Una lezione di vita

Opinioni

Rispetto per la vita. Rispetto per la verità. La ferita aperta dalla pubblicazione del provocatorio studio di Ariel Toaff, che afferma come le devastanti persecuzioni di massa nei confronti degli ebrei possano aver tratto motivo da alcuni omicidi rituali commessi dagli ebrei stessi sta suscitando perplessità, sdegno e reazioni emotive. Ma è necessario anche trovare risposte chiare e rigorose, che vadano al di là della secca comunicazione dell’Assemblea dei rabbini italiani e che facciano chiarezza su come si pone la cultura ebraica su questo delicato argomento.

Il Rav Roberto Della Rocca, direttore del dipartimento Educazione e cultura dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, ha approfondito nei suoi studi cosa significa il concetto del sangue nella tradizione ebraica. Un tema complesso e delicato su cui è importante fare chiarezza.
“Non voglio entrare – premette il rabbino – in questo momento nell’ambito della polemica che riguarda gli studi del professor Toaff. L’assemblea rabbinica ha reagito con grande chiarezza.

Ma su questo argomento è necessario diffondere conoscenza, gettare luce, fare chiarezza. E informare.

Certo. Se andiamo a consultare le Concordanze della Bibbia e della letteratura rabbinica ci possiamo facilmente rendere conto dell’infinità di volte in cui ricorre il concetto del sangue nella letteratura ebraica.
Di fronte a questa mole di materiale possiamo cercare di spigolare in un oceano di spunti e di cogliere i momenti e le espressioni più adeguate, cercando di sintetizzare quanto gli antichi Maestri hanno discusso ed interpretato sul valore del sangue, in ebraico “dam”.

E’ possibile riordinare le idee in maniera rigorosa su quanto esprime la nostra tradizione?

La nostra indagine potrebbe essere divisa secondo questa classificazione: Il sangue come sede della vita o meglio della vitalità; il conseguente divieto dell’omicidio; il divieto di cibarsi di sangue, più volte ripetuto nella Bibbia; l’uso cultuale del sangue, per la stipulazione di un patto, per l’offerta di sacrifici, ai fini dell’espiazione e per la consacrazione, in particolare dei sacerdoti.

Cominciamo dal primo punto, dalla concezione del sangue come sede della vita o meglio della vitalità.

Per l’ebraismo biblico e postbiblico, l’ebraismo cioè tradizionale, il sangue è sede della vita. In altre parole l’anima, cioè la vita o meglio la forza vitale è nel sangue, come si rileva dai testi della Genesi, del Levitico e del Deuteronomio.

L’espressione “basar vadam”, “carne e sangue”, è tipica e ricorrente nei testi tradizionali, per indicare l’uomo, sia l’individuo come specie, nella sua essenza e distanza da Dio.

Ma la tradizione ebraica ha sempre riconosciuto al sangue anche un carattere sacro.

Certo, perché nel sangue ha visto la vita stessa dell’uomo e tutto ciò che concerne la vita è in stretto rapporto con Dio, solo padrone della vita. Infatti i rabbini sostengono: “Cosa è la vita? Questa è il sangue dell’uomo!”.

Con quali conseguenze per gli ebrei?


Il divieto dell’omicidio, il divieto di alimentarsi con il sangue e l’uso cultuale del sangue.

Che cosa significa esattamente la parola ebraica Dam, che indica il sangue?

Secondo alcuni esegeti il sangue si chiama “dam”, per il suo colore rosso, in ebraico “adom”, ” admimut”, dalla radice “dam”, da cui deriverebbe il nome “adam”, “uomo”, in quanto creato con terra di colore rosso, “adamàh”.
Secondo altri, per il fatto che esso scorre con lentezza e tranquillità, e dunque potrebbe derivare anche dalla radice “dmh”, “essere tranquillo”, “silenzioso”.

A cosa ci serve sapere che nel sangue è la vita?

Cito dalla Genesi, 2; 7: ” ed il Signore Dio formò l’uomo con la polvere del suolo ed inspirò nelle sue narici il soffio della vita, e l’uomo divenne “nefesh chajjà””. I saggi ebrei intendono con la parola “nefesh”, “il soffio vitale”, che si presenta come nascente dalla gola o dalla bocca e che appartiene ad ogni essere vivente. Nel linguaggio biblico dunque, “nefesh”, il soffio, o respiro che esce dalla gola significa vita o vitalità, in ebraico “chaijm” . Il soffio, secondo la tradizione ebraica, rende viventi, ossia si comunica a tutto il corpo.

Che relazione c’è fra sangue e anima?

