Liliana Segre: «Ragazzi, quando non sarò più qui, le candele della Memoria sarete voi»

di Ilaria Myr

Le pubbliche scuse  del Canton Ticino per il “rifiuto” che condannò alla deportazione la famiglia Segre. L’Università  di Lugano che la accoglie, 75 anni dopo.
L’abbraccio degli studenti. «Finché avrò fiato continuerò a parlare ai ragazzi e mi batterò contro  il linguaggio dell’odio». Parla una delle ultime testimoni, la senatrice Liliana Segre

Micaela Goren Monti, Liliana Segre, Ferruccio de Bortoli all’USI di Lugano

«Ogni volta che ho finito di raccontare la mia storia mi dico “basta, questa è l’ultima. Ho 88 anni e sono stanca”. Ma poi mi si ripresenta la possibilità di parlare ad altri ragazzi e allora ci ricasco sempre…». Liliana Segre ci parla dalla sua casa milanese, nel giorno di riposo che si è concessa in una settimana molto intensa. Lunedì 3 dicembre al mattino era all’USI, Università della Svizzera Italiana, a Lugano, dove il consigliere di Stato della Confederazione Elvetica Manuele Bertoli le ha chiesto pubblicamente scusa a nome del Canton Ticino, per il rifiuto della guardia svizzera di frontiera, 75 anni fa, che segnò la sua vita con un respingimento fatale. Sempre il 3 dicembre, la stessa sera, era al Memoriale della Shoah a Milano, per la conclusione del Festival Jewish in the City e, il giorno dopo, all’Università di Padova per parlare delle Leggi razziali, a 80 anni dalla loro promulgazione. Un tour de force anche per una quasi-novantenne dalla tempra d’acciaio come Segre. «Certamente è faticoso per me. Ma non posso farne a meno, è una cosa che ho dentro. Ho iniziato trent’anni fa, nel totale anonimato, andando in giro per l’Italia, e continuo anche oggi. Perché lo faccio? Per tutte le persone che erano con me nell’inferno di Auschwitz. Polacchi, zingari, ungheresi, francesi come Jeanine, di cui parlo sempre nella mia testimonianza: tutte quelle persone che hanno fatto la fila con me, che hanno vissuto con me nella baracca, che ho toccato, che ho visto morire. Non pochi giorni, ma un anno e mezzo. Io li ho conosciuti, io ero lì con loro, erano tutti miei fratelli e sorelle. Ai ragazzi parlo di queste persone e di quel mondo, nella speranza che diventino loro le candele della memoria, quando noi testimoni non saremo più qui». Ed è questa intima convinzione che, alla domanda di una ragazza su come i giovani possano continuare a mantenere viva la memoria di queste atrocità senza che nel futuro qualcuno ne metta in discussione l’esistenza, l’ha spinta, a Lugano, a rispondere: «Tu sei la risposta. La memoria siete voi, la risposta sei tu. Finché ci saranno persone come te che si porranno questo problema, la memoria continuerà».

Il tikkun del Canton Ticino
C’erano 500 ragazzi il 3 dicembre scorso nell’Auditorium dell’USI a Lugano ad ascoltare la sua storia, ma soprattutto ad assistere a un evento fondativo della coscienza e identità collettiva: la richiesta pubblica e ufficiale di scuse da parte del rappresentante del Canton Ticino. «So che questo compito spetterebbe alle autorità federali, ma è mio onore personale chiedere scusa a Liliana Segre – ha dichiarato il consigliere di Stato svizzero Manuele Bertoli, davanti a una platea composta da rappresentanti istituzionali (fra cui il sindaco di Lugano, Marco Borradori) e studenti dei sei licei cantonali -. Chiedere scusa e sperare che quell’errore non si ripeta più. Che sia un errore che appartiene alla storia e al passato». Scuse queste che sono le prime da parte della Svizzera alla sopravvissuta alla Shoah e senatrice a vita; e che arrivano 75 anni dopo il rifiuto delle guardie che quel 7 dicembre 1943 rimandarono indietro lei, suo padre e due zii in Italia, dove furono arrestati e poi deportati ad Auschwitz. Tutto ciò è avvenuto durante un evento fortemente voluto e magistralmente organizzato da Micaela Goren Monti, Presidente della Goren Monti Ferrari Foundation, dal forte valore simbolico, per «riannodare un filo spezzato e operare un tikkun, una riparazione, non più differibile – ha dichiarato Goren Monti introducendo l’incontro -: accogliere Liliana Segre a Lugano a 75 anni dal grande rifiuto che ha sconvolto la sua vita di ragazzina di 13 anni».
Liliana Segre non perdona chi quel giorno li rimandò in Italia, mandandoli nelle mani dei fascisti, che li arrestarono e poi deportarono ad Auschwitz, uccidendo suo padre.

