Addio a Franco Schoenheit. L’ultima intervista a Bet Magazine: «Su un binario a Norimberga, rivedo mia mamma che mi saluta»

Oggi 14 gennaio è mancato Franco Schoenheit. Lo ricordiamo pubblicando l’ultima intervista a Bet Magazine, realizzata poche settimane fa. Sia il suo ricordo benedizione


di Fiona Diwan

Da Ferrara a Buchenwald e ritorno. Passando per Fossoli.  E dopo, la fortuna di ritrovarsi insieme, tra le poche famiglie sopravvissute integralmente. Franco Schönheit racconta…

Franco sta studiando scienze, è il 30 agosto 1945, a Ferrara, lezioni private a casa del professor Poltronieri. Ha 18 anni appena compiuti, deve recuperare il tempo perduto, deve dare finalmente questa benedetta maturità. È tornato dai campi meno di tre mesi fa, da Buchenwald, insieme al papà Carlo, che è stato internato con lui; non si sono lasciati di un passo lì al Konzentration Lager, sempre insieme, sempre appiccicati, non li hanno separati, una mano santa, il loro cognome li ha aiutati, chiamarsi Schönheit in Germania è stata una fortuna. Inoltre, c’è stato anche un banale errore burocratico a soccorrerli, un ulteriore colpo di fortuna: sono partiti classificati come ebrei misti e sono arrivati come politici, scambiati per prigionieri “antifascisti” e mandati subito a sgomberare le macerie degli edifici bombardati nel 1944 dagli Alleati nei dintorni di Buchenwald, zona che pullula di fabbriche d’armi. La mamma non è con loro, sanno che è diretta a Ravensbruck, li hanno separati a Norimberga, e lei è salita su un convoglio per sole donne; nei primi mesi, si sono persino scritti qualche lettera in un tedesco stentato, arrivata a destinazione, una cosa inimmaginabile. Un altro colpo di fortuna.
Franco studia, è concentrato sulle materie scientifiche, fa caldo a fine agosto del ’45, ma la data dell’esame è prossima; poi il professore entra, lo interrompe, Franco alzati, devi andare a casa immediatamente. Lui capisce al volo: la mamma è tornata. Inforca la bicicletta e corre. «Nella vita si vivono solo rari momenti di pura felicità, quello ne è stato uno lo ricordo come fosse adesso», dice Franco Schönheit, 92 anni, senza che nessuna emozione traspaia al ricordo di quel giorno.
Ecco, adesso sono di nuovo insieme, tutti e tre, riuniti. Una delle pochissime famiglie integralmente sopravvissute alla Shoah, forse l’unica. Franco ricorda l’ultimo convoglio partito da Fossoli, nell’agosto del 1944, ci salgono tutti e tre, insieme. Poi la separazione a Norimberga, Gina Finzi verso Ravensbruck, Carluccio e Franco Schönheit verso la Turingia, a Buchenwald. La separazione dalla mamma Gina Finzi, su quel binario bavarese, era stata un colpo al cuore: «Avrei voluto scagliarmi contro i tedeschi, tentare il tutto per tutto; ma la mamma, da brava maestra, mi aveva calmato. “Franco, non fare lo stupido, ricordati, dobbiamo vivere, per poterci rivedere un giorno”. Queste parole, a Buchenwald, mi hanno tenuto in vita».

Come molti, un testimone tardivo
È soltanto da 35 anni che Franco ha iniziato a raccontare la sua storia di internato; nel 1986 ha quasi 60 anni. Si dischiudono i cancelli del ricordo, i mostri salgono in superficie. Come molti altri, diventa un testimone tardivo. In tutti quei lunghi anni del Dopoguerra, in casa, con i genitori, nessuno parla, si vive, si guarda avanti, si tace. Poi, un giorno, lo studioso Marcello Pezzetti si accorge che Franco è una fonte storica vivente, colui che meglio ricorda e che più di chiunque sa ciò che accadeva in un luogo che è uno snodo cruciale nella storia della deportazione degli ebrei italiani: il campo di transito di Fossoli. Franco è tra gli ultimi a essersene andato via, prima che il campo venisse smantellato. Era giovane, ricorda ogni dettaglio. Liliana Picciotto lo intervista, sempre nel 1986; e un giornalista, Alexander Stille, tra il 1986 e il 1991 ne raccoglie la storia in un libro (Uno su mille, Mondadori e Garzanti).

