Arabi israeliani al seggio elettorale

La democrazia israeliana ha ancora molto da insegnare all’Occidente, che invece gli addossa ogni colpa

di Angelo Pezzana

[La domanda scomoda]

Se c’è un paese che incarna in pieno i valori e le regole della democrazia, questo è Israele. Una constatazione che dovrebbe suscitare ammirazione, almeno da parte dei paesi democratici che, contrariamente a Israele, non devono dipendere per la loro sopravvivenza dagli Stati confinanti, come è costretto invece a fare lo Stato ebraico, minacciato di sterminio sin dalla proclamazione nel 1948. Un pericolo reale ancora oggi, tanto da considerare la difesa uno dei valori condivisi da tutti i cittadini. Una democrazia talmente perfetta persino nell’indire per tre volte in un anno le elezioni politiche, non essendo stata possibile la formazione di un governo. E, mentre scriviamo, non è detto che una quarta sia da escludersi. Se Israele si comportasse come i paesi confinanti, tutto sarebbe più semplice.
I militari, oltre a essere un bastione a difesa del paese, nel caso di una candidatura in un partito politico, non escluderebbero l’ipotesi di un golpe, soluzione molto popolare nei regimi mediorientali, mai presa in considerazione in 70 anni di campagne elettorali israeliane. E poi, il numero dei partiti non sarebbe così numeroso da rendere difficile anche un governo di coalizione. Che dire ancora della presenza di una coalizione araba diventata il terzo partito alla Knesset?
Eppure l’accusa a Israele di essere uno Stato dove vige l’apartheid è diffusa in tutto l’Occidente. E le guerre? Per Israele sono state tutte di difesa, non è mai esistito un governo che abbia dichiarato guerra per primo, eppure le democrazie occidentali continuano a schierarsi dalla parte dei nemici di Israele, abbondano le accuse all’Occidente di essere alla radice di tutte le guerre imperialiste, leggasi Usa e Israele, ignorando i regimi terroristi che le guerre le fanno davvero, arrivando, come in Iran, a minacciare la distruzione nucleare di Israele.
La metà dell’elettorato israeliano continua a votare Netanyhau, l’altra metà, pur riconoscendogli tutti i meriti che gli spettano, non riesce a mettere insieme
i voti indispensabili per raggiungere il 61%, pronta ad allearsi al Partito ara- bo, una scelta che – grazie al sistema democratico di Israele – porterebbe a condividere le stanze del potere un raggruppamento politico che potrebbe significare la sconfitta in un prossimo, possibile, attacco terroristico. Un’eventualità sottovalutata da una coalizione anti-Bibi, che ha dimenticato l’eredità progressista di David Ben Gurion, la quale ha posto le basi di uno Stato che ancora – e soprattutto – oggi ha molto
da insegnare alle deboli, annaspanti democrazie europee.

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