Donald Trump al Muro del Pianto

Perché il voto degli ebrei americani non premia la politica filo-israeliana di Donald Trump?

Opinioni

di Angelo Pezzana

[La domanda scomoda]

In omaggio al detto “due ebrei tre opinioni”, ben vengano tutti i sondaggi, possibili e immaginabili. Essendo poi la struttura formata da numeri, la loro credibilità viene raramente messa in discussione. Anche se un esame su come vengono redatte le domande e a chi vengono rivolte sarebbe opportuno invece che ignorato, come accade quasi sempre. Prendiamo come esempio l’America, un Paese dove i sondaggi sulle preferenze elettorali degli ebrei americani sono un appuntamento che non manca mai. Siamo informati che la preferenza in misura molto alta – sopra il 70% – va al Partito Democratico, una tradizione che si rinnova sempre con le stesse valutazioni: i Dem sono un partito laico, progressista, i cui valori non si discostano da quelli che culturalmente contraddistinguono gli ebrei americani. Da questa percentuale se ne deduce che la scelta elettorale è influenzata soprattutto dalla politica interna, in altri termini il rapporto con Israele non è un aspetto che può spostare il voto. Non importa se alla Casa Bianca c’è un presidente Dem o Rep, come leggiamo nel libro di Ronen Bergman Uccidi per primo appena tradotto in italiano, un mare di informazioni sulla politica diplomatica americana che lascia il lettore sbalordito di fronte a un rapporto che eravamo abituati a considerare stretto e amichevole, mentre lo è stato, sì, ma tra profonde ostilità. Una scelta tenace, quindi, la fedeltà al partito democratico persino nelle elezioni di MidTerm che non hanno premiato Donald Trump, malgrado il fatto che sia stato il primo presidente Usa ad aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, dallo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, decisione presa da tutti i predecessori ma mai realizzata, al rovesciamento della politica mediorientale di Obama, cancellando l’accordo nucleare con l’Iran, la minaccia più grande per Israele, ma anche per la pace nel mondo, fino all’apertura di una collaborazione inclusiva di Israele con gli Stati sunniti.

Senza dimenticare che il rovesciamento della politica islamista dell’Unesco è stata possibile grazie alla coalizione sunnita creata da Trump a Riad; è stato grazie al voto di questi Stati e al sostegno del saudita Mohammed bin Salman che, a direttrice dell’agenzia Onu, è stata eletta Aubrey Azoulai. Dettagli, verrebbe da dire: tutto questo non ha influenzato il voto degli ebrei americani. Chi poteva fornirci una spiegazione dall’interno del mondo dem sarebbe stato Alan Dershowitz, ma la sua indipendenza di giudizio nel valutare la sinistra, nella quale pur milita, continua a estrometterlo da ogni intervista, così come viene giudicato un paria presso i media europei. Continueremo così ad ascoltare una sola campana, quella che ci segnala i numeri, ma che ci impedisce di capire.

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