La schiavitù del moralismo e la (involontaria) comicità di chi scambia la forma per etica

Opinioni

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie]

Quando le virtù dell’etica pubblica vengono sostituite da una visione meramente utilitarista del mondo, ovvero ad una concezione delle relazioni e degli scambi personali e collettivi dove questi sono ricondotti a pura performance, così come ad un individualismo fondato sul solo possesso di cose (e in alcuni casi anche di persone), la toppa che molti mettono al buco delle proprie incoerenze – delle quali a volte un poco si vergognano, altre volte no – è quella di una morale miseranda, un galateo straccione, che si trasforma da subito in prescrizione moralista. È tale la condizione per cui si manifesta “la propensione a dare prevalente importanza, se non in sé esclusiva, alle considerazioni morali, spesso astratte e preconcette, rispetto al giudizio su persone e fatti della vita, della storia, dell’arte; un atteggiamento, a conti fatti, di rigida e talora eccessivamente conformistica difesa dei principî della morale comune” (vocabolario Treccani online).

Il moralismo non difende mai dei contenuti effettivi ma esclusivamente delle forme; non si alimenta di princìpi, come tali sottoposti alla verifica dei tempi e dei fatti, bensì di un’ipocrisia di circostanza. Soprattutto, non è mai rivolto a chi lo manifesta ma a coloro che lo circondano. Una sorta di catechismo del giudizio contro la collettività circostante. Infatti, è una sorta di falsa interpretazione degli eventi nella quale, con ossessiva e maniacale determinazione, si imputano a sprone battuto “colpe” solo ed esclusivamente agli “altri” da sé. Si tratta di una pratica ai limiti dell’esorcismo. Chi la fa propria, in effetti, vuole fare pendere ancora di più a suo beneficio il piatto della bilancia della propria irresponsabilità, attribuendo al resto della società gli eventuali danni che derivano da condotte poco o nulla avvedute. A partire da quelle sue proprie, per capirci. Il moralismo sta allora all’etica così come il favore sta alla giustizia: due capovolgimenti di senso, fatti invece passare per la concretizzazione di un principio collettivo. Peraltro è un lievito dei tempi confusi, quando le cose cambiano senza che i molti riescano a farsene una qualche ragione razionale. È allora, infatti, che ci si identifica con quella terribile miscela che somma in sé stessa paure, rancori e aggressività, nella logica della contrapposizione di petto a qualsiasi cosa – come a qualunque persona – si frapponga tra sé e il proprio, immediato calcolo d’interesse. Il secondo, beninteso, invece contrabbandato – a sua volta – in quanto vera, autentica ed esclusiva cornice del più autentico agire umano.

Una tale disposizione d’animo è quasi sempre il corredo di una visione del mondo ferocemente antisociale. Una sorta di epitaffio che sembra affermare il presupposto per cui  “esisto nella misura in cui rifiuto qualsivoglia condivisione, responsabilità e cooperazione con gli altri da me”. Il moralismo, spesso ammantato di falsa scientificità, ossia alla perenne ricerca di auto-giustificazioni fondate non solo sulla fatalità degli eventi e degli ordinamenti umani ma su di una presunta oggettività dei propri convincimenti, celebra in maniera tautologica tutto ciò che esiste: è infatti giusto, in quanto rispondente ad una qualche morale, ciò che si dà come fatto, punto e basta. In tale modo, però, nega a priori la qualità, per nulla neutra, dei rapporti umani, posto che in ognuno di essi si cela sempre quella condizione di mutevole asimmetria di ruoli e capacità che conosciamo con il nome di potere.

Ripetizione, de-contestualizzazione e banalizzazione costituiscono la cornice di un tale modo di intendere ed interpretare le cose. Ognuna di esse, infatti, crea un’aura di legittimità alla stessa bugia, quando viene ossessivamente propalata nel tempo. Si ha allora come l’impressione di una tanto involontaria quanto surreale comicità in chi si prende sul serio – chiedendo al suo “pubblico” di fare altrettanto – dal momento che confonde l’analisi e la riflessione su ciò che chiamiamo con il nome di “realtà” con la sua apologia totalmente acritica. Ciò facendo, stiracchia il principio formulato da Georg Wilhelm Friedrich per il quale “tutto ciò che è reale è razionale, e tutto ciò che è razionale è reale”. Se per il filosofo ciò implicava considerare la realtà come la manifestazione concreta e processuale della ragione (quest’ultima, quindi, non più solo concetto astratto), per il moralista la realtà delle cose è un perenne esercizio di attribuzione di responsabilità a terzi. Se non altro per levarsi di dosso le scorie, il pulviscolo della storia, sia personale che collettiva.

Laddove si contrabbandi la finzione con la concretezza dei fatti, si capovolga in senso degli eventi, si torca l’etica in moralismo, si “opera praticamente come fosse vero nella realtà effettuale che l’abito è il monaco e il berretto il cervello. Machiavelli diventa così Stenterello” (per la cronaca, così Antonio Gramsci). È allora, tra le altre cose, che i nuovi schiavisti possono presentarsi sotto le mentite spoglie di inediti emancipatori.

 

Foto in alto: Alberto Sordi e Franca Valeri ne Il moralista, 1959, diretto da Giorgio Bianchi.