Una risposta razionale al Terrorismo

Opinioni

I costi maggiori degli attentati si pagano in sangue, non in denaro, e quindi questa tragica caratteristica della vita odierna non sembrerebbe un argomento da economisti. Eppure i terroristi non mirano solo a uccidere ma anche a sconvolgere la vita di tutti i giorni. Ed è qui che per scoprire come ci riescano, per sapere cioè come la gente reagisce dopo un attacco, se vuole ignorare o meno il pericolo, se è rassegnata o intimorita, non servono tanto le interpretazioni dei guru dell’opinione pubblica, quanto i numeri degli economisti, perché loro compito è quello di guardare quello che la gente fa e non quello che dice: e di basarsi sui numeri, non sugli aneddoti, e di cercare indizi nelle flessioni dei comportamenti di massa, non nelle affrettate conclusioni dei mass media.

Due studiosi, il Nobel americano Becker e l’israeliana Yona Rubinstein, noti per applicare modelli economici ad ambiti di vita normalmente considerati lontani dal loro lavoro, quale appunto il terrorismo, si sono dedicati all’esame delle reazioni del grande pubblico alla minaccia degli attentati. La risposta qualche volta è prevedibile: tra l’agosto e il dicembre 2001, ad esempio, il numero di miglia complessivo percorso su linee aeree interne americane ha subito una flessione addirittura del 32%. E neppure a distanza di due o tre anni dall’11 settembre i viaggi aerei sono risaliti al livello del 2001.

Una reazione eccessiva? Certamente sproporzionata ai rischi oggettivi che si correrebbero, ma secondo Becker la reazione del pubblico al terrorismo è identica a quella con cui reagisce alla minaccia di rare ma temibili malattie, come la BSE o ‘sindrome della mucca pazza’: anche se l’eventualità di ammalarsi è minima ciò non impedisce alla gente di evitare in blocco la carne di manzo.

Ma se queste reazioni sono facili da capire non sono altrettanto facili da spiegare dal punto di vista degli economisti. Forse la gente ignora semplicemente le reali probabilità di venirne coinvolti, ma è più probabile che non conosca bene il modus operandi del terrorismo. Uccidere è un modo per seminare la paura. I terroristi introducono un piccolo elemento di rischio di morte violenta nel tran-tran delle attività quotidiane, come per esempio prendere un autobus: anche se questo minimo rischio non diventerà mai realtà la gente verrà contagiata dal terrore che semina. Le reazioni del pubblico sono dettate non dal pericolo di un danno reale ma dal disagio diffuso: si reagisce alla paura non al rischio.

Dal novembre del 2001, secondo i due studiosi, gli autobus israeliani furono oggetto in media di un attentato al mese per un anno. Non sorprende tanto che gli attacchi terroristici abbiano avuto un profondo effetto sui passeggeri, con conseguente riduzione dell’uso dei mezzi pubblici del 30%, secondo i loro calcoli: quello che interessa è piuttosto la lettura di alcune profonde differenze nella tipologia dei passeggeri, nascoste nelle pieghe di questa risposta d’insieme.

Sembra molto più verosimile che dopo un attentato se ne stessero lontano gli utenti occasionali, quelli che compravano il biglietto all’ultimo momento: dopo ogni attacco l’uso del bus da parte loro si riduceva di quasi il 40%. Ma la gran massa dei viaggiatori regolari, quelli con abbonamenti settimanali o mensili, non ne veniva minimamente scoraggiata.

Forse i passeggeri abituali lo prendono per necessità, non per scelta. Se non possono permettersi una macchina o un taxi prenderanno comunque l’autobus qualunque siano le loro sensazioni. Ma Becker e la Rubinstein rilevarono un atteggiamento simile fra i clienti dei caffè, che sono stati anch’essi frequenti bersagli di attentati: come il numero dei morti aumentava, gli avventori occasionali non ci andavano più; gli habitués invece frequentavano i loro locali favoriti tanto come prima.

La paura del terrorismo può essere irrazionale o no, ma non è insuperabile, concludono i due studiosi. Con qualche sforzo, la gente può vincere la paura, ma lo farà solo se ne vale la pena. Per il fedele cliente del bar val la pena di superare gli scrupoli dato che lo sforzo lo ripaga ogni volta che si gode il suo locale preferito. Per il cliente occasionale no: la minaccia del terrorismo rovina qualcosa di cui ha goduto comunque solo occasionalmente. Nello stesso modo per chi prende un mezzo pubblico due volte al giorno, superare la paura del terrorismo è un ‘investimento’ che val la pena di fare.

Il comportamento dei viaggiatori e degli avventori suggerisce che questo investimento in coraggio è un costo fisso, non variabile. La gente non lotta contro la paura ogni volta che sale sull’autobus: decide di vincerla una volta per tutte oppure stabilisce che non ce la fa a vincerla. E una volta che si è accettato il terrore fa poca differenza prendere il bus due volte al giorno o una volta sola. Uno può esporsi a un rischio effettivo di attentato leggermente più alto, ma non aggiunge nulla alla paura di tale eventualità. E sembra che sia la paura e non il rischio a influenzare i comportamenti della gente.

Nell’ora di punta del mattino sono in funzione a Londra 500 treni della metropolitana e nei giorni feriali 6800 bus. Solo tre treni e un bus sono stati colpiti il 7 luglio: ma tutti quelli che hanno usato i mezzi pubblici il giorno dopo non hanno potuto non pensare al pericolo. Anche se una percentuale minima di londinesi è stata vittima del terrorismo, tutti ne sono stati toccati. Se ne siano stati terrorizzati o meno lo possono dire solo loro.

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