Esperti e religiosi a confronto su bioetica e spiritualità nella ricerca e nella sperimentazione medica

Salute

di Ilaria Ester Ramazzotti

convegno-medicina-spiritulitaLa ricerca e la sperimentazione in medicina alla luce dell’etica e della spiritualità. Questo il tema del convegno proposto nell’ambito di un ciclo di incontri dell’iniziativa Insieme per prenderci cura tenutosi lo scorso 17 marzo alla Fondazione IRCCS Ca’ Granda e Ospedale Maggiore Policlinico Milano in via Commenda a Milano. L’iniziativa, promossa da Biblioteca Ambrosiana, Associazione Medica Ebraica, Coreis Italiana, Collegio Ipavsi MiLoMb e Fondazione Irccs Ca’ Granda, “mira a mettere a confronto medici, operatori sanitari, ministri di culto e religiosi che si trovano oggi di fronte a nuove sfide etiche legate all’ambito sanitario, per le quali è necessario un dialogo e una conoscenza più approfondita delle diverse esigenze professionali, rituali e religiose”.

Il ciclo di incontri prevede approfondimenti e confronti interreligiosi che coinvolgono rappresentanti di islam, cristianesimo, ebraismo, induismo e buddismo. Con questo intento si è aperto il dibattito dedicato alle dimensioni etiche e spirituali della sperimentazione e della ricerca medica, ottavo appuntamento della serie di conferenze in programma. Riportiamo di seguito una sintesi della seconda sessione del convegno, che ha visto protagonisti esperti ed esponenti religiosi di diverse fedi. Al centro del dibattito, l’eticità delle sperimentazioni mediche fatte su persone e animali e della ricerca medica, la responsabilità etica degli operatori, il ruolo e la consapevolezza dei malati o dei volontari coinvolti nei trials clinici, il valore e il rispetto della vita e della persona, laicità dello Stato e norme religiose.

Secondo Alfredo Anzani, medico e consultore della Conferenza Episcopale Italiana, l’etica è l’interna consapevolezza del significato del proprio agire, qualcosa che scorre fra due poli che sono da un lato il bene dell’uomo e dall’altro la sua libertà, ma la cosa più importante è la “centralità dell’uomo, che desidera solo essere aiutato, quindi il primo imperativo per il medico è di non fare del male”. La bioetica va così declinata seguendo una “riflessione scientifica e sapienziale con riferimento ai valori etici, per coniugare professionalità e valori dell’umanesimo. Il parametro dell’etica è l’uomo e fine della ricerca medica è la sua anima spirituale, da proteggere, custodire”. Che cosa farsene altrimenti del grande medico ma piccolo uomo? Quale generale linea guida sul tema della protezione della vita in ambito sanitario, Anzani ricorda la lettera inviata da Papa Paolo VI a un congresso di medici cattolici riunitisi a Washinghton nel 1970, lettera a sostegno della sacralità della persona umana, contro l’aborto e contro l’eutanasia. Ma la bioetica deve essere laica nel senso di pluralista, universale, “non un’etica ebraica o un’etica cristiana o musulmana, perché l’etica non è di una parte”, ma è l’uso morale della scienza per la persona.

“Il valore della vita è infinito – ribadisce Gianfranco Di Segni, rabbino e ricercatore del Cnr -, quindi un minuto della vita vale come un anno o dieci anni” e non si può accelerare la venuta della morte interrompendo la vita con l’eutanasia, mentre va messa in atto ogni possibilità di cura, anche lontana, in grado di salvare una vita umana. Nel Levitico, poco prima del comandamento ‘ama il prossimo tuo come te stesso’, è scritto di ‘non rimanere inerti quando il prossimo è in pericolo’: è proibito rimanere inerti di fronte a un pericolo di vita, mentre è obbligatorio salvare la vita e preservare la salute degli altri e altresì la propria salute, in quanto gli uomini sono i custodi del proprio corpo. Farsi del male è proibito così come non si ha il diritto di rifiutare le cure mediche”. Sono da intraprendere persino le terapie più pesanti, se il rischio che si corre è la morte anche se, dall’altro lato, abbiamo il dovere di preservare la nostra salute.

“Il punto centrale – specifica il rabbino – è trovare il giusto equilibrio”, valutare costi e benefici alla luce dell’etica. In questo senso viene interpretata anche la pratica della sperimentazione sulle persone e sugli animali, dalle quali “il progresso medico non può prescindere”. “Secondo Rabbì Yakubovicth, fondatore nella seconda metà del Novecento della bioetica ebraica, se una certa sperimentazione fatta sull’uomo è utile al paziente, questa può essere praticata, ed è obbligatorio prescrivere terapie non ancora sperimentate qualora altre cure non siano disponibili. Se non c’è alcun rischio per la persona, la sperimentazione medica su soggetti sani è obbligatoria; se invece una sperimentazione è in qualche modo rischiosa per chi vi si sottopone, questa non è più obbligatoria, ma permessa, e chi vi si presta compie un atto di bontà. Così secondo la maggior parte dei rabbini”. Anche gli animali devono essere accuditi e curati, e vige “l’esplicito divieto rabbino di provocare loro sofferenza. La sperimentazione sugli animali è inoltre ammessa purché porti un beneficio alle persone”, ma servono regole etiche.

Vige oggi “una grande confusione sul concetto di eticità – esordisce Tenzin Khentse, monaco buddista tibetano -, perché forse ‘etico’ è qualcosa che si conforma a valori o culture?  – si chiede -. Allora avremmo mille etiche! Se davvero esiste un’etica questa è a un livello superiore e non di parte. Per il buddismo, la cosa più importante è che venga rispettata ogni forma di vita”, tuttavia “l’uomo è considerato superiore agli animali e si arroga il diritto di dire ciò che è giusto, ma è lecito avvalorare qualsiasi cosa che benefici l’essere umano? E le case farmaceutiche sono interessate ai pazienti o alle loro quote azionarie? Serve oggi un’etica trasversale, non ‘ebraica’o di una parte o di un’altra, altrimenti sarà sempre a favore di alcuni e causa di disuguaglianze. Il mondo odierno pone al suo centro il mercato, mentre l’etica è armonia e rispetto di tutti e l’uomo ha la responsabilità di proteggere e difendere tutti – sottolinea -. Così ha la sua scintilla divina”.

“La scienza è una vocazione dell’uomo, sua espressione positiva – ha detto Ylenia Goss della Commissione bioetica della tavola valdese – quindi il rapporto con le innovazioni scientifiche è aperto e fiducioso”. Nel prendere posizione “le chiese non impongono proprie visioni ma propongono riflessioni e linee guida” che riguardano principi cardine come l’autonomia della scienza, i limiti dettati dalla responsabilità, il rispetto di ogni forma di vita e il diritto all’autodeterminazione, quindi la necessità del consenso informato del paziente. Non ultima, Goss sottolinea la necessaria laicità dello Stato sotto il profilo politico-sociale e il rispetto di valori e criteri differenti. L’Unione delle Chiese valdesi scrive in un suo documento su bioetica e laicità che: “Lo Stato non può farsi educatore o tutore del cittadino in base a scelte etiche controverse e di parte, ma deve invece garantire al cittadino la libertà da costrizioni di ogni tipo in vista della formazione di un proprio libero convincimento” e che: “Non sono la stessa cosa la libertà di professare e diffondere il proprio culto e la richiesta pressante e quasi ossessiva rivolta allo Stato e ai politici di limitare le scelte personali e tradurre in testi legislativi criteri particolari di un determinato culto”.

Nei trial clinici “va cercato un bilanciamento dei benefici” e laddove è lecito fare sperimentazioni sugli animali va comunque considerato di “non fare un uso strumentale del mondo” e della creazione, così come va garantito rispetto all’uomo che è immagine divina. La via da seguire va cercata nella Parola del Signore, secondo cui “prendersi cura è una caratteristica dell’amore”, amore che implica e richiede sapienza, conoscenza, perché “non si ama senza conoscere e non si conosce senza amore”.

Per Ahmad Abd Al Quddus Panetta, del Comitato etico di Coreis, Comunità religiosa islamica italiana, il concetto di scienza presuppone un’indagine disinteressata, che comprenda etica e spiritualità, al contrario oggi si verifica una scissione fra scienza ed etica e si confonde altresì la scienza con la tecnologia applicata. Nell’Islam, invece, le scienze più nobili sono di natura deduttiva e non empirica. Poteri forti promuovono inoltre la scienza a favore di interessi industriali delle case farmaceutiche, facendo quindi cadere il principio del non-interesse. Va invece difeso il carattere autonomo della medicina. L’idea di scienza è “riconducibile all’unità del Signore” e “nel Corano numerosi versetti invitano a vedere gli elementi del creato come manifestazione della creazione divina”. “Le religioni possono richiamare chi ha ricevuto incarichi pubblici alle proprie responsabilità, compresa quella di dare informazioni anche sulle ricerche ufficiali di terapie non convenzionali. “Il medico musulmano ha la responsabilità di tendere verso la vera sapienza e il prendersi cura” delle persone, in quanto “l’umanità è il sale del mondo”.

 

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