«Quel giorno cambiammo rifugio, ma la torta restò sotto le bombe»

di Ilaria Ester Ramazzotti

Pacifico Di Segni, un romano a Milano. Tanti fratelli, la separazione e le fughe, ma poi la fortuna di salvarsi tutti. La Scuola in via Eupili e le colonie estive dell’OSE, la passione sportiva e le Maccabiadi in Israele

In un giorno d’estate, incontriamo nella sua casa in corso di Porta Romana Pacifico Di Segni, nato a Roma nel 1934 e trasferitosi a Milano nel 1938 con la sua grande e bella famiglia di sei fratelli: Giuseppe, nato nel 1926, Angelo del 1928, David del 1929, Enrica del 1932, lui stesso, Pacifico, del 1934, e Fiorina del 1939. Arrivati in città con i genitori, Settimio Di Segni e Costanza Fiorentino, abitano inizialmente nell’attuale via Larga, allora denominata via Adua, e poi in diverse case del centro storico. «Mio padre faceva il commerciante ambulante, come molti altri ebrei romani che si trasferirono a Milano – ci spiega -. Ho quasi sempre vissuto a Milano, mi sento molto più milanese che romano».

 

Gli anni della guerra a Milano: le persecuzioni e i bombardamenti

La memoria corre velocemente agli anni della Shoah, delle persecuzioni e delle fughe, delle difficoltà e privazioni quotidiane della guerra, fra i bombardamenti che martoriarono la città. «Eravamo nel pieno della guerra, c’erano i bombardamenti – ricorda Di Segni -. Quando l’allarme suonava, andavamo nel rifugio vicino casa, sotto il portone del palazzo, dove le cantine fungevano da rifugio. Con un ultimo forte squillo, l’allarme segnalava se gli aerei fossero già arrivati. Era il segnale più temuto. Se suonava di notte, dovevamo sbrigarci ad andare di sotto. Uno dei miei fratelli, che grazie a D-o ho ancora, era invece particolarmente pigro. Ricordo quella notte, quel sabato sera nell’agosto del ’43 in cui dormivamo tutti. Fu proprio lui a sentire l’allarme all’ultimo squillo. Ci svegliò subito e uscimmo in fretta. Per un caso non andammo nel rifugio sotto casa, ma da un’altra parte, in via Francesco Sforza. Entrammo al numero 48. Quando ritornammo, fatalità, la nostra casa non c’era più! Era stata colpita.

Ma di quella notte, nonostante il trauma, ricorderò sempre con un sorriso mio fratello David, proprio quello che ci aveva svegliato, che diceva: “Non abbiamo più la torta!” Successe infatti che anche il dolce tanto atteso appena fatto dalla mamma era finito sotto le macerie».

Anche questa era la guerra, vissuta con occhi da bambino, racchiusa nelle memorie più difficili da raccontare. «Qui in corso di Porta Romana c’era una pensione frequentata dagli artisti che si esibivano al teatro Carcano. Quando l’allarme antiaereo suonava, anche loro scendevano nel rifugio insieme a noi. Ricordo che ci tenevano un po’ in allegria. Il più spiritoso era Carlo Dapporto. Dopo quel bombardamento non li vedemmo più, ma so che nemmeno loro scesero nel rifugio vicino al nostro appartamento». Fu per tutti una benedizione. Rimasti senza casa, «iniziammo a “girovagare” e giungemmo fino a San Giuliano Milanese, dove c’erano una scuola e dei locali dove potevamo dormire sotto la paglia. Senonché, essendo in otto in famiglia, la nostra situazione diventava sempre più pericolosa: se qualcuno ci avesse segnalato come ebrei, ci avrebbero portati via tutti.

Decidemmo allora di dividerci, perché era più probabile che almeno qualcuno di noi si sarebbe potuto salvare». Iniziano così altri giorni drammatici, segnati dalla paura delle persecuzioni, dalla fuga, dalla separazione. «Tre dei miei fratelli andarono a Roma, a casa di nostra nonna che abitava nel ghetto. Mio padre andò con una mia sorella da un suo conoscente cattolico sul Lago di Garda. L’altra mia sorella andò con uno zio a Casteggio, nell’Oltrepò Pavese, dove anche loro vennero ospitati da una famiglia cattolica. Solamente io e mia madre rimanemmo a Milano, a San Giuliano, insieme ad altre persone, fra cui mia zia Erina Di Segni, sorella di mio padre, suo marito Cesare Zarfati e il loro bambino».