Il sangue è la sede eminente dell’anima-vita poiché esso si identifica con la vita: “benafsho’ damo’ “, “nella sua vita che è il sangue” (Genesi, 9; 4), in cui il termine “nefesh”, per comune interpretazione ha già assunto il valore secondario di vita derivato da quello primario di “respiro-soffio”.
La nefesh è in relazione con il sangue, ha sede nel sangue, può essere tolta, versata, uccisa insieme con il sangue.

Ma la letteratura rabbinica definisce la vita, la vitalità con molti termini diversi…

Precisamente con cinque termini: nefesh, ruach, neshamà, chajà, iechidà. Nefesh è il sangue come è detto in Deuteronomio,12;23: ” perché il sangue è la vita”; Ruach è ciò che sale e discende, come è detto: “chi sa se lo spirito dell’uomo sale in alto?”; Neshamà è la disposizione; Chaijà viene chiamata così perché tutti gli organi muoiono, ma essa sopravvive; Jechidà, l’unica, indica che le parti del corpo sono a coppie, mentre l’anima è soltanto unica nel corpo.

Cosa li distingue?

Di questi termini i primi tre vengono usati comunemente nella letteratura rabbinica, ma è difficile precisare in che differiscono tra loro. Poiché nefesh si identifica con il sangue, indica la vitalità ed è applicabile a tutti gli esseri viventi, ruach e neshama sembra che si possano usare indifferentemente per designare la psiche dell’essere umano e soltanto a questo tali termini sono riferibili. Indicano ciò che esso ha di immortale, il soffio che Dio gli ha inspirato. In altre parole mentre nefesh come abbiamo visto si identifica con il sangue ed indica la vita e la vitalità come è detto “il sangue è la vita”, la neshamà, il soffio eterno, che viene trasmesso all’uomo da Dio ed in questo si identifica con ruach, il soffio o lo spirito, elemento che appartiene per sua natura a Dio e che viene dato alle sue creature. Secondo una definizione il ruach è la parte mobile dell’anima, non il centro di essa, ma la forza che emana da essa e che agisce sopra di essa. Il ruach viene da D.o e torna a D.o. E’ il soffio dell’Onnipotente che dà all’uomo l’intelligenza e lo differenzia dagli animali.

Come riassumere questo primo concetto dell’ anima-vita?

La parola nefesh significa la vita, in quanto è più strettamente legata al corpo, anzi nel sangue dell’essere vivo. Con il termine ruach si pensa alla vita partecipata all’uomo da un soffio divino, residente in esso, come principio delle attività vitali, in primo luogo della vita sensitiva, secondariamente della vita intellettuale, etica e religiosa. Ruach e nefesh, dunque benché significhino la vita, secondo diversi punti di vista, spesso nell’applicazione dei fenomeni psichici si confondono; non di rado nel parallelismo poetico si adoperano insieme per designare l’uomo intero.

Dobbiamo trarne un insegnamento?

Certo, da questi concetti rileviamo quanto grande è il dono della vita e il divieto dunque dell’omicidio. Non a caso il primo omicidio della storia è un fratricidio poiché chiunque uccide un essere umano uccide suo fratello.

Cosa insegna l’ebraismo su questo tema?

Il messaggio è molto chiaro. L’incomunicabilità è la causa dell’omicidio. L’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di D.o e perciò solo D.o ha il potere della sua vita. Dalla Bibbia sappiamo che se alcuno versa o sparge sangue D.o gliene domanderà conto. Ciò costituisce il fondamento religioso del precetto “non uccidere”. Per questo l’uomo è stato creato da solo. Per insegnare che “chi distrugge una sola persona distrugge un mondo intero e chiunque salva una vita umana è come se salvasse il mondo intero”.

La proibizione dell’omicidio è dunque categorica e non ammette eccezioni?

Intorno allo spargimento del sangue, in ebraico, “shefichut damim”, così è chiamato l’omicidio nel linguaggio rabbinico, abbiamo vari passi nel Talmud, dove è chiaramente detto: “se si comanda ad alcuno, sotto pena di morte, evidentemente in periodo di persecuzione, di trasgredire tutti i precetti della Toràh, egli può trasgredirli, ad eccezione di quelli riguardanti l’idolatria, l’immoralità sessuale e lo spargimento di sangue, cioè l’omicidio. Chi ti ha detto che il tuo sangue è più rosso del suo?”.

In un altro passo è detto: “lo spargimento di sangue, è condannato come offesa a D.o, perché distrugge un essere creato a Sua immagine”. E il Midrash: “come furono dati i 10 Comandamenti? Cinque su una tavola e cinque su un’altra.
Sull’una è scritto ” Io Sono il Signore Tuo Dio….” ed in corrispondenza di essa, sull’altra: “non uccidere”. Se ne trae la conclusione che se qualcuno sparge sangue, la Bibbia glielo imputa come se avesse menomato l’immagine del Creatore”.

Questa proibizione come viene sanzionata?

Tanto è severa questa trasgressione dello spargimento di sangue che i Maestri del Talmud sostengono che molte punizioni vengono al mondo a causa di questa trasgressione. Lo spargimento di sangue rende impuro il paese e causa l’allontanamento della presenza divina dalla terra di Israele, addirittura esiste un’interpretazione che dice: “il Santuario di Gerusalemme è stato distrutto a causa dell’idolatria, dell’immoralità sessuale e dello spargimento di sangue”.

Ci sono elementi storici che potrebbero contraddire una proibizione tanto chiara e coerente?

Spigolando nell’immensa letteratura biblica e rabbinica troviamo che già nei tempi precedenti al dono della Toràh e la promulgazione del Decalogo era in vigore il divieto dello spargimento del sangue ed il rispetto della vita altrui.
Già i discendenti di Noè, avevano un codice morale, conosciuto con il nome dei sette precetti dei figli di Noè. E questi sono: la pratica della giustizia e dell’equità, le proibizioni di bestemmiare il nome della divinità, dell’idolatria, dell’immoralità sessuale, dello spargimento di sangue, del furto e del mangiare un membro tolto da un animale vivo.

Veniamo alla proibizione di cibarsi del sangue.

Dal momento che il sangue è la vita, la vitalità, la forza vitale, il bere il sangue significa appropriarsi della vita altrui o della vita o della forza dell’animale sacrificato, come vedremo nella proibizione data agli ebrei dalla Bibbia, con insistenza e ripetutamente.

Il divieto di cibarsi di sangue e della carne, non ritualmente dissanguata, riceve motivazioni precise: il sangue al pari della vita appartiene soltanto a Dio; costituisce la parte che gli è propria nei sacrifici. L’uomo può servirsene se non per l’espiazione o altre pratiche cultuali, quali l’alleanza tra Dio e il Suo popolo; per i sacrifici, nei quali il sangue è l’elemento essenziale, in quanto i sacerdoti, sia negli olocausti nei sacrifici pacifici o di comunione o nei riti consacratori, lo versano sull’altare o intorno ad esso.

Quali i motivi di questa proibizione?

Sono molteplici, ma qualunque sia il senso originale sappiamo che il sangue è consacrato a Dio e di conseguenza tabù per l’uomo; l’espressione “spandere a terra come acqua il sangue degli animali “non sacrificati è secondo alcuni studiosi, reazione contro le pratiche magiche cananee.

Cosa indica la tradizione rabbinica in questo caso?

Nella tradizione rabbinica il motivo è molto più logico e non privo di un certo fondamento: nel cibarsi del sangue dell’animale l’uomo viene ad ingerire tutti gli istinti bestiali contenuti in esso e di conseguenza viene a comportarsi come l’animale stesso.

Tanto importante e direi tanto severo è per l’ebreo il divieto di cibarsi di sangue che la Bibbia spesso dice: ” a colui che trasgredisce questo divieto viene comminata la pena del karet”.

In cosa consiste realmente questa punizione?

Difficile a dirsi. I Maestri del Talmud sostenevano che essa è una pena non inflitta dagli uomini, ma direttamente da Dio. Nel Pentateuco troviamo ben 36 punizioni di karet per determinate colpe gravi, tra le quali il cibarsi di sangue. Il termine “karet”, che deriva dalla radice “karat”, nel significato di “tagliare”, “recidere”, ha per la Tradizione rabbinica il seguente significato: o che la sua generazione viene recisa, o che egli stesso, cioè il trasgressore viene reciso, oppure che la sua anima viene recisa. Da questo si deduce che questa pena è la più grave e ” per recisione dal popolo” si deve intendere una morte priva di discendenza, cioè il trasgressore morirà senza figli, dunque fino ad estinzione della sua progenie.

