangue per diagnosticare il morbo di Alzheimer. Ora, alcuni ricercatori della Tel Aviv University, Technion e Rambam Medical Center di Haifa, Università di Harvard inclusa, hanno pubblicato uno studio che dimostra come un test non invasivo possa rilevare con anticipo la presenza del morbo, con la possibilità di personalizzare trattamenti preventivi. In pratica è stato testato un biomarcatore essenziale per le funzioni cognitive; una “firma” proteica nel sangue che potrà portare un valido aiuto nella diagnosi della malattia. Si tratta di una proteina, l’ADNP, il cui livello aumenta nel sangue tra i pazienti colpiti da Alzheimer. La proteina è stata scoperta 15 anni fa nel laboratorio della Professoressa Gozes.
Sempre da Israele, in sinergia con ricercatori americani, arriva infine uno studio utile per la comprensione di demenza e Alzheimer. Condotto dal Professor Itzhak Fried – responsabile di neurochirurgia funzionale al Tel Aviv Medical Center (Ichilov Hospital) e professore di neurochirurgia presso l’Università di Tel Aviv e la University of California (UCLA) -, mostra come i singoli neuroni della memoria, ossia le unità di base della cognizione, si comportano quando devono “ricordare” un qualcosa. Fried e il suo team hanno monitorato le attività neurali nel cervello di 13 pazienti con epilessia mentre guardavano dei clip de I Simpson. Terminata la visione, i pazienti sono stati invitati a ricordare ciò che avevano visto. I ricercatori hanno potuto notare l’attivazione dei medesimi neuroni che si erano attivati mentre guardavano il video. Sono quindi riusciti a prevedere quali clip i pazienti sarebbero riusciti a ricordare osservando semplicemente i neuroni che s’illuminavano poco prima dell’esperienza di richiamo della memoria. I ricercatori hanno potuto inoltre “forzare” il richiamo alla memoria stimolando i neuroni.

Menu