E così Franco inizia a raccontare, va nelle scuole, accetta di andare a convegni e conferenze, parla ai ragazzini. «Nel lager, mio padre Carluccio dipendeva totalmente da me, dal mio tedesco imparato così su due piedi, dalla mia capacità di capire gli ordini, da quella di procurare cibo. Nove mesi di giornate tutte eguali. Io dovevo pensare soprattutto a farmi benvolere. Un medico nazista mi prese in simpatia, giocavo a scacchi con lui, mi aiutò a procurarmi qualcosa in più da mangiare. Un altro medico, un detenuto, il dottor Ludwig Weisbeck, mi aiutò quando mi feci male a un ginocchio, evitandomi settimane di lavoro. E poi, ancora un altro colpo di insperata sorte, quando, una volta raccolti nel Piazzale dell’Appello, riuscimmo a scampare alla marcia della morte che i nazisti stavano organizzando per portarci via prima di abbandonare il campo, con gli americani alle porte: io sapevo che se fossimo usciti dal campo non saremmo sopravvissuti, il papà non sarebbe stato in grado di camminare nemmeno per una manciata di chilometri, tanto era debole. Così ci siamo avvolti uno straccio bianco intorno alla manica, come ne indossavano i kapò. Ma un tedesco, dall’alto della torretta ci aveva visto e puntando il mitragliatore stava per spararci quando all’improvviso era suonata la sirena di allarme aereo. Così, mentre lui si distraeva per un secondo, guardando il cielo, noi abbiamo fatto in tempo a nasconderci nel campo. Alla liberazione, ho aiutato i soldati Alleati a trovare quelli che erano rimasti nel campo. Ero riuscito a tirar fuori dalla paglia di una baracca un ragazzo italiano di Firenze, arrivato qui da Auschwitz. L’avevo preso di peso e portato fuori: si chiamava Nedo Fiano. In seguito, finita la guerra, con il tutti a casa, a Ferrara, non c’era stato verso di raccontare nulla. Se provavi a parlare c’era subito qualcuno che ti zittiva, chi raccontava di quanto avesse sofferto lui, ben più di te, chi sotto i bombardamenti di Bologna, chi in fuga per le campagne, in cerca di cibo…». Ciascuno pensava a se stesso come al vertice della catena della sofferenza, ciascuno aveva il suo patimento e ne parlava come fosse un primato. «È la rabbia che mi ha tenuto in vita, quel mio perpetuo ribollire». La meravigliosa incoscienza di una spavalderia guascona e giovanile.

Le donne della famiglia
Seduta nel soggiorno di Milano, accanto a Franco, c’è sua moglie, Dory Bonfiglioli: lo aiuta a ricordare, finisce le parole per lui, gli “rimbocca” le frasi, arricchisce il racconto con qualche dettaglio. Anche Dory parla, racconta della sua famiglia scappata in Svizzera, dell’adorata nonna Isa che, quasi giunta in salvo, quasi al confine insieme a loro, si guarda indietro e decide, lì per lì, di scendere di nuovo per aiutare chi è più lento: verrà catturata proprio in quella discesa dai nazisti, arrestata e portata a Varese e poi deportata a Auschwitz, uccisa quasi subito. Durante i primi anni di conflitto, nel 1941, Dory ricorda ancora il titolo di un tema assegnatole in quinta elementare, “Perché ami il Duce?”. Renzo Bonfiglioli, suo papà, è già stato arrestato una prima volta dai fascisti e internato nel campo di Urbisaglia, così la piccola Dory si chiede perché mai dovrebbe amare questo Duce.

Ritorno a Buchenwald
Dopo la guerra, Franco è tornato in visita a Buchenwald nel 1955 e nel 2009. «Ho rivisto mio padre, con gli occhi della memoria: là in piedi vicino al crematorio, il cappello del deportato in testa, indossato apposta come fosse una kippà. Ricordo ancora quel giorno: lo stavo cercando, non lo trovavo più, i soldati americani ci radunavano per lasciare il campo. Ho svoltato un angolo e me lo sono visto in piedi, lì che cantava, con quella voce stupenda che aveva, quella con cui cantava a Kippur, come hazan della sinagoga di Ferrara; stava lì, in piedi, per l’ultima volta, davanti a dei cadaveri tutti nudi, una catasta alta 3 metri e lunga 10 metri: recitava il Kaddish per loro. Un soldato americano di colore, lì accanto, si era accasciato dallo sgomento, semi svenuto davanti a quel groviglio disarticolato di corpi».
«Ricordo anche il signor Fink, un’ebreo che ogni mattina, nella nostra baracca, ci guidava in una sua particolare preghiera mattutina, un rito a cui tutti ci piegavamo. “Dio li stramaledica!”, gridava, “Amen”, rispondevamo, in coro. Ricordo anche Aldo Curiel, un uomo sulla trentina: una sera si era sentito male, pensava di essere sul punto di morire. Gli dissi: ti salverai e anche io mi salverò. Poi verrò a trovarti nel tuo ristorante a Firenze e mi servirai la cena. “Che Dio ti ascolti”, mi aveva risposto. “Non so se Dio mi ascolta, ma io verrò da te al Ristorante, stanne certo”, avevo ribattuto. E fu così. Molti anni dopo, negli anni Sessanta, di passaggio a Firenze, mi sedetti ai suoi tavoli e pretesi che fosse il padrone del Ristorante a servirmi. Arrivò contrariato. Non mi riconobbe, mi mandò un cameriere. E poi, improvvisamente, mi studiò il viso e capì chi ero. Mi servì la cena».

Franco Schoenheit con Marcello Pezzetti

Di recente, Franco è stato “adottato” da una scuola elementare di Bari con cui ha portato a termine un progetto di libro (La libertà oltre il bosco dei faggi, di Rosa de Feo, WIP Edizioni), e un documentario sulla memoria. Quei viaggi nel meridione lo hanno riempito di gioia. Durante una delle trasferte in Puglia, una bambina di quinta, Sara, gli ha sussurrato all’orecchio: «Sai Franco, io lo so perché ti sei salvato: perché dovevi venire qui a Bari a raccontarci la tua storia del bosco dei faggi». Già, perché questo significa la parola Buchenwald, in tedesco, bosco dei faggi.

(A questo link il video della testimonianza da lui rilasciata il 27 gennaio 2016 al Conservatorio di Milano in occasione del Giorno della Memoria, alla presenza di 1200 ragazzi).

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