Per capire Israele bisogna ripartire dal Sionismo

di Vittorio Robiati Bendaud

Qualche sera fa, nell’Aula Magna della Scuola Ebraica di Milano sono affluite molte e molte persone per ascoltare il Prof. Georges Bensoussan.

Nato in Marocco nel 1952, Georges Bensoussan è uno dei più eminenti studiosi dell’antisemitismo e della Shoah. Nel 2002, Einaudi pubblicò il suo saggio “L’eredità di Auschwitz”,considerato una pietra miliare nella riflessione sull’insegnamento della Shoah. L’editore Marsilio, nel 2009, ha dato alle stampe “Genocidio. Una passione europea” e ancora  Einaudi, nel 2007, ha pubblicato i due volumi del fondamentale “Il sionismo. Una storia politica e intellettuale 1860-1940” (Une histoire intellectuelle et politique du sionisme (1860-1940), Éditions Fayard, Paris 2002).

“Israele non nasce dalla Shoah. Peso, condizionamento e distorsioni di un pregiudizio”: questo il titolo dell’interessante intervento di Bensoussan, moderato e tradotto da Guido Vitale ed accompagnato dalle riflessioni di Rav Roberto Della Rocca e dello storico delle idee David Bidussa.

Nella mentalità comune della stragrande maggioranza dei non-ebrei, come pure (putroppo) per molti ebrei, la nascita dello Stato di Israele sarebbe da ricollegarsi anzitutto alla Shoah. Come a dire: se oggi esiste lo Stato di Israele è perchè sono morti milioni di ebrei europei e i governi degli Stati occidentali ne hanno approvato, quasi come per compensazione, l’esistenza.

Nulla di più falso, come ben ha fatto risaltare Bensoussan nel corso del suo intervento.

Per far luce su questa storia complicata, la cui comprensione è spesso deformata da pregiudizi e dal succedersi serrato degli eventi del conflitto arabo-israeliano, occorre ripercorrere la storia appassionante del movimento sionista. E’ nel Sionismo e solo nel Sionismo -con le sue intuizioni, con le sue variegate correnti, coi suoi leaders- che si possono (e si devono!) ravvisare le autentiche radici dello Stato di Israele.

E’ stato il movimento sionista a suscitare l’entusiasmo dei primi immigranti in terra di Israele a cavallo tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 ed è stato sulla spinta degli ideali sionistici che è stata fondata la città di Tel Aviv nel 1909, l’Università di Gerusalemme e molte altre importanti istituzioni israeliane. Furono sempre l’impegno e la passione dei primi sionisti a delineare e ad organizzare la vita associata, assieme alle prime rappresentanze politiche, degli ebrei israeliani.

Tutto questo accedeva ben prima della Shoah: Israele non è nato dalla Shoah, checchè se ne dica.

Ma, allora, come e quando si è arrivati al già ricordato accostamento concettuale, di cui si trova traccia nel pensiero di molti, per cui si rinviene e si propone un rapporto di causa-effetto tra Shoah e nascita dello Stato di Israele? Questo può, forse, essere comprensibile nella prospettiva dei detrattori dello Stato di Israele sia per la deliberata scelta ideologica, sia per il fraintendimento dei dati storici, sia per carenza informativa. E’ molto più difficile comprendere invece per quali ragioni, almeno parzialmente, sembri essere oggi proprio lo stesso Stato di Israele a farsi interprete di questa posizione.

Bensoussan, guidando i suoi uditori con eccezionale maestria, ne ha spiegato alcuni motivi principali. Il senso di colpa collettivo della società ebraica israeliana che non è riuscita a salvare le figlie e i figli dell’ebraismo europeo durante gli anni della Shoah ha giocato un ruolo fondamentale in questo senso.

Lo storico franco-marocchino ci ha altresì ricordato, fatto riflettere e messo in guardia sul fatto che uno Stato, un qualsiasi Stato, non trova legittimità e non nasce per “compensazione”, in “riparazione” o per “compassione”: gli Stati nascono e si definiscono in relazione all’esercizio della forza, disciplinata dal diritto e dalla ragione, ma comunque dalla capacità di poter esercitare una forza in mezzo ad altre realtà statuali. A ciò, poi, si deve aggiungere una cosa essenziale e determinante: per formare uno Stato ci vuole un afflato comune e condiviso, potente, progettuale, dinamico, tenace e ben radicato.

Queste e altre le molte riflessioni, considerazioni, chiarimenti sui processi e le dinamiche storiche presentate da Georges Bensoussan l’altra sera: la demolizione sistematica di un assunto infido e l’invito a conoscere e a integrare nella nostra identità la storia, avvincente e plurima, del Sionismo e dei suoi principali interpreti.

A fronte dell’importanza e dell’attualità del tema – almeno ad avviso di chi scrive – lascia assai rattristati e preoccupati la manifesta assenza dei giovani alla serata!

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