(FOTO REGUZZI)

«Mi aspettavo le scuse? Io non mi aspetto mai niente, neanche di essere nominata senatrice a vita… – dichiara a Bet Magazine-Bollettino -. Ma sicuramente le ho gradite, e ho soprattutto apprezzato l’affetto e la cura con cui questo evento è stato organizzato, che raramente ho riscontrato nelle tante altre occasioni a cui partecipo. Micaela Goren Monti si è spesa in prima persona in modo sbalorditivo per portare in Svizzera la verità, e le sono davvero molto grata». E poi l’attenzione dei ragazzi, che hanno ascoltato, in un silenzio assoluto, la sua testimonianza, che è partita dalla sua infanzia milanese, felice e spensierata, piena di amore, segnata nel 1938 dalle Leggi razziali. «A 8 anni non capisci perché vieni espulso senza avere fatto nulla – ha spiegato -. In molti hanno cominciato ad agire come se fossi invisibile. Erano quegli italiani, la maggioranza purtroppo, che non fecero una scelta, che andavano in piazza ad applaudire qualcuno che aveva deciso di pensare per loro». Poi la fuga in Svizzera, la sensazione di essere quasi libera – “mi sentivo un’eroina” – e poi il rifiuto delle guardie svizzere, e la disperazione di Liliana bambina. «Sprezzanti, ci hanno rimandato indietro. Mi sono aggrappata a una gamba di una di loro, ma faceva come si fa con un cagnolino che si vuole mandare via». Poi il carcere a Varese, a Como e a Milano. «Perché una persona che è colpevole solo di essere nata deve entrare in carcere?» ha chiesto ai ragazzi, facendo appello alla loro intelligenza emotiva. E poi la deportazione, il viaggio nel carro bestiame – «sul quale vorrei scrivere un testo a parte, troppe sono le cose da dire» – e l’arrivo ad Auschwitz, «dove la parola “perché” ormai non aveva più senso».
La traumatica separazione del padre, e poi la trasformazione in un “pezzo”, uno “Stück”, con il numero 75190 tatuato sull’avambraccio che «sarà accanto al mio nome sulla mia tomba, perché io sono quel numero».
A colpire sempre nelle testimonianze di Liliana Segre è l’umanità dei suoi racconti e la volontà di trasmettere ai ragazzi i valori universali: come quello dello scambio con un professore belga a cui portava del materiale in fabbrica. «Lui mi ricordava mio padre, e io una sua figlia. Era un insegnante, e ogni volta che ci incontravamo parlavamo, anche se poco, di storia. In quel momento eravamo liberi. Poi un giorno non l’ho più visto».
O anche quando racconta della marcia della morte. «Non dite, vi prego, “non ne posso più”. L’essere umano, e le donne in particolare, è fortissimo, vuole la vita. E poi la fame: quando si muore di fame si attraverserebbe il mare e scalerebbero i monti». E qui la stilettata al presente. «Non stupiamoci se delle persone vengono da noi a cercare fortuna e una vita migliore…». E poi il ritorno a Milano, la ripresa difficile della vita, fino alla scoperta dell’amore, che l’ha guarita.
L’Europa ha fatto i conti con il passato? «No – ha risposto a una ragazza -. Gli armadi della vergogna non sono mai stati aperti. In Italia addirittura dei personaggi che sono stati importanti fautori della difesa della razza subito dopo la guerra sono diventati presidenti della corte costituzionale (il riferimento è a Gaetano Azzariti, ndr)… La memoria è labile, il tempo passa, il passato è pedante, e le generazioni successive alla guerra non hanno voluto ritornare su quella Storia così triste e tragica. Solo pochissimi hanno avuto il coraggio profondo di studiare e di riportare alla memoria quello che la massa non riusciva a ricordare».

Il “bisogno” della memoria
Oggi più che mai, per Liliana Segre la lotta contro l’indifferenza e l’odio è urgente e necessaria, e per questa, ora che è senatrice a vita, si impegna in prima persona. «La prima cosa che ho fatto dopo la nomina da parte del presidente Sergio Mattarella è il disegno di legge contro l’hate speech, il linguaggio dell’odio, – spiega -, perché antisemitismo, razzismo e odio verso gli altri sono oggi in preoccupante crescita. Mi sono messa in gioco immediatamente con le mie “armi pacifiche”, riprendendo un Ddl che era già stato ignorato in passato, sperando di avere delle commissioni che controllino i discorsi dell’odio, che si stanno rapidamente moltiplicando a tutti i livelli. Ad oggi ha già avuto parecchie firme, fra cui molti nomi importanti, ma non posso prevedere quale sarà l’iter.
Già una volta, quando fu presentato da esponenti del governo Monti, è stato ignorato. Certamente molti dei parlamentari non pensano neanche a firmarla, nonostante non sia un’iniziativa contro qualcuno, ma contro le forme di sentimenti ignobili come l’odio, l’intolleranza e il razzismo. L’atmosfera di oggi mi preoccupa molto, perché vedo gli stessi segni del passato. Io faccio quello che posso».
E sono tante le cose che fa, Liliana Segre, lei stessa bersaglio di frasi di odio sul web. Il 17 dicembre ha portato 90 Carabinieri di Milano a visitare il Memoriale della Shoah «perché sono scandalizzata dal fatto che i milanesi non conoscano questo luogo della Memoria, nemmeno i tassisti». E adesso, a gennaio eccola coinvolta in prima persona negli eventi per il Giorno della memoria organizzati dalla Associazione Figli della Shoah: il 15 gennaio sarà al Teatro degli Arcimboldi, alle 10.30, per la consueta testimonianza agli studenti, trasmessa in diretta online sul sito del Corriere della Sera, mentre il 22 gennaio, sempre alle 10.30, al Teatro alla Scala incontrerà, oltre agli studenti, anche un pubblico più ampio. Gli interessati possono prenotarsi al sito dell’associazione (www.figlidellashoah.org). «Certamente ho paura che con il tempo la memoria sbiadisca, che la Shoah e la sofferenza di milioni di persone diventino una riga sui libri di storia, per poi scomparire completamente, come è successo con il genocidio degli armeni, di cui la gente conosce poco, nonostante siano passati solo 100 anni. Ma io continuerò a parlare finché avrò fiato, a raccontare dei molti che furono indifferenti, che non fecero una scelta per salvare altri esseri umani. Continuerò perché io c’ero, ho visto e ho vissuto l’orrore».

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