Vaccini e mascherine

Israele come specchio, libertà come partecipazione e responsabilità. Anche nella campagna vaccinale

Opinioni

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie] Nel mentre il lettore leggerà queste pagine, molte cose si saranno già consumate. Il rischio è quindi di risultare fuori tempo massimo. Ovvero, superati dall’evoluzione dei fatti. Che invece si impongono nella loro dura oggettività.

Detto questo, rimane un senso delle cose da definire e condividere. Che va quindi identificato e ribadito. Per capirci, partiamo per l’appunto dai fatti e delle cronache. Israele sta vaccinando la sua intera popolazione. La previsione realistica, ancora più che ottimistica, è che entro la data delle elezioni a venire, a fine marzo, un tale obiettivo sia stato raggiunto. Quanto meno in misura tale da garantire una crescente “immunità di gregge”, espressione il cui senso abbiamo imparato a comprendere e maneggiare in quest’anno di pandemia. Non si tratta di un miracolo, per chi abbia capacità di intendere. E neanche di altro che non sia la capacità di adeguare l’efficienza e l’efficacia delle pubbliche amministrazioni rispetto ai bisogni di una collettività di cui dovrebbero essere comunque al servizio. Poiché la differenza tra Israele e non poche altre nazioni sta in ciò: non nell’essere migliore su un piano “etico” ma nel riuscire a combinare in misura ragionevole il rapporto tra risorse e occorrenze. Le risorse collettive, le occorrenze comuni.

Adesso, in età pandemica, non pochi lo riconoscono, pur mantenendo tutta una serie di riserve su molti aspetti delle politiche di Gerusalemme. Beninteso: chi ci abita, ci racconterà anche delle tante discrasie e delle incongruenze che agitano l’intera nazione; chi la osserva, si dividerà tra gli entusiasti, i tiepidi e i contestatori. Tuttavia, al netto di adesioni, simpatie ed antipatie, non esiste comunque una linea mediana, ossia qualcosa che faccia la media provata e comprovata dei diversi atteggiamenti e pensieri. Semmai, sussiste una radicale presa di coscienza che si fa scelta di campo. Tra ragione e tenebre. Tra chi agisce e chi subisce.

Comprendiamoci e chiariamoci: non usiamo Israele per rifarci ad un inesistente “genio ebraico” che, nel suo manifestarsi, attraverserebbe la storia, sopravvivendovi. Affermare che gli “ebrei” sarebbero in sé superiori ai “non ebrei”, e che lo Stato d’Israele – come tale – dovrebbe godere di un salvacondotto etico, a prescindere dalle sue scelte materiali, costituisce comunque un esercizio di protervo pregiudizio. Che è tale poiché non valuta mai le persone per le loro singole capacità e condotte bensì per una loro presunta appartenenza di gruppo che, come tale, condizionerebbe, a priori, le loro scelte.

Per intenderci, entrando nello specifico: non esiste nessun “gene” della creatività, mentre senz’altro sussiste una capacità di costruire legami e reti di relazioni, ossia una socializzazione delle competenze. Si tratta della vera radice della Diaspora e della sua capacità di resistere nel tempo, senza essere divorata dall’evoluzione delle cose. Trasfusa quindi nel progetto sionista. Siamo in presenza di affermazioni ed espressioni troppo complicate? No. Quanto meno, non se si cerca di seguire il senso del discorso. Ciò che determina la capacità di un gruppo umano di continuare ad esistere è – infatti – il senso della reciprocità. E la reciprocità non è mai solo sentimento bensì comprensione e identificazione nei comuni bisogni. Torniamo al dunque, per non perdere il filo del discorso: cosa c’entra in tutto ciò il richiamo ad Israele? Forse che uno Stato nazionale risolva millenni di storia? Ovvero, che li esaurisca definitivamente? No, il punto della questione non è questo. Piuttosto si tratta di capire cosa nella vita di Israele, nella sua vivace contraddittorietà, si inscriva qualcosa di “nostro”. Tale non solo poiché esclusivamente ebraico ma in quanto parte di ognuno di noi, quindi espressione della propria radice contemporanea. Personale e collettiva. Notoriamente, chi si guarda allo specchio, può riconoscersi compiaciuto nell’immagine riflessa così come disconoscersi e ritrarsi disgustato. Israele è lo specchio di ognuno di noi, che ci piaccia o meno. Vogliamo identificarci nelle sue scelte così come intendiamo dissociarci da quanto ci risulta intollerabile. Proprio per questo non è un principio metafisico.

Come Stato, è e rimane una creazione storica. Imperfetta, quindi. Ma è un gigantesco punto di arrivo. Un principio di immunizzazione. Non contro la realtà, di per sé spesso difficile o comunque non immediatamente riconducibile alle nostre attese. Bensì contro l’angoscia dall’incapacità di prendere atto di essa stessa, semmai partecipandovi attivamente. Ciò che definiamo realtà è infatti l’oggettività dei fatti che si impone a ciascuno di noi. Sui quali, da soli, non riusciamo ad incidere. Ciò che chiamiamo con il nome di “politica” è invece la capacità di rispondere ad essa con soluzioni negoziate collettivamente. La vicenda delle vaccinazioni ci riconduce a questo schema, che ci piaccia o meno. Ci dice che la risposta alla condizione storica di minorità sta nella partecipazione consapevole, nella coalizione, nell’intervento comune. In questo caso, trasfusa in una comunità nazionale e nelle sue amministrazioni. Israele non vince poiché ha “una marcia in più”; piuttosto, sa come non perdere perché certe marce, malgrado tutto, le ha inserite ed usate collettivamente. Anche in un periodo elettorale, l’ennesimo, dove d’abitudine ci si divide.

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