Lo strano caso del regista Itay Tiran (e del quotidiano Ha’aretz). L’odio di sé in una delle sue tante incarnazioni

Opinioni

di Angelo Pezzana

[La domanda scomoda]

Il mondo dello spettacolo è affascinante, grazie anche alle sue contraddizioni, perché nulla è più respingente di ciò che è prevedibile. La regola vale ovunque, ma quando si tratta di Israele la parola “ovunque” andrebbe pensata con l’aggiunta di una spiegazione, altrimenti si rischia di non capire una delle tante sue peculiarità, molte positive, qualcuna difficile da digerire. Fra queste ultime, mi hanno colpito le dichiarazioni di Itay Tiran, 38 anni, uno dei registi/attori di teatro più famosi a livello internazionale. La cultura israeliana, letteratura/cinema/teatro/danza…, è giustamente conosciuta e apprezzata in moltissimi Paesi, spesso sorprendendo per la sua indipendenza di contenuti. Come si spiega allora, se l’Israele che supera i confini è spesso soltanto quello legato al conflitto con i palestinesi? Come si spiega che tutta la cultura che produce – quasi sempre con sostanziali aiuti economici da parte del ministero competente- è così libera, critica, come avviene in una democrazia? Una domanda che si pongono soprattutto coloro che non conoscono il Paese. Il regista Itay Tiran, dunque, ha rilasciato un paio di mesi fa una intervista, in cui esalta il BDS e critica il sionismo. La propaganda del movimento BDS la giudica “una normale forma di resistenza”, perché – sostiene – non è violenta, cioè non ha legami con il terrorismo. Che poi ne nutra l’ideologia, il nostro regista non lo prende nemmeno in considerazione. «È una discussione politica, un approccio umano ai problemi», come tale legittima. Sulla politica del governo dice: «Mi alzo la mattina, bevo il mio caffè, leggo il giornale e mi rendo conto che la legge sullo Stato-Nazione è razzista, nazionalista e anti-egualitaria». Dopo altre valutazioni, l’intervistatore gli chiede se ritiene che il sionismo sia eguale a razzismo. «Sì», risponde il nostro, ed è un altro “sì” quando gli viene chiesto se è eguale a colonialismo. E allora, che cosa pensare? Ce lo suggerisce la breve biografia dell’artista, che – ma che bravo! – esclude, quando va in giro per il mondo, di sentirsi in un “esilio politico”. Infatti era in partenza per la Germania, al Teatro Statale di Stuttgart e poi per il Burgtheater di Vienna dove gli intellettuali israeliani sono più che benvenuti, e dove è sufficiente che si esprimano come il nostro. In questo caso, essere israeliani è persino un valore aggiunto. Su quale giornale israeliano sarà uscita l’intervista?

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