Dal Cinema Colosseo alla Torre Velasca… come ti disegno il paesaggio di Milano

di Ilaria Ester Ramazzotti

Se guardiamo alla storia di Milano attraverso i suoi palazzi e la sua architettura civile, a cavallo del XX secolo, il racconto della città sfocia in un mosaico dove la partecipazione ebraica è parte essenziale e vibrante della “milanesità”. Prima e dopo la Seconda guerra mondiale, architetti come Alessandro Rimini, Ernesto Nathan Rogers e i fratelli Gustavo e Vito Latis sono tra i protagonisti di una compagine professionale colta e attiva. Il loro contributo, dalle icone razionaliste degli anni Trenta fino ai quartieri della Ricostruzione e del boom economico, testimonia una storia di profonda integrazione nella società, interrotta violentemente dalle Leggi razziali del 1938, ma rinata nel Dopoguerra. Raccontare le opere di questi progettisti significa ricostruire la trama di una città che ha saputo rialzarsi trasformando il trauma in una nuova coscienza civile e progettuale. Bet Magazine ne ha parlato con la professoressa Maria Vittoria Capitanucci e il professor Roberto Dulio, storici dell’architettura al Politecnico di Milano.

Integrati prima, apocalittici dopo

«I progettisti ebrei, prima della guerra e dopo la guerra, erano assolutamente integrati, non avevano una loro peculiarità», osserva Roberto Dulio. Un esempio di questa simbiosi professionale è Alessandro Rimini, definito da Maria Vittoria Capitanucci come «un protagonista assoluto degli anni Trenta, che firmò opere che ancora oggi disegnano l’immagine di Milano, come la Torre Snia Viscosa in Piazza San Babila, il Cinema Colosseo, il complesso dello Smeraldo e il Garage Traversi».

In città, nel 1932, nasceva lo Studio BBPR dalle iniziali dei cognomi di Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti e Ernesto Nathan Rogers. Capitanucci spiega che «questo acronimo rappresentava un sodalizio nato da un’idea di democrazia culturale, evitando che i singoli componenti fossero identificati troppo facilmente per la loro estrazione aristocratica, altoborghese o religiosa. Di loro, era ebreo Ernesto Nathan Rogers, che avrebbe avuto un ruolo centrale nella cultura italiana anche come direttore della rivista Casabella.

Di padre inglese e cresciuto nella Trieste cosmopolita di James Joyce, Rogers portava nello studio un ulteriore retaggio internazionale e laico». In quel periodo, lo studio partecipava a progetti di rilievo nazionale, come «l’edificio delle Poste italiane nel quartiere EUR42 a Roma».

Amicizie infrante: il trauma del 1938

Prima molto bene integrati nel tessuto sociale milanese e poi l’apocalisse che li travolse. Il 1938 segnò infatti una cesura drammatica, con la promulgazione delle Leggi razziali. Rogers fu radiato dall’Ordine degli Architetti e iniziò una vita di anonimato. Decise però di cavalcare intellettualmente questa esclusione definendosi “l’anonimo del XX secolo” nei suoi scritti per la rivista Domus. Roberto Dulio sottolinea come Rogers, pur essendo stato «perfettamente integrato alla compagine degli architetti italiani, venne completamente esautorato e si rifugiò in Svizzera». Anche il disegnatore Saul Steinberg, talentuosissimo allievo di Piero Portaluppi, dovette affrontare la persecuzione. Ma Dulio racconta un episodio significativo di solidarietà: «Portaluppi fece di tutto per farlo laureare al Politecnico nel 1941 grazie a un codicillo normativo. Se non ci furono segni pubblici di dissenso, sorsero infatti delle modalità di resistenza che oggi sono un po’ consolanti rispetto alla drammaticità di quello che accadde. Non sto in questo modo ridimensionando la responsabilità del Fascismo, ma le Leggi razziali non riuscirono a stroncare in una maniera netta certe relazioni umane e questo fece sì che nel Dopoguerra quella compagine di architetti si reintegrò nella cultura architettonica in modo naturale».

