di Cyril Aslanov
[Ebraica. Letteratura come vita]
In Israele vivono circa 200 000 ebrei venuti dall’Iran negli anni ‘70 o nati in famiglie di origine iraniana. Non tutti hanno conservato la pratica del persiano poiché la volontà di integrarsi alla società israeliana ha compromesso la trasmissione dell’eredità linguistica e culturale alle nuove generazioni. La scrittrice Dorit Rabinyan, della quale ho già parlato nella rubrica di agosto 2025, costituisce un caso interessante di resistenza all’erosione linguistica inevitabile nelle situazioni di immigrazione. Tre dei suoi romanzi sono centrati sull’identità iraniana ma in un modo in cui si percepisce che il legame con la lingua e la cultura si sta indebolendo: in Spose persiane, pubblicato in traduzione italiana nel 2000, l’Iran è incapsulato nella memoria più o meno nostalgica di una vita anteriore; in Le figlie del pescatore persiano (2002) il passato legato alle vecchie generazioni è rappresentato come una maledizione che perturba l’armonia del presente per le nuove generazioni; e nell’ultimo (Shi’urim be-fituah qol/Lezioni di sviluppo della voce non ancora disponibile in italiano) la relazione con la lingua persiana sembra minacciata dal rullo compressore dell’educazione scolastica israeliana.
Eppure certi israeliani intrattengono una relazione più intensa della media con l’eredità persiana. La figura iconica della della famosa cantante Rita (Jahân-Faruz di cognome) incarna la fedeltà alle radici iraniane. Nel 2011 pubblicò un disco intitolato Ha-smahot sheli “le mie feste” dove sono riunite 12 canzoni tra le quali 9 sono in persiano e 3 in ebraico tradotto dal persiano. Queste canzoni non sono la creazione di Rita o dei suoi parolieri, bensì fanno parte del repertorio tradizionale che scandisce il ciclo della vita. Il disco ebbe un immenso successo in Israele, nella diaspora iraniana e addirittura in Iran, nonostante le limitazioni che il regime dei mollâ aveva imposto all’uso di Internet. I fan iraniani di Rita hanno scaricato in modo pirata il disco e l’hanno diffuso in modo clandestino in Iran. L’anno successivo, nel giugno 2012, la giornalista israeliana Ronit Domke ha pubblicato in The Marker (il supplemento finanziario di Haaretz) un’intervista di Rita in cui lei racconta gli echi pervenuti dall’Iran da persone coraggiose che hanno ascoltato il suo disco in edizioni pirata o nelle stazioni di radio straniere. Rita vedeva in questo successo il segno della sua capacità, in quanto artista, di rompere il muro dell’odio che il governo di Ahmadinejad aveva voluto erigere o mantenere fra i due popoli.
Nel momento in cui vi sto scrivendo queste righe, in una Gerusalemme minacciata dai razzi iraniani, vedo con stupore sullo schermo della TV accesa in un angolo del salotto che Rita in persona entra sul palcoscenico di un talk-show per ribadire le cose che aveva detto nell’intervista menzionata sopra.
A 14 anni di distanza si riferisce esplicitamente alla storia della sua accoglienza entusiastica in Iran a prescindere dalla censura imposta dal regime degli ayatollah contro tutto ciò che poteva avere un legame con Israele.
In un modo forse meno coperto dallo show business, un’altra israeliana di origine iraniana, Maureen Nehedar, nata nel 1979 a Esfahan e arrivata all’età di due anni con i suoi genitori in Israele, ha dedicato la maggior parte della sua carriera musicale iniziata nella prestigiosa Accademia della musica Rubin di Gerusalemme, alla trasmissione del patrimonio musicale iraniano. Lei si interessa specialmente al repertorio propriamente ebraico-persiano, cioè i piyyutim scritti in ebraico ma cantati con le melodie della scala tradizionale della musica persiana classica. Nehedar è un’artista molto consapevole della dimensione teorica della sua arte. Oltre a preservare e a diffondere un’eredità culturale minacciata, pratica anche la fusione fra le tradizioni musicali. Per esempio canta la canzone Gol e gandom “fiordaliso”, nome di un fiore blu che cresce nei campi di cereali un po’ prima del raccolto, che in Iran come in Israele è in primavera piuttosto che d’estate. Questo epitalamio del folklore rurale iraniano, che è eponimo di una delle compilazioni di Nehedar, viene interpretato dalla cantante in uno stile jazzy e finisce con la coda musicale di una delle melodie di Lekha dodi nel repertorio musicale hassidico. Vale la pena citare in persiano e in traduzione italiana qualche verso di questa canzone che parla del fiordaliso, della ricchezza che augura e del matrimonio imminente reso possibile da questa promessa ricchezza:
Gol e gandom shekofteh,
Gol e gandom yâr (x 2)
Mikâram hamtshîn o hamtshûn (x2),
gol e gandom, gol e gandom,
gol e gandom yâr.
Asemân abi e o mah miderakhshad, yâr.
Hâsel e mân shodeh sabz,
ve degaram ân tshe bovad tars o harâs, ey yâr.
Mikâram hamtshîn o hamtshûn,
gol e gandom yâr.
(…)
“Il fiordaliso è fiorito,
caro fiordaliso (x 2)
Seminavo così e cosà (x 2),
Fiordaliso, fiordaliso, caro fiordaliso.
Il cielo è blu e la luna brilla, caro.
La mia raccolta è diventata verde,
e sono diverso da ciò che sono stati la mia paura e il mio timore, o caro.
Seminavo così e cosà,
caro fiordaliso…”



