Tanti saluti da Varsavia! Le cartoline di mamma Tirza

di Ines Monti

La vicenda della famiglia Szlezynger che lotta e soccombe nel Ghetto di Varsavia. Una ragazza polacca che si salva
in Sardegna e che diventerà una delle prime donne-medico d’Italia. Il Sionismo, la guerra, il nonno- filosofo Nahum Sokolow. E poi quelle cartoline, scritte per eludere
la censura nazista. Una testimonianza, un racconto inedito

 

Tra la primavera del 1941 e l’estate del 1942 numerose cartoline postali vengono spedite dal Ghetto di Varsavia verso Sassari, in Sardegna. Colei che scrive, è Tirza Segal, che insieme al marito, manda lettere alla figlia Malka. Tirza è una nipote del celebre intellettuale e leader del Sionismo Nahum Sokolow. Ma perché scrive alla figlia, giovane sposa polacca che si trova nell’isola italiana? Questa è una delle tante, curiose storie di salvezza, appese ai fili di un destino imperscrutabile e imprevedibile.
L’ho scoperto un giorno del 1957, durante un pranzo. Sapevo che i miei nonni materni erano morti 15 anni prima in Polonia sotto un bombardamento. O per lo meno lo avevo creduto fino ad allora. Frequentavo la seconda media: una mattina a scuola la mia compagna di banco aveva detto qualcosa sulla persecuzione degli ebrei durante la guerra. Tornata a casa ne parlai mentre eravamo seduti a tavola e mio padre colse l’occasione per raccontare a noi figlie la verità. Da quel giorno il pensiero di ciò che è accaduto ai nonni non ci ha più abbandonato.

Tra Łodź e Mitteleuropa
Małka Fajga Szlezynger, la madre di colei che scrive questo articolo, appare nella foto di famiglia a due anni, nel 1915, con un grande fiocco tra i capelli ricciuti. È una bambina dalle labbra marcate e le guance paffute. Con i suoi grandi occhi azzurri guarda il mondo con severo stupore. È l’amatissima figlia unica di una tranquilla coppia borghese di Łόdź e i parenti dicono che è un po’ viziata.
Il padre, Izrael Szlezynger, uomo pio e molto legato alle tradizioni, ha una fabbrica di tessuti e può garantire agio alla moglie e alla figlia. La mamma Tirza Segal, dai tratti delicati, bella nonostante la piccola statura, è una donna elegante, moderna e intellettualmente emancipata. Va spesso a Varsavia, dove incontra i familiari.
La numerosa e legatissima famiglia di Tirza guarda con trasporto alla Palestina. I sei fratelli e sorelle, insieme ai figli, discutono con fervore di possibili partenze e alcuni con molta preveggenza lasceranno la Polonia. In casa dello zio Nahum Sokolow e di sua moglie Regina, nata Segal, si incontrano ferventi sionisti e nascono continui dibattiti. Qualche volta Tirza va a trovare gli zii prima che Nahum si trasferisca a Londra. Come racconterà mia madre Małka, anni dopo, anche lei, piccolissima, viene portata alle visite, con mille superflue raccomandazioni di comportarsi bene. Małka cresce tra buone letture, aperta a ideali sociali e persa tra molti sogni. I suoi soggetti preferiti sono le biografie degli scienziati, anzi delle scienziate. Il suo modello femminile è Maria Curie e il riferimento maschile Sigmund Freud. I libri di psicoanalisi la appassionano e vorrebbe iscriversi alla facoltà di Medicina per poi specializzarsi in psichiatria. Peccato che nella Polonia degli anni Trenta frequentare Medicina sia molto complicato per i ragazzi ebrei. Relegati in un lato delle aule, vengono malmenati dai compagni cattolici appena sconfinano. Spesso rispondono alle botte e nascono continui tafferugli.