In città, intanto, impazzano gli arresti e le persecuzioni. «Purtroppo accadde che presero il marito di mia zia Erina, e lo portarono nel carcere di San Vittore. Da quel giorno, tutte le mattine andavamo in corso Buenos Aires: da lì passavano i camion che portavano i carcerati alla stazione di Lambrate, per farli lavorare: li mandavano a togliere le bombe inesplose. Così potevamo vedere e salutare mio zio Cesare. Stavo sempre con mia madre o con mia zia. Un giorno lei dovette andare in Comune, ma all’ultimo decise di andarci da sola con il suo bambino. Fu così che arrestarono anche lei!». «Mi salvai anche quella volta per caso e rimasi solo con mia madre. Ogni giorno, andavamo da San Giuliano a Milano, a piedi. Erano 10 chilometri, ma prendere i mezzi di trasporto era pericoloso, anche perché gli aerei mitragliavano. Tuttavia, una volta alla settimana andavamo a Monza a comprare del filo da tessere e gli aghi che poi vendevamo. Così prendevamo il gamba de legn, il tram a vapore che partiva da corso Vercelli, passava dal Duomo e percorreva viale Monza».

La vita di ogni giorno prosegue fra privazioni e difficoltà, ma con la speranza sempre viva di una prossima possibile salvezza. «Ritornammo ad abitare a Milano, in via San Maurilio, nella casa di un mio zio, che aveva lasciato alla donna di servizio. Ci ospitò lei». «Un giorno presi della legna abbandonata in una casa diroccata, in via Torino, per necessità. Mi videro, mi dissero che l’avevo rubata e mi portarono in via Unione, dove c’era un distretto del Fascio. Fortunatamente ero piccolo e loro non sapevano neanche che fossi ebreo. Anche quella volta andò bene. E pensare che dopo la guerra proprio lì in via Unione fecero un centro della Comunità e un Tempio, al primo piano. Il rabbino era Ermanno Friedenthal. Molti profughi e reduci da tutta Europa passarono di lì prima di andare in Israele. Si celebravano anche i matrimoni e io lì feci il mio bar mitzvà».

Ma torniamo agli anni bui della Shoah. «Io e mia madre decidemmo di raggiungere mia sorella e mio zio a Casteggio. Quella famiglia, che si chiamava Stefanini, acconsentì a ospitare anche noi». Inizia qui un altro difficile viaggio, pieno di pericoli da affrontare insieme all’urgente necessità di nascondersi. «In quei tempi le strade e i ponti venivano bombardati, muoversi era difficoltoso e pericoloso, ma c’erano dei camion dove ti facevano salire a pagamento. Io e mia madre chiedemmo un passaggio, con altra gente. A un certo punto, lungo il tragitto, un aereo iniziò a mitragliare. Scendemmo e velocemente ci rifugiammo in un casale di campagna. Non era certo un rifugio, ma almeno eravamo più riparati. Dentro però trovammo un cadavere! Era meglio non pensarci troppo, perché dormimmo lì. Solo al mattino riprendemmo il viaggio. Per raggiungere Casteggio bisognava passare il Po con la barca di proprietà di persone del posto, pagando. Di nuovo, vedemmo un aereo mitragliare, ma non era più così vicino. Infine, arrivammo a Casteggio con un carro. Là rimanemmo nascosti. Ci salvammo. Durante quel periodo, tutti i giorni andavamo a far legna nei boschi con i figli della famiglia che ci ospitava».

Ma torniamo un attimo all’anno 1943, in un’Italia distrutta e stretta fra l’armistizio dell’8 settembre e l’occupazione tedesca. «A Roma, arrivò il giorno di sabato 16 ottobre. I miei fratelli e mia nonna abitavano in una vecchia casa del ghetto, che c’è ancora, un edificio con un portone, un grande cortile con una fontana che sembrava un lavatoio. Ci entrarono i tedeschi! Successe che mia zia aveva fatto il bucato e, vedendolo, non entrarono nell’abitazione, che invece era accessibile proprio dal cortile, scendendo da una scala. Così anche i miei fratelli si salvarono. Io e mia madre lo venimmo a sapere soltanto dopo, a Milano, finita la guerra». Tutta la famiglia si è salvata.

 

Il Dopoguerra e la Ricostruzione, verso il boom economico

Intanto, la guerra finisce. A Milano giungono profughi e reduci, soldati allo sbando, arrivano anche notizie delle persecuzioni e dei lager. «Nel 1946 tornammo finalmente ad abitare qui a Milano, prima in via Bottonuto e poi in via Larga, dove poi saremmo rimasti fino al 1953. Anche i miei fratelli rientrarono. La famiglia era ricomposta – sottolinea Pacifico Di Segni -.In via Larga c’erano case vecchie di ringhiera, in parte bombardate durante il conflitto. La Milano vecchia non era brutta, ma dopo la guerra hanno colto l’occasione per ricostruire parecchi edifici. Ricordo le case di ringhiera di prima, con le stufe a carbone. Noi facevamo seccare delle palle di carta pesta, le usavamo per il fuoco, perché duravano tanto». Nel Dopoguerra, in Europa, le comunità ebraiche sono devastate. Nel capoluogo lombardo arrivano e transitano alcuni sopravvissuti alla Shoah. Apre il centro ebraico di via Unione. In quegli anni, la comunità locale prova a riorganizzare una nuova quanto difficile “normalità”.

