Il lungo viaggio degli ebrei di Rodi

di Ilaria Myr

«La Rodi ebraica in cui ho vissuto era un mondo fantastico: una Comunità unica, in cui si viveva in tranquillità, tutti insieme, senza differenze fra uno e l’altro. Ma tutto questo oggi non esiste più». Le parole di Sami Modiano, 83 anni, rievocano un’atmosfera ormai lontana e dicono sulla vicenda della comunità ebraica di Rodi più di qualsiasi libro di Storia. Nato nel 1930 e cresciuto nell’isola, allora colonia italiana, Modiano è uno dei pochissimi sopravvissuti allo sterminio degli ebrei rodioti, avvenuto fra il 1944 e il 1945. In meno di un anno, i nazisti – che avevano sconfitto le truppe italiane in duri combattimenti, dopo l’armistizio dell’8 settembre con gli Alleati -, deportarono ad Auschwitz-Birkenau i circa 1800 ebrei dell’isola. Un viaggio interminabile, prima rinchiusi nelle stive di navi bestiame, e poi nei vagoni dei treni merci che trasportarono l’ebraismo europeo nel più grande campo di sterminio nazista.

Solo 181 di loro sopravvissero, ma nessuno si ristabilì nell’isola: della vita ebraica di allora rimane oggi solo il quartiere della giuderia e il Museo degli Ebrei di Rodi, creato da alcuni superstiti, ritornati dopo la guerra.

La vita pacifica prima della guerra, l’identità italiana e l’adesione al fascismo, poi l’orrore della deportazione e del campo di sterminio e, ancora, la forza di ricostruirsi una vita dopo la tragedia: sono questi i temi che emergono con più forza dal documentario Il viaggio più lungo, regia di Ruggero Gabbai, che ripercorre la vicenda degli ebrei italiani dell’isola attraverso gli ultimi testimoni ancora in vita. Da quegli stessi luoghi dove vissero la propria infanzia, Sami Modiano, Stella Levi e Albert Israël restituiscono alla Storia la pacifica vita di questa comunità e i tragici eventi che la travolsero. Ad arricchire le loro testimonianze, alcuni abitanti del luogo, che ricordano aneddoti e particolari di quei fatti accaduti ai loro compaesani ebrei.

Il film, prodotto da Forma International -con il contributo di privati e patrocinato da Fondazione CDEC e Museo della Shoah di Roma-, si avvale per la parte autoriale degli storici Marcello Pezzetti e Liliana Picciotto: a dirigerlo è Ruggero Gabbai, regista di altri importanti film sulla testimonianza e il ricordo, come Memoria e Gli ebrei di Fossoli, sulle deportazioni ebraiche dall’Italia, e Io ricordo, docu-film sulla memoria delle vittime di mafia, per citarne solo alcuni. Presentato in anteprima mondiale il 13 marzo al Jewish Heritage Museum di New York, Il viaggio più lungo verrà proiettato il 13 maggio, ore 20.30, al cinema Orfeo a Milano (con un dibattito coordinato da Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera), e prossimamente a Roma.

Una storia millenaria

«Sono convinto che sia fondamentale riportare le persone nei luoghi in cui avvennero i fatti tragici che segnarono la loro vita. E ripopolare quei posti con le loro parole, con i loro racconti. Restituendo atmosfere e avvenimenti che appartengono ormai al passato, e di cui non si sa ancora tutto», spiega Ruggero Gabbai (vedi box).

Un documentario toccante, che riesce a far vibrare corde nascoste e che sbalordisce per la capacità di creare un collage di voci così potenti e numericamente esigue (sono solo tre i sopravvissuti che parlano). La presenza ebraica a Rodi risale alla notte dei tempi: la prima volta che viene menzionata è nel Libro dei Maccabei, nel II secolo A. E.V. Ma anche Giuseppe Flavio ne parla nel suo Antichità Giudaiche. Nel 1116 il rabbino spagnolo Benjamin di Tudela visita l’isola e scrive nel suo Itinerario di avere trovato lì circa 500 ebrei. Ma è soprattutto dopo la cacciata dalla Spagna, nel 1492, che la comunità si ingrandisce. Come racconta Sami Modiano ne Il viaggio più lungo, in un cortile ormai spoglio: «Qui ci sono i resti della più vecchia sinagoga: quando gli ebrei sono stati cacciati dalla Spagna avevano già trovato qui una sinagoga. Aveva due entrate, la chiamavamo Kahal Grande». Per secoli, dunque, l’isola di Rodi ebbe un’importante presenza ebraica. Si trattava di fuggiaschi dalla Spagna, che parlavano il ladino. «A casa parlavamo obbligatoriamente quattro lingue – ricorda nel film Albert Israël -: turco con i turchi, greco con i greci, italiano a scuola e ladino a casa. Ancora oggi, quando parlo con un greco mi chiedono se sono greco, e con i turchi se sono turco. Ma io rispondo: no, sono ebreo».

Durante la Seconda Guerra Mondiale, fino all’estate del 1943, Rodi rimane sotto il controllo del governo fascista italiano, che aveva già emanato nel 1938 le Leggi razziali. Di fatto, gli ebrei del luogo, avevano accolto il fascismo, come molti ebrei italiani. «Tutti eravamo fascisti – spiega Albert Israël -. Per entrare nelle scuole dovevi essere fascista. Noi siamo stati ipnotizzati dal fascismo. Quando aderivi al fascismo, avevi tutto quello che volevi». L’emanazione delle Leggi razziali è dunque un colpo durissimo, un’umiliazione, un tradimento. «Mi sono sentita tradita dagli italiani – ammette Stella Levi, con commozione – Non dai tedeschi, che non frequentavo, ma dagli italiani a cui avevo dato il cuore». In seguito alla caduta del governo fascista e all’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, le forze naziste occupano l’isola, procedendo poi nel 1944 all’arresto e alla deportazione degli ebrei, che ormai non possono più godere della protezione della madrepatria. Nell’aprile del 1944, durante la prima sera di Pesach, il quartiere ebraico, la Giuderia, situato vicino al porto, viene colpito dai bombardamenti. Nel luglio, la deportazione. Il 23 luglio gli ebrei vengono raccolti in una caserma dell’aeronautica, senza sapere dove sarebbero andati. Nel porto vengono caricati nelle stive maleodoranti di tre navi, i caicchi, che li portano al Pireo.

«Tutto è iniziato qui, in questo maledetto porto – commenta Albert Israël nel luogo da dove partirono le navi -. Quando abbiamo lasciato questo porto, abbiamo lasciato il mondo». Inizia così un viaggio estenuante: una settimana fino al Pireo, e poi 13 giorni nel treno senza potersi alzare. Fino all’arrivo ad Auschwitz. «La mattina di quel 3 agosto ero ancora con la mia famiglia, il pomeriggio ero già orfano – aggiunge Israël -. Quel giorno del 1944, alle ore 15.00 la Comunità ebraica non esisteva più, in un balero era diventata cenere». Dopo cinque mesi di inferno nel campo e una marcia della morte, finalmente la libertà e la scoperta che Rodi è diventata greca. Ma i sopravvissuti rodioti non si sentono greci, sono italiani, e dunque la destinazione non può essere che l’Italia.

Qui, tutt’oggi, vive Sami Modiano, a Ostia, mentre Stella Levi si è poi trasferita a New York e Albert Israël a Bruxelles. Tutti si sono ricostruiti una vita fuori da Rodi, serbando nel cuore e negli occhi quel meraviglioso mondo bianco e azzurro. Che oggi, grazie a questo film, possiamo conoscere anche noi.

La genesi del film: parla Ruggero Gabbai

«Fu la storia di Sami Modiano a commuoverci e spingerci»

«Mancava un film su Rodi. Sentivo il dovere di dare voce a quella incredibile vicenda, di cui si salvò solo il 10 per cento della Comunità rodiota». Di questo è convinto Ruggero Gabbai, regista del bel documentario Il viaggio più lungo e di altri importanti lavori, primo fra tutti Memoria, il film sulla Shoah e la deportazione dall’Italia, la cui realizzazione ha prodotto molto materiale storico confluito nell’Archivio della Memoria. L’idea di un film su Rodi nasce dunque già allora, ma è solo nello scorso anno che l’idea diventa concreta, quando si incontrano al tavolo di un ristorante, il rodiota Sami Modiano, in compagnia di Marcello Pezzetti, con Francesca Modiano, Valentina Tesoro-Tess, Mosi Heffetz e Ruggero Gabbai. «Sami ha cominciato a raccontarci la sua emozionante storia – commenta il regista – e siamo usciti da lì convinti che si dovesse realizzare un film sulla storia molto italiana degli ebrei di Rodi». Grazie dunque all’impegno finanziario di queste persone, Ruggero riesce a mettere in piedi la produzione in meno di due mesi e a realizzare un primo viaggio con Sami Modiano e un altro con Stella Levi e Albert Israël.

«Il film ha aquisito una dimensione molto più vasta e importante di quella che pensavamo, grazie ai contributi e al sostegno del CDEC, del Museo della Shoah di Roma e della Fondazione Binario 21 di Milano, e all’interesse che la storia sta suscitando un po’ in tutto il mondo dove ancora vivono molti ebrei di origine rodiota – continua Gabbai -. Sono convinto di avere del materiale che, assieme a quello dell’Archivio della Memoria, compone oggi un film di grande rilevanza storico-culturale». Alla prima mondiale al Jewish Heritage Museum di New York, il 13 marzo, e di Los Angeles, il 14 aprile, seguono ora le proiezioni di Milano (13 maggio) e Roma; le prossime tappe saranno Cape Town e Tel Aviv, nel luglio prossimo.

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