Come l’emergenza coronavirus può migliorare tutti “noi” e anche il mondo. Uno degli ultimi interventi di Rav Jonathan Sacks

di Ilaria Ester Ramazzotti
Le circostanze e gli eventi difficili, come il diffondersi dell’epidemia di Covid-19 di questo periodo, se a volte mettono in evidenza il peggio di noi, possono anche tirare fuori il meglio di ognuno. Ne è convinto Rav Jonathan Sacks, fra i più noti esponenti europei dell’ebraismo ortodosso. In una intervista della BBC andata in onda lo scorso 17 marzo, il rabbino britannico ha detto che proprio nelle attuali difficoltà “vedremo nel Paese un rinnovamento del ‘noi’” e del senso della comunità, che va molto oltre la somma di tanti “io”. Un invito alla solidarietà, alla responsabilità e alla crescita spirituale che coinvolge ogni persona nelle sue relazioni con gli altri, soprattutto verso gli anziani e i più fragili, ma anche un invito e un’esortazione a riscoprire le individuali e collettive vulnerabilità, fragilità e potenzialità di esseri umani.

Se tutti facciamo parte di cerchie sociali, dal gruppo famigliare fino alla nostra nazione, ognuno di noi, mai come adesso, diventa ancora di più parte della grande arena dell’umanità. “Non so quando” sia accaduto che “tutti i paesi del mondo abbiano affrontato contemporaneamente lo stesso pericolo. Solo tre o quattro settimane fa potevamo dire che tutto questo stesse succedendo a qualcun altro, da qualche altra parte, a mezzo mondo di distanza. Improvvisamente, adesso” questa situazione tocca “ognuno di noi – ha sottolineato Rav Sacks durante l’intervista -. Penso che questo isolamento fisico andrà comunque di pari passo con un senso di solidarietà emotiva e persino morale”.

Nel nostro vivere quotidiano, così radicalmente trasformato dall’emergenza sanitaria, benché siamo fisicamente separati da famigliari e amici, “penso che sia molto importante mettersi in contatto con le persone che sono da sole”, anche attraverso i social media – ha continuato -. Quando i nostri genitori, nonni o anziani hanno bisogno di noi, desiderano vederci o hanno necessità di compagnia o di parlarci, “ci sono modi per fare tutto questo a distanza minimizzando il rischio. Non possiamo permettere che l’anziano, il fragile, il vulnerabile si sentano completamente abbandonati, completamente soli”. Certamente, si faranno loro telefonate e visite a distanza. È stato invece straziante, riferisce Rav Sacks, svolgere dei funerali in presenza di poche persone, per di più attente a mantenere le distanze fra di loro per ottemperare al protocollo sanitario suggerito.

“Penso che ci sia qualcosa dentro di noi che ci fa sentire meglio quando siamo altruisti, quando aiutiamo gli altri, quando miglioriamo la vita di qualcun altro”, ha poi ribadito il rabbino a proposito degli esseri umani che vivono questa difficile situazione, che “è terribile, ma che avrebbe potuto essere molto più terribile”: non siamo in guerra o nel terrore, ma “questa, in modo tragico, è probabilmente la lezione di cui avevamo bisogno come nazione e come mondo”. Una lezione che ci porteremo appresso anche negli anni a venire, scaturita da eventi e giorni che non dimenticheremo. “Non credo che chiunque pensi intensamente a come un minuscolo e microscopico virus abbia messo in ginocchio l’intera umanità, possa essere ancora indifferente alla natura. Questo ci renderà più sensibili a problemi come i cambiamenti climatici – ha aggiunto -. Non credo inoltre che saremo in grado di mantenere il grado di globalizzazione dell’economia che avevamo prima. Come possiamo affidarci interamente all’outsourcing della nostra produzione in Cina, esternalizzando i nostri prodotti farmaceutici in India? Dovremo diventare più autosufficienti come nazioni e questo andrà a beneficio delle moltissime persone che sono state lasciate indietro dalla globalizzazione”. Ci saranno ripercussioni e conseguenze positive, “è solo questione di mantenere il nostro coraggio, la nostra fiducia e la nostra speranza fino a quando non ne saremo usciti”.

Rimettiamoci in discussione, quindi, a partire dalle nostre abitudini e convinzioni, ingrandendo la prospettiva. “Andiamo avanti da oltre mezzo secolo con una ricchezza senza precedenti, una libertà senza precedenti, un ottimismo senza precedenti. All’improvviso ci troviamo di fronte alla fragilità e alla vulnerabilità della situazione umana. E alla fine della giornata, persino senza alcuna fede in Dio, dobbiamo considerare che se lavoriamo insieme sopravviviamo, ma se lavoriamo separatamente, periamo”. C’è stata in questo senso “una rivelazione della natura, inevitabilmente interconnessa della nostra umanità, e una alleanza della solidarietà umana che rende ognuno di noi non solo un ‘io’, ma parte del più grande ‘noi’”. “Non è straordinario che la gente stia dicendo al governo: ‘Sii più duro con noi, con il divieto X, Y e Z che non hai ancora emesso, per lo meno non formalmente’? Penso che la gente abbia risposto eccezionalmente bene. Voglio dire, i veri eroi qui sono i dottori, gli infermieri, gli esperti medici, gli scienziati, ma anche il grande pubblico è emerso come un eroe, mettendo il bene comune davanti agli interessi individuali”.

 

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