Storia della “Brigata Ebraica”

È stata una importante iniziativa di documen- tazione e di approfon- dimento sulla storia della “Brigata Ebraica” e sul suo significativo ruolo nella guerra di liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, quella che si è svolta il 23 ottobre 2006 alla Casa della Cultura di Milano. Ferruccio Capelli, direttore dello storico centro culturale di Milano, fondato nel 1946 da Ferruccio Parri, ha posto l’accento sull’impegno della Casa della Cultura a colmare il vuoto di informazione su questa materia, a svelare una pagina ignorata della nostra storia antifascista.
Marco Cavallarin ha coordinato l’incontro con Vittorio Dan Segre, volontario nel “Palestine Regiment”, con Annie Sacerdoti, direttore del Bollettino della Comunità Ebraica di Milano, e con Luca Alessandrini, direttore dell’Istituto Storico “Parri” di Bologna.

Più di 9.000 ebrei hanno combattuto in Italia contro il nazi-fascismo.
Più della metà facevano parte della “Brigata Ebraica”, formata per lo più da volontari ebrei palestinesi inquadrati militarmente nell’VIII armata britannica. Hanno percorso l’Italia dal Sud al Nord, da Taranto fino al Tarvisio, per poi continuare ad operare oltre frontiera fino al 1946. Il loro contributo nella guerra contro il nazi-fascismo è stato determinante. In origine destinata dagli inglesi ad attività ausiliarie di soccorso delle popolazioni, la “Brigata Ebraica” si è resa invece prima protagonista dello sfondamento, nel marzo del 1945, della linea gotica nella vallata del Senio, e quindi della liberazione della Romagna fino a Bologna. Il legame che quei generosi combattenti stabilivano con le popolazioni liberate e con gli ebrei di quei territori è ancora vivo, e annualmente ricordato con forte partecipazione popolare presso il cimitero di Piangipane (Ravenna), dove sono tumulati i suoi morti.

Vittorio Dan Segre, volontario dal 1941 al 1943 nella decima compagnia del secondo battaglione dei Fucilieri palestinesi del “Palestine Regiment”, dal quale si è formata la “Brigata Ebraica”, ha ripercorso, attraverso affascinanti notazioni autobiografiche, la storia della sua formazione, e ne ha sottolineato il valore storico e politico. Per la prima volta, duemila anni dopo l’occupazione romana della Giudea, il popolo ebraico aveva una sua forza militare. Il governo inglese, dopo anni di pressioni, permise che essa si costituisse solo quando gli fu chiaro che la guerra volgeva al termine, e che il ruolo di quella truppa “insubordinata” e determinata sarebbe stato minore. Così non fu, come ha dimostrato la storia. La “Brigata Ebraica” fu anzi uno dei fondamenti su cui si realizzò lo Stato ebraico.

Il “Palestine Regiment”, noto tra gli ebrei italiani col nome di “Brigata Palestinese”, era presente in Italia meridionale nell’esercito britannico con funzioni logistiche e ausiliarie, già dal 1943. Il ruolo che esso svolse fu di grande importanza per la ricostituzione delle comunità ebraiche del mezzogiorno e del centro Italia fino a Livorno. Il calore dell’incontro della “Brigata Palestinese” con gli ebrei confinati dalle parti di Montecassino, è stato ricordato nell’intervento di Annie Sacerdoti: “Per mia madre, come per tutto il piccolo gruppo ebraico che fu portato in salvo a Napoli, nel vedere i soldati con al braccio la Stella di Davide fu come vedere il Messia.”

Luca Alessandrini ha cucito le trame della vicenda militare della “Brigata Ebraica” in Italia, ponendo l’accento sul suo straordinario contributo al superamento della linea gotica fino alla liberazione di Bologna. Fu a quel punto che la “Brigata Ebraica” venne inviata al Tarvisio, a pattugliare l’importante nodo di frontiera. E fu lì che avvennero i suoi primi incontri con i profughi dai campi di concentramento, che inizio la sua attività di giustizia nei confronti degli aguzzini nazisti, e che venne presa la decisione di dedicarsi al salvataggio dei superstiti in tutta Europa, che dai porti del Belgio e dell’Olanda vennero da loro avviati verso i porti italiani da cui sarebbero poi salpati alla volta della Palestina. Alessandrini ha insistito sul ruolo della “Brigata Ebraica” come fondamento essenziale della costituzione dello Stato di Israele. Spesso la storiografia contemporanea, ignorando la complessità dei processi di fondazione e di sviluppo dello Stato ebraico, considera come “attualità politica” del Medio Oriente i fatti della “storia” di Israele, quasi non riuscisse ad acquisire un’immagine di legittimità per quello Stato.

Introducendo la proiezione del film In our own hands, sulla storia della “Brigata Ebraica” in Italia, Alessandrini ha detto: “Gli ebrei, in questo film, non sono soltanto vittime, ma sono giustizieri e conseguenti costruttori di una identità nazionale fondata anche sull’esercito e sulla guerra, come è sempre stato per tutte le nazioni europee. La costruzione dello Stato, dunque, viene presentata dal regista Chuck Colin anche con la categoria della perdita dell’innocenza”. Il film, in inglese, era sottotitolato in italiano a cura dell’Associazione Italia-Israele di Bologna.
Il lungo incontro, durato più di tre ore, ha tenuto avvinto fino alla fine un pubblico attento e motivato.

Marco Cavallarin

L’intervento di Annie Sacerdoti

Il 25 settembre 1942 trentasei uomini della Comunità ebraica di Napoli presero il treno da Napoli diretti a Presenzano, in Ciociaria, a pochi chilometri da Cassino. Avevano ricevuto il foglio giallo (come le prostitute), una specie di foglio di via che li obbligava a raggiungere Tora e Piccilli dove, in quanto ebrei, erano richiamati al lavoro coatto. Alla stazione di Presenzano furono prelevati da un gruppo di carabinieri armati, fatti salire su un camion e condotti al paese, distante circa 8 chilometri. Tra questi uomini c’era anche mio padre Enrico, oltre a suo fratello Renato, suo cognato Luciano.
Tora e Piccilli era un unico paese di 400 anime che si estendeva su due collinette collegate da un ponte: a Tora c’era la piazza principale con il municipio, la chiesa e la casa dei baroni Falco (sfollati da Napoli) oltre a un piccolo gruppo di botteghe e case di contadini allineate lungo un’unica strada che, dopo un bosco di castagni e un vigneto, arrivava a Piccilli. Qui il nucleo dell’abitato era formato dalla grande casa Maffuccini, moglie del podestà. All’orizzonte si vedeva la grande sagoma dell’abbazia di Montecassino.
Il luogo sembrava tranquillo rispetto a Napoli, lontano dai bombardamenti e la vita per gli ebrei confinati non era particolarmente dura. Il podestà dava infatti frequenti permessi per andare a Napoli tanto che molti, come mio zio Renato, chiese nella primavera del 1943 un permesso matrimoniale di quindici giorni, dal quale non rientrò mai.
Proprio la tranquillità del posto indusse mio padre a farsi raggiungere in paese da mia madre Wanda, e dalle mie due sorelline Vera, che aveva 4 anni, e Sara, di appena 2. Non solo, ma la tranquillità del posto indusse anche i miei a portare lì mobili e masserizie, insomma tutta la casa di Napoli.
La casa dei miei genitori era l’ultima del paese di Tora ed era un po’ defilata rispetto alle altre case. Passarono i mesi e dopo l’estate del 1943 la situazione cambiò velocemente. Mia madre aveva appena scontato cinque mesi di carcere a Cassino perché era stata trovata ad ascoltare Radio Londra ed era stata scarcerata solo perché era incinta e prossima a partorire. Mio padre era scappato con gli altri uomini sulle montagne. Gli Alleati erano sbarcati a Salerno mentre i tedeschi arretrarono verso Montecassino, non riuscendo più a controllare la zona.
Così dal campo prigionieri alleati di Capua riuscirono a scappare molti soldati che, per non percorrere la strade principali, presero la via dei monti, passando proprio per Tora e Piccilli. Qui mia madre divenne il loro punto di riferimento: lì rivestiva da civili, nascondeva le loro divise, dava loro da mangiare, permettendo loro di riprendere la strada per ricongiungersi alle loro armate. Fino a che i tedeschi, dirigendosi verso l’abbazia di Montecassino dove poi si attestarono, passarono proprio per Tora e fecero saltare proprio la casa dei miei genitori che, essendo l’ultima del paese, permise loro di bloccare la via d’accesso al paese. Mia madre era ormai al nono mese di gravidanza, aveva con sé le mie due sorelle mentre mio padre era sui monti.
Ma la vita riserva sempre le più curiose sorprese. Le decine di soldati alleati sbandati che erano stati rifocillati e rivestiti da mia madre, raggiunte le loro unità, avevano parlato della presenza di questa signora ebrea in attesa di un figlio in questo sperduto angolo della Ciociaria tanto che era stato avvertito il comando generale di Londra.
Intanto la Brigata palestinese era arrivata a Napoli insieme agli inglesi: proprio da Londra arrivò l’ordine di preparare un’ambulanza per andare a prendere questa signora che a momenti doveva partorire. Ma la strada era interrotta e solo il 18 novembre 1943 un camion con i vessilli della Brigata palestinese riuscì a raggiungere Tora e Piccilli. Si fermò sotto casa Falco, una delle poche ancora in piedi e riportò a Napoli mia madre e le sue tre bambine. Tra queste c’era una neonata di due giorni, la sottoscritta. Per mia madre, come per tutto il piccolo gruppo ebraico che fu portato in salvo a Napoli, nel vedere i soldati con al braccio la Stella di Davide fu come vedere il Messia.
Appena dieci chilometri più a nord, verso Montecassino, tedeschi e alleati si fronteggiavano. L’abbazia di Montecassino sarà distrutta solo nel maggio 1944.
Annie Sacerdoti

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