Appena possibile, riaprì la scuola ebraica. «Fra noi ebrei romani c’era vita comunitaria, si viveva tutti in centro, come un ghetto, ma si lavorava molto. Tanti erano commercianti: due famiglie avevano dei negozi di vestiti in via Larga, molti altri erano ambulanti. Gli ebrei di origine milanese invece erano pochi e svolgevano altre professioni. Spesso li si incontrava alla scuola ebraica. Andavamo a scuola in via Eupili, che per noi era un punto di riferimento. Gli insegnanti erano tutti bravissimi. Ricordo le mie due maestre, le sorelle Bedarida, e il rabbino David Schaumann. Poi, in estate, andavo spesso in colonia a Venezia o a Riccione. Eravamo tanti ragazzi di diverse comunità ebraiche, così ci si conosceva anche se non ci si frequentava fra famiglie».

Fra la ricostruzione e le nuove opportunità, Milano rinasce. Di lì a poco, negli anni Cinquanta, la Ricostruzione avrebbe man mano lasciato il posto al primo vero boom economico. «Ricordo che arrivarono nelle case anche i primi frigoriferi». Il nuovo benessere della città si fa più intenso e c’è ancora voglia di svago e di cultura. «In via Larga c’era il Teatro Lirico, e noi giovani andavamo a battere le mani: avevamo conosciuto il capo-claque che ci dava i biglietti; magari vedevamo più volte lo stesso spettacolo, ma dovevamo iniziare a battere le mani per primi. Poi andavamo spesso a fare la fila alla Scala: ci davano un compenso per metterci di fronte al botteghino, la mattina presto. Dovevamo comprare dei biglietti per conto di altri, molto costosi, ma che finivano subito. Eravamo giovani».

 

Passione per lo sport: le Maccabiadi e il primo viaggio in Israele

Delle passioni giovanili, Pacifico Di Segni coltiva in primis lo sport e l’atletica leggera. Una passione che lo porterà fino in Israele, alle Maccabiadi. Un viaggio denso di emozioni. «Partecipai alle prime Maccabiadi del dopoguerra in Israele, nel 1953, con la squadra italiana, quasi tutta di Milano. Salpammo con la nave dal porto di Genova. Il viaggio durò due giorni così ci allenammo anche a bordo. Arrivammo a Haifa e poi a Tel Aviv. Inaugurammo lo stadio di Ramat Gan, prima in sfilata con tutte le squadre e poi con le gare. C’erano anche atleti che venivano dall’America e dall’Australia. Bellissimo. A quei tempi si alloggiava in camerate. Conservo ancora il sacco e le scarpe da ginnastica che portai con me». Indelebile, nella memoria, l’approdo in Eretz Israel, a pochi anni dalla Shoah e dalla fine della guerra.«Negli anni Cinquanta non era da tutti poter andare in Israele – evidenzia -. Ricordo un Paese molto accogliente. Se per strada capitava di vedere un matrimonio, si veniva invitati a fare festa. Se ti vedevano vestito da atleta, ti festeggiavano. Indimenticabile. Al rientro la nave ci sbarcò a Napoli. A Milano tornammo in treno. Facevo volentieri atletica leggera e gareggiai anche all’arena di Milano».

 

Forza e valore della famiglia e della memoria

Sono molte le fotografie che Pacifico Di Segni ci mostra, ospitandoci nel suo appartamento. Sono immagini scattate nell’arco di anni e decenni, dense di eventi, esperienze, emozioni e affetti da cui traspaiono profondi legami famigliari e antichi valori ebraici. Illustrano la famiglia, i fratelli, i parenti, i compagni di scuola in via Eupili, la nave e lo stadio delle sue Maccabiadi e soprattutto il suo matrimonio celebrato nel 1959, al tempio di Roma, con Rosa Efrati. Un’unione matrimoniale di oltre cinquant’anni, dalla quale nascono due figli e poi cinque nipoti. Si erano conosciuti a casa di un cugino di lei, nella capitale. «Le nozze d’oro – sottolinea -, le abbiamo festeggiate in Guastalla». Fra i ricordi più preziosi della famiglia, ci mostra un cucchiaio col manico bucato e artigianalmente adattato anche a coltello, a colpi di pietra. Era dello zio di sua moglie, anche lui di nome Pacifico Di Segni, che venne deportato ad Auschwitz all’età di diciassette anni assieme a suo padre Giovanni e a Elia Efrati (padre di Rosa Efrati), che non sopravvissero. Tornò a diciannove anni, ma non ebbe mai figli perché subì esperimenti che lo resero sterile. Nel lager, quel cucchiaio «lo teneva legato a sé, aveva trovato uno spago da mettere intorno alla vita perché era riuscito a farci quel buco. Era un oggetto molto pregiato in quella situazione. Non se ne separava mai». Scomparso nel 2001, zio Pacifico non aveva quasi mai parlato della sua deportazione, di cui quel cucchiaio-coltello rende perenne testimonianza. «Oggi – conclude il signor Di Segni -, lo conservo fra le cose e le memorie più importanti della famiglia».

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