di Clotilde Calabi
La recrudescenza dell’antisemitismo in molte parti del mondo ha riportato al centro del dibattito il rapporto fra Israele e gli ebrei della Diaspora. In particolare, si ripropone con urgenza questa domanda: la Diaspora ha diritto ad essere protetta da Israele? E, simmetricamente, Israele ha un dovere di proteggerla?
- Il piano giuridico
Israele ha fatto molto in passato per la sicurezza degli ebrei della Diaspora. Ma sul piano strettamente giuridico, la risposta è netta. Non esiste un dovere di protezione o di intervento da parte di Israele a favore degli ebrei della Diaspora. Come ogni altro Stato democratico, Israele ha obblighi solo nei confronti di cittadini e residenti. Gli ebrei della Diaspora, non essendo in generale né cittadini israeliani né residenti sul territorio dello Stato, non possono rivendicare diritti analoghi a quelli dei cittadini israeliani.
Un’eccezione significativa è rappresentata dalla Legge del Ritorno del 1950, modificata nel 1970. Essa stabilisce che le persone definite dalla legge come ebrei o familiari di ebrei entro una cerchia stabilita — hanno il diritto di immigrare in Israele e di acquisire la cittadinanza. In questo senso, Israele individua un insieme determinato di soggetti e riconosce loro specifici diritti giuridici.
La risposta istituzionale di Israele alla questione della protezione della Diaspora può dunque essere sintetizzata così: la protezione è garantita a chi sceglie di entrare nella giurisdizione dello Stato. Chi rimane nel proprio paese di origine deve fare affidamento sulla protezione dello stato in cui vive.
- Oltre il diritto
Questo chiarimento, pur necessario, è tuttavia insufficiente a esaurire la complessità del rapporto fra Israele e Diaspora. Accanto ai diritti e doveri giuridici, esistono relazioni istituzionali, politiche e simboliche che non sono riducibili al linguaggio del diritto.
Organizzazioni come la World Zionist Organization (WZO) e la Women’s International Zionist Organization svolgono un ruolo cruciale in questo spazio intermedio. La WZO, pur non essendo parte del governo israeliano, gode di uno status quasi pubblico riconosciuto dal diritto israeliano, in particolare attraverso la Status Law del 1952, che la qualifica come istituzione nazionale del popolo ebraico. Essa esercita funzioni delegate di interesse pubblico — dall’educazione sionista ai rapporti fra Israele e Diaspora — spesso finanziate dallo Stato, pur mantenendo una sostanziale autonomia. Qui il rapporto fra Israele e Diaspora non è quello fra Stato e non-cittadini, ma un altro, ben più stretto e significativo.
- La richiesta morale: reciprocità e giustificazione
Gli ebrei della Diaspora, anche se non raccolgono l’offerta dell’aliyah, hanno con Israele una relazione speciale. Israele resta per loro una patria — possibile, se non attuale.
Le accuse di genocidio sono infondate. Ma le accuse di ingiustizia che l’opinione pubblica muove a Israele sono dolorose per qualunque ebreo. Molte di queste accuse non meritano risposta, molte vengono da fonti che non hanno le carte in regola per muoverle, molte vengono da chi usa due pesi e due misure. Non mancano tuttavia coloro a cui una risposta onesta e non politica è dovuta. E comunque, prima di rispondere ad altri, ciascuno può chiedere a sé stesso: le azioni di guerra di IDF sono, oltre che efficaci, giuste?
Il principio della giustizia è semplice: non posso fare a te ciò che non vorrei fosse fatto a me, se fossi al tuo posto, e non posso farlo per ragioni che tu, se fossi al mio posto, riconosceresti come legittime. In questa luce ci si chiede quali siano le ragioni che motivano le azioni di guerra dell’IDF. Sono ragioni riconoscibili da chiunque come ragioni di autodifesa, l’autodifesa che i cittadini israeliani delegano al loro esercito? Possiamo dire che tutte le azioni dell’esercito rientrano nella difesa dello stato? E che cosa possiamo dire delle azioni violente dei coloni contro i palestinesi?
La richiesta di ragioni da parte della Diaspora non è un atto di ostilità, ma una rivendicazione di responsabilità. Nei paesi democratici l’opinione pubblica ha un ruolo politico importante anche nel corso di una guerra. Lo ha ancor di più in tempo di pace quando l’antisemitismo prende a pretesto presunte ragioni di giustizia per i suoi atti criminali e spesso trova nell’opinione pubblica — particolarmente in Italia — un clima favorevole e un atteggiamento comprensivo. Sarebbe importante poter portare ragioni convincenti nella discussione con coloro — non mancano nei paesi occidentali — che sono disposti ad ascoltarle e a discutere razionalmente. Meglio ancora sarebbe che queste ragioni fossero fatte esplicitamente proprie da voci autorevoli del Governo israeliano, per non lasciare ai nemici di Israele l’arma delle dichiarazioni irresponsabili di alcuni rappresentanti dei coloni. Mi sembra che queste ragioni siano state date solo sporadicamente, con molte lacune e comunque spesso non da fonti sufficientemente autorevoli.
È ben comprensibile che gli israeliani siano profondamente delusi dalle reazioni complessive dell’opinione pubblica internazionale al 7 ottobre e in particolare dal mancato sostegno delle forze politiche di sinistra persino nel momento in cui sembrava a molti autorevoli osservatori internazionali che la sopravvivenza stessa di Israele fosse in pericolo. La delusione e la ben motivata sfiducia nei confronti delle organizzazioni internazionali — le Nazioni Unite prima di tutte — sono un tema che meriterebbe un approfondimento. Tutto ciò tuttavia non giustifica che si sottovaluti l’opinione pubblica dei paesi occidentali e la richiesta di ragioni proprio da parte di chi tiene a Israele — per la sicurezza di Israele e per il suo rapporto del tutto speciale con la Diaspora.
- Voice, exit e loyalty
Questo punto può essere ulteriormente chiarito attraverso le nozioni di exit, voice e loyalty teorizzate da Albert Hirschman, che costituiscono un modello di spiegazione dei conflitti nel contesto delle organizzazioni (A. Hirschman, Exit, Voice and Loyalty, Responses to Decline in Firms, Organizations, and States, 1970). Secondo questo modello, quando i membri di un’organizzazione percepiscono una criticità nell’esercizio delle sue funzioni, hanno fondamentalmente due modalità di risposta. Possono scegliere di interrompere il rapporto, allontanandosi dall’organizzazione (exit), oppure possono mantenerlo e tentare di correggerne le disfunzioni, esprimendo critiche o proposte di cambiamento (voice). Ciò che vale per qualunque organizzazione vale, in particolare, per gli stati.
Applicato ai rapporti fra stati e cittadini, il modello descrive le risposte fondamentali a una criticità delle istituzioni, delle politiche o dei valori che uno stato dovrebbe incarnare. Di fronte a uno stato che appare meno capace di garantire sicurezza, diritti o giustizia, i cittadini possono scegliere di sottrarsi al rapporto politico – attraverso l’emigrazione o il disimpegno – oppure possono decidere di restare e protestare, chiedere ragioni. La loyalty, in questo quadro, non coincide né con l’obbedienza né con il silenzio, ma con la decisione di sospendere l’uscita e il disimpegno proprio per esercitare la critica dall’interno, nella speranza che la voce sia ascoltata.
Gli ebrei della Diaspora non sono, in generale, cittadini israeliani e non dispongono quindi degli strumenti politici tipici della partecipazione democratica interna. E tuttavia, in virtù della relazione speciale che hanno con Israele, non sono semplici osservatori esterni. Esercitare la voice per la Diaspora non può che consistere nel chiedere ragioni: chiedere al governo e all’esercito le ragioni delle loro decisioni e azioni. La voice della Diaspora non esprime ostilità ed è cruciale che sia riconosciuta come legittima anziché respinta come interferenza indebita. Quando la voice non sia ascoltata, l’opzione dell’exit smette di essere una possibilità solo teorica.
Quello che colpisce nell’attuale discussione all’interno della Diaspora italiana, concentrata su temi come “destra vs sinistra”, “colonialismo vs anticolonialismo”, “declino dell’Occidente”, è che l’opzione della voice non sia presa sul serio. Eppure, comprendere che cosa è davvero in gioco — e se il progetto che lega Israele e Diaspora stia entrando in una fase critica— richiede la lucidità di riconoscere la drammaticità del momento. Non sto dicendo che l’exit sia una possibilità imminente. Sostengo invece che dovremmo uscire da un dibattito stantio (tipicamente italiano) nel quale, tra autocelebrazione e autoconsolazione, le tradizionali divisioni tra destra e sinistra prendono il sopravvento sulla comune lealtà nei confronti dello Stato di Israele.
- Una conclusione interlocutoria
Il rapporto fra Israele e la Diaspora non può essere compreso né regolato esclusivamente nei termini dei diritti giuridici, né ridotto a una solidarietà incondizionata. Esso si colloca in uno spazio in cui doveri morali, reciprocità, giustificazione pubblica e possibilità di dissenso si intrecciano indissolubilmente.
Resta allora aperta la domanda decisiva: se da parte dello Stato di Israele venisse meno il dovere di rendere conto delle proprie azioni, fino a che punto sarebbe possibile mantenere la loyalty? Questa è una domanda che né Israele né la Diaspora possono permettersi di eludere.
Albert Hirschman (1970) Exit, Voice, and Loyalty: Responses to Decline in Firms, Organizations, and States. Cambridge, MA: Harvard University Press. Trad. it. Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato, Bompiani, 1982..