Arriviamo così ad inquadrare la problematica generale delle regole alimentari.
Per comprendere pienamente il significato e l’importanza del divieto del sangue è necessario inquadrare il problema in una prospettiva più ampia. Il punto di partenza della teoria è il confronto tra un verso della Genesi, 1; 29 e il verso sempre della Genesi, 9; 4. Nel primo verso Dio si rivolge alla prima coppia umana e dice: “Ecco Io vi ho dato ogni erba che produce seme, per voi sarà cibo….”. Al capitolo 9, Dio parla invece alla famiglia di Noè sopravvissuta al diluvio in questi termini: ” ogni essere che si muove, che è vivo, per voi sarà come cibo, come le erbe vegetali, vi ho dato tutto”. Nell’interpretazione prevalente la contraddizione tra i due brani si spiega nel senso di una facilitazione di preesistenti limiti alimentari. Al primo uomo sarebbe stata consentita solo una alimentazione vegetariana e proibito il cibo animale. Solo dopo il diluvio viene permessa la carne degli animali. Da un punto di vista di principio è opportuno quindi, secondo alcuni esegeti, che l’uomo si astenga dal mangiare carne. Sono interpretazioni in cui ci si trova di fronte ad una idealizzazione della situazione primitiva del mondo. E’ una idea che non è originale nella cultura ebraica , ma si riallaccia al diffuso filone di concezioni primitive dell’età dell’oro in cui si immagina una umanità vegetariana. Da un punto di vista antropologico-culturale questa idealizzazione si spiega ammettendo la diffusa sensazione di colpa di animalicidio. L’uccisione dell’animale viene avvertita come azione liberatoria, turbante una situazione di equilibrio rappresentata dall’Adamo vegetariano che rappresenta l’idealizzazione di una situazione psicologica, mentre il permesso dato a Noè è il dato reale.

La sensazione di colpa tuttavia non scompare, ma si manifesta con la distinzione, nell’animale messo a morte, tra carne e sangue.

Il perturbamento dell’ordine naturale risulta, almeno parzialmente, ricomposto se si rispetta nell’animale ciò che rappresenta la sua vitalità. Divieto del sangue significa dunque rispetto per la vita.

Cosa insegna questo riguardo alla gestione e alla costruzione dei rapporti umani?

A maggior ragione il rispetto della vita si impone nei rapporti interumani. l’insegnamento fondamentale che risulta da ciò è il rifiuto della violenza, che risulta essere lo scopo essenzialmente educativo del divieto di consumare sangue.

In questo modo si afferma l’idea ebraica di pace?

Si idealizza una situazione di pace e di equilibrio tra gli uomini e tra questi e la natura, per cui il dominio esercitato dall’uomo non deve diventare strumento di distruzione.

Su queste basi si delinea la caratteristica specifica ebraica di questo sistema di pensiero .

La colpa dell’uccisione di animali non è una novità ebraica. Lo è invece l’inserimento di questo discorso in una prospettiva educativa, finalizzata al futuro.

Quale sangue, precisamente, è proibito?

Poiché la Bibbia parla di “ogni sangue”, viene proibito anche il sangue visibile nel corpo, quello contenuto ancora nei vasi e quello che si può mobilizzare tra le carni. Per questo motivo non è sufficiente il dissanguamento prodotto dalla macellazione. La carne prima di essere cucinata deve essere sottoposta a trattamenti speciali per eliminare le tracce di sangue proibito. O abbrustolita direttamente sul fuoco o messa sotto sale.

E l’utilizzazione del sangue?

Del sangue è proibito solo il consumo alimentare, ma non la utilizzazione per altri scopi. Non esiste alcuna opposizione nell’ebraismo alla trasfusione di sangue anzi questa è valutata come un’azione meritevole , purché ogni volta ne siano valutati i rischi e i benefici.

In questi concetti sta quindi la nostra concezione della vita?

Possiamo affermare quanto cara e preziosa sia la vita per gli interpreti della Tradizione ebraica, quella vita che come è detto nel Deuteronomio, 30; 19 il popolo scelse liberamente quando Mosè presentando le due vie da seguire disse loro: “la vita e la morte ti ho posto davanti, ma tu hai scelto la vita, affinché possa vivere tu e la tua discendenza”. Quella vita deve essere intesa e vissuta come vita operante, ispirata cioè a nobili sentimenti, per agire in favore della collettività, una vita che costruisca e non demolisca, che pianti e non sradichi che unisca e non divida fra loro gli uomini.

Quale lezione conclusiva possiamo trarne?

Alla base di questo ambito di leggi sul sangue troviamo norme antipagane che sono portatrici di significati umanitari, educativi, antiviolenti. Per cui in questa prospettiva più ampia tutti i discorsi si integrano in uno solo: l’idea del D.o unico creatore di vita, che non deve essere offeso negando il Suo ruolo esclusivo, e deve essere rispettato nella Sua opera più perfetta: la vita.

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