Da Parigi alla Sardegna
Così a diciott’anni Małka parte per Parigi, e inizia una storia che dalla capitale la porterà prima a Rouen e poi a Milano e a Novara, alla ricerca di un posto in cui possa conciliare lo studio della medicina con la necessità di mantenersi da sola. A metà anni Trenta la fabbrica di Izrael viene infatti distrutta da un incendio doloso e la famiglia non ha più possibilità di inviare soldi alla figlia. Fortunatamente le riviste più prestigiose di medicina sono scritte in tedesco e Małka, che conosce perfettamente la lingua, traduce per i medici che hanno bisogno di aggiornarsi.
A Novara Małka sposa un giovane dottore dell’ospedale cittadino, Franco Ottolenghi, cattolico da generazioni nonostante il cognome ebraico. I genitori di Małka, che in Italia viene chiamata Magda, incontrano per la prima volta i neosposi durante un soggiorno sulle Alpi e accolgono Franco con affetto. Il tema della religione non viene esplicitamente affrontato. Izrael forse intuisce che il genero non è ebreo e certamente ne soffre, ma sceglie di non chiedere. L’ultima immagine che mia sorella ed io possediamo dei nonni li ritrae sulle Dolomiti, mentre si allontanano verso valle a dorso di mulo. Non li rivedranno più.
Franco, che crede anche lui nella scienza e nella ricerca, con felice preveggenza lascia Novara e un avviato lavoro per andare a vivere con la moglie a Sassari, dove inizia la carriera universitaria come assistente volontario in dermatologia. La coppia vive ora con pochissimi soldi in una camera in affitto. Il professor Enea Scolari, maestro di Franco, apprezza l’allievo e lo difende quando per il suo cognome e per il suo matrimonio il rettore Carlo Gastaldi è pronto a cacciarlo dall’ateneo. Dopo la promulgazione delle Leggi razziali Małka, una dei 67 ebrei censiti sull’isola, riceve settimanalmente la visita di due compunti carabinieri, che con un certo imbarazzo si accertano se la moglie del dottore sia sempre lì. A differenza del rettore, i due custodi dell’ordine probabilmente non capiscono quale pericolo possa rappresentare per l’agguerrito stato fascista quella giovane signora, che proprio nel ’38 si laurea ed entra nell’elenco delle prime 10 donne dottore in Medicina della Sardegna.
Nel 1937 Izrael e Tirza raggiungono i parenti in Palestina e provano a viverci per un po’ di mesi, ma la nostalgia per la Polonia è troppo forte e il clima troppo difficile. Nel ’38 Izrael, contro la volontà della moglie che si trova in vacanza in Crimea, rientra senza avvertirla a Łόdź. E lei lo raggiunge.

Quei pacchi mai arrivati
La valigetta di pelle marrone con le iniziali M. S., regalata alla figlia in partenza per Parigi, e qualche fotografia che Małka si è portata con sé sono le memorie che oggi restano di Tirza e Izrael. Nella valigetta sono state conservate per sessant’anni anche le cartoline postali spedite alla figlia dal Ghetto di Varsavia, custodite ora presso il CDEC, Centro di Documentazione Ebraica di Milano. “Stiamo bene, non ci manca niente… ma mandaci qualsiasi cosa, abbiamo bisogno di tutto”. Questo era l’appello contraddittorio, disperato e reticente, ad uso della censura tedesca, che Israel e Tirza Szlezynger nell’inverno del ’41/’42 inviano dal Ghetto di Varsavia alla figlia Małka in Sardegna. Ogni lettera inizia con la dichiarazione che non hanno niente di cui lamentarsi. Poi accennano al freddo terribile, ai frequenti cambiamenti di casa, chiedono disperatamente pacchi di biscotti, temono la febbre petecchiale e insistono per avere un vaccino prodotto in Francia. E infine chiudono con la speranza di riunirsi alla figlia. Magari l’estate seguente… Ma dei pacchi che chiedono, e che immagino siano stati spediti, ne arriva uno solo. A Varsavia l’inverno ’41/’42 è durissimo, la primavera però porta un po’ di sollievo. Małka scrive a maggio che aspetta un bambino e i genitori le rispondono felici. L’ultima lettera dal Ghetto è del 23 luglio ’42. Poi, dalla Polonia è silenzio. E a Sassari angoscia. Il primo treno da Varsavia a Treblinka è partito il 22 agosto. Małka e Franco scopriranno quattro anni dopo attraverso amici di amici sopravvissuti il motivo per cui le cartoline sono cessate.
Oggi, quando provo nostalgia per mia figlia che vive a Londra e la sua giovane famiglia, mi consolo pensando che la lontananza non è sempre negativa: sapere Małka in Sardegna, a duemila chilometri da Treblinka, avrà confortato Israel e Tirza mentre venivano spinti dalle SS verso la camera a gas. E Isaac, Ada e Lea, i miei amati nipotini anglo-italo-belgi, cittadini del mondo, presto capiranno che i loro nomi hanno una ragione: ricordare a distanza di quattro generazioni lo sterminio delle famiglie Segal e Szlezynger.

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