Ripensare la Memoria e i luoghi della Shoah dopo il 7 ottobre

Opinioni

di Davide Romano
Il 7 ottobre ha dimostrato brutalmente quanto l’attuale narrazione di tanti musei e memoriali fosse inefficace. (…) I visitatori dei luoghi della memoria devono comprendere che le stesse idee che hanno portato a sei milioni di ebrei morti sono ancora insegnate, diffuse e celebrate in alcune parti del mondo. (Nella foto: il Gran Mufti Amin al-Husseini e Adolf Hitler nel 1941)

Il pogrom del 7 ottobre 2023 ha rappresentato uno spartiacque che dovrebbe costringere i musei e i memoriali della Shoah a una profonda revisione del loro approccio educativo. Non si tratta di mettere in discussione il loro valore storico o la loro funzione commemorativa, ma di riconoscere un errore non secondario. Troppi visitatori, inclusi intellettuali e opinion leader spesso loro ospiti, non hanno compreso la lezione più basilare che questi luoghi dovrebbero trasmettere.

La questione centrale riguarda la comprensione della macchina propagandistica che ha reso possibile la Shoah. I musei espongono con cura i testi antisemiti, le vignette diffamatorie, i film di propaganda nazista che hanno preparato il terreno per Auschwitz. Mostrano come l’odio sia stato sistematicamente instillato nella popolazione tedesca attraverso teorie complottiste, demonizzazione e disumanizzazione degli ebrei. Eppure, qualcosa non ha funzionato nella trasmissione di questo messaggio.

Troppi visitatori hanno interpretato quelle testimonianze come reperti archeologici di un’epoca conclusa nel 1945. Hanno guardato quelle immagini di odio come si osserva un fossile: interessante dal punto di vista storico, ma definitivamente estinto. Il “mai più” è stato inteso come una promessa già mantenuta, non come un impegno continuo da rinnovare quotidianamente. Questa interpretazione errata è stata involontariamente favorita dai gestori stessi di questi luoghi della memoria, che non hanno sufficientemente evidenziato la continuità di quella propaganda.
Il 7 ottobre ha dimostrato brutalmente quanto l’attuale narrazione di tanti musei e memoriali fosse inefficace. Il massacro di 1.200 israeliani, accompagnato da violenze sessuali sistematiche, torture e rapimenti, non è avvenuto nel vuoto. È stato il prodotto di decenni di indottrinamento antisemita, simile a quello nazista, che continua a prosperare in diversi regimi islamici, trovando in Gaza uno dei suoi epicentri più virulenti.
Il Mein Kampf in arabo trovato a Gaza

La censura imposta da Hamas a Gaza è emblematica: “Romeo e Giulietta” di Shakespeare è vietato perché promuoverebbe l’amore al di là dei vincoli familiari, mentre il “Mein Kampf” di Hitler circola liberamente ed è stato trovato in innumerevoli abitazioni dai soldati dell’IDF durante il recente tragico conflitto tra Hamas e Israele. Questa non è un’anomalia storica, è la dimostrazione che la propaganda che ha portato ad Auschwitz non è mai stata davvero sconfitta, ma si è semplicemente trasferita geograficamente.

I memoriali della Shoah hanno dunque il dovere morale di aggiornare la loro narrazione. Non basta più esporre la propaganda nazista come documento storico concluso. È necessario tracciare linee dirette con la propaganda contemporanea: mostrare come gli stessi stereotipi, le stesse teorie complottiste, la stessa disumanizzazione degli ebrei siano oggi veicolati attraverso mezzi di comunicazione, libri di testo scolastici e sermoni religiosi in vari paesi del Medio Oriente e – ultimamente – sempre più anche in occidente.

Se vogliamo che il “mai più” sia un impegno efficace, non possiamo permetterci di nascondere la realtà. I visitatori devono uscire da questi luoghi di Memoria consapevoli che la battaglia contro l’antisemitismo non è finita nel 1945, ma continua oggi. Devono comprendere che le stesse idee che hanno portato a sei milioni di ebrei morti sono ancora insegnate, diffuse e celebrate in alcune parti del mondo. Solo questa consapevolezza può trasformare la memoria in azione preventiva e il “mai più” da slogan a impegno reale.