“Laboratorio” svizzero e tragedia

Alessandro Rimini subì una storia fatta di persecuzione, fughe e isolamento, riuscendo tuttavia a sfuggire alla deportazione in Germania. Nel Dopoguerra, il suo destino fu aggravato da problemi di vista e salute agli occhi che ne limiteranno l’attività, impedendogli di disegnare. «Anche il suo capolavoro di San Babila, la Torre Snia Viscosa, il primo vero grattacielo moderno di Milano, venne messo in secondo piano», sottolinea Dulio. Altri architetti ebrei, invece, durante la Shoah trovarono rifugio oltre confine. «La Svizzera divenne, fra il 1942 e il 1945, per Rogers, i fratelli Latis e molti altri, un vero laboratorio per il futuro dell’Italia – prosegue Capitanucci -. Gustavo Latis, inizialmente impegnato come scenografo al Teatro alla Scala, trovò proprio durante l’esilio la vocazione per l’architettura, anche grazie ai campi universitari indetti con l’intercedere di Gustavo Colonnetti, rettore del Politecnico di Torino e tra i primi a fuoriuscire dall’Italia. Nelle università di Losanna e Zurigo, i Latis e Rogers, che vi insegnava, dialogarono con ingegneri e numerosi intellettuali e futuri leader politici, fra cui Amintore Fanfani, Adriano Olivetti e i fratelli Risi». Nel frattempo, a Milano, lo Studio BBPR viveva la sua ora più buia. Banfi e Barbiano di Belgiojoso furono arrestati nel 1944 e deportati a Gusen in quanto antifascisti. Banfi morì nel lager nel 1945, mentre Belgiojoso riuscì a tornare. Enrico Peressutti, invece, pur impegnato nella lotta di Liberazione, non fu arrestato. Si scelse di mantenere intatto l’acronimo originale «conservando la ‘R’ di Rogers e la seconda ‘B’ di Banfi come una precisa dichiarazione politica e ideologica di valori sociali».

La ricostruzione civica (e fisica)

«Nel Dopoguerra, gli architetti ebrei si reintegrarono con una grande capacità di tornare ad esprimersi (pur  nel dramma appena vissuto) – sottolinea il professor Dulio -. Ci fu una reintegrazione con forse una maggiore sensibilità da parte della stessa Comunità: la ricostruzione della sinagoga di via Guastalla, che prima della guerra era stata realizzata da un architetto non ebreo, Luca Beltrami, venne affidata Manfredo D’Urbino e Eugenio Gentili Tedeschi. Anche Steinberg conservò una grande coscienza di quanto accaduto; pur radicatosi negli Stati Uniti, mantenne un rapporto strettissimo con Aldo Buzzi» e con Milano. I BBPR e Rogers tornarono in attività con opere cariche di significato civile, come il monumento ai Caduti nei campi di sterminio nazisti al cimitero Monumentale. Nel 1958, Rogers presentò la Torre Velasca, un edificio che mirava a riassumere “culturalmente e senza ricalcare il linguaggio di nessuno dei suoi edifici, l’atmosfera della città di Milano, l’ineffabile eppure percepibile caratteristica”, come lui stesso affermò nel 1958. Maria Vittoria  Capitanucci evidenzia altri progetti di successo realizzati dai BBPR, come «l’iconico showroom Olivetti sulla Fifth Avenue a New York, il labirinto dei ragazzi alla Triennale di Milano, nel Parco Sempione, commissionato dal MoMA di New York e il padiglione del Canada alla Biennale di Venezia».

Verso la Milano contemporanea

Parallelamente, i fratelli Vito e Gustavo Latis divennero protagonisti del Movimento Studi Architettura, nato per promuovere il rinnovamento architettonico nel dopoguerra, in dialogo con la Triennale. Presero parte alla ricostruzione industriale e terziaria ispirandosi a principi di democrazia e funzionalità, progettando quartieri come quello per le industrie Cantoni a Cesate e partecipando a esperimenti d’avanguardia fra cui il quartiere QT8 di Milano, ideato da Piero Bottoni. Il loro lavoro si estese ai quartieri Arrar de Sier, zona San Siro, Mangiagalli e alle aree tra piazza San Babila e via Larga. Insieme a professionisti come Ignazio Gardella e Paolo Caccia Dominioni, lo Studio Latis definì quello che oggi conosciamo come il “condominio milanese”, emblema della residenza alto-borghese della Ricostruzione. Fra i progetti più emblematici si contano il condominio di via Lanzone, l’edificio per abitazioni, uffici e commercio in via Turati e l’edificio di via Monte Santo. Animati da una visione che permise loro di reinserirsi fra i pilastri dell’evoluzione urbana milanese, i Latis contribuirono a segnare il passaggio verso la Milano contemporanea.

 

Immagini: lo Smeraldo di Alessandro Rimini; il condominio dei Latis in via Lanzone; la Torre Velasca, uno dei simboli di Milano, realizzata nel 1955 su disegno dello Studio BBPR; (in alto) gli architetti dello studio BBPR fondato nel 1932